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	<title>Gli Altri Online</title>
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	<description>Gli Altri online &#124; la sinistra quotidiana</description>
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		<title>Neve a Roma, l&#8217;unica tragedia sono i giornali</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 14:40:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Mirenzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I giornali titolano, sotto foto minacciose, «Roma chiusa per neve». Ma in realtà Roma oggi è una città più aperta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I giornali titolano, sotto foto minacciose, «Roma chiusa per neve». Ma in realtà Roma oggi è una città più aperta che mai. La metropolitana stamattina era affollatissima  e allegra. Le persone, come liberate dal fardello dell’orario di lavoro, si ci sono riversate dentro per andare a vedere la loro città con gli occhi della sorpresa e dello stupore. Le carrozze della metro assomigliavano a un impianto di risalita di Courmayer: cappelli di lana, guantoni, doposci. Così, quella che viene spacciata per una disgrazia naturale, ha regalato ai romani il privilegio di sentirsi turisti nella loro città. Questo biglietto gratuito moltissimi l’hanno afferrato al volo e si sono precipitati in strada, incuranti degli appelli a starsene a casa e dei titoli terrorizzanti delle homepage. Non so se c’è qualcuno in grado di dargli torto.</p>
<p>Se ogni volta che una città cade in ginocchio si vedono i bambini rincorrersi felici per le strade, protetti dalle unghie del traffico, come nelle viuzze dei paesini sperduti del sud c’è da augurarsi di far cadere in ginocchio le città sempre più spesso. Questa sospensione della normalità quotidiana –  vissuta dal superego dell’opinione pubblica con il senso di colpa del non essere funzionanti come una grande capitale occidentale – è per le persone in carne e ossa un carnevale improvvisato e ilare, che invece di festeggiare coi coriandoli, lancia in aria le palle di neve.</p>
<p>I giornalisti incollati alle scrivanie, poveri loro, devono però trovare le notizie, i titoli e il colpevole di questa sospensione della monotonia non autorizzata dalla prefettura. I politici si sforzano di essere all’altezza dei giornali che gli sono dati in sorte e si inseguono scaricando il barile al vicino di amministrazione. Senza dire una parola sugli unici che questa festa non se la possono godere. I senzatetto che vivono all’addiaccio. I quali hanno la sfiga di non comprare i giornali e di non votare alle prossime elezioni amministrative. Esistono solo nella realtà. Ma quella ormai non conta più niente.</p>
<p>Ha ragione Milan Kundrera: <em>La vita è altrove</em>. Come sempre la si trova sui marciapiedi trasformati in piste per gli slittini; nei cassonetti dell’immondizia adibiti a piedistalli per installare statue di neve; nelle ville chiuse al pubblico e aperte di fatto alle persone, come confessa su Twitter Andrea Sarubbi, un parlamentare del Partito democratico. «Ho scoperto – scrive –, quando ero dentro da un’ora, che in teoria Villa Pamphilj sarebbe chiusa. E che stiamo facendo sci proletario». Sì, come diceva quel tale, proletari di tutto il mondo…</p>
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		<title>Hugo Cabret</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 08:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Minuz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hugo Cabret (Hugo, M. Scorsese, USA, 2011) Il cinema è l’infanzia dell’Arte. Godard l’ha detto. Scorsese l’ha fatto in 3D [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Hugo Cabret</em></strong></p>
<p><strong>(<em>Hugo</em>, M. Scorsese, USA, 2011)</strong></p>
<p>Il cinema è l’infanzia dell’Arte. Godard l’ha detto. Scorsese l’ha fatto in 3D (che a parlare so’ buoni tutti).</p>
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		<title>L&#8217;Italia dei &#8220;tecnici&#8221; va in guerra</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 12:53:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Migliore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se ai tecnici non piace essere disturbati mentre fanno “il bene del paese”, figuratevi quanto sia infastidito un militare, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se ai tecnici non piace essere disturbati mentre fanno “il bene del paese”, figuratevi quanto sia infastidito un militare, per di più ancora in piena attività! Allora non stupiamoci delle sbrigative consegne che l&#8217;ammiraglio Di Paola, che era fino a poche settimane fa presidente del Comitato militare della Nato e nel frattempo è diventato ministro della Difesa, ha trasmesso ai “civili” seduti in Parlamento e, di conseguenza, a tutti noi.</p>
<p>Si è trattato di un vero e proprio fuoco di fila e lo scenario non poteva essere più marziale di quello di Naquora, sede del quartier generale dell&#8217;Onu nel sud del Libano, proprio mentre il comando della missione Unifil passava di nuovo in mani italiane, quelle del generale Paolo Serra. Lì, invece di trovare il tempo di esaminare le diverse attività delle truppe italiane all&#8217;estero, magari evidenziando come la missione Unifil avesse consentito di preservare il cessate il fuoco per oltre cinque anni, a differenza di altre che sono state solo una avventura militare senza uscita (non a caso il governo Berlusconi ne voleva venir fuori, proprio mentre era impegnato nei bombardamenti contro i libici), ecco che l&#8217;ammiraglio parla di cambi nella gestione operativa del supporto aereo in Afghanistan, ribadendo quanto già aveva avuto modo di riferire alle commissioni parlamentari di Camera e Senato congiunte. Bombe sugli Amx per «usare ogni possibilità degli assetti presenti in teatro, senza limitazione», compresi i bombardamenti, naturalmente. Si tratta di un&#8217;affermazione grave, che tradisce l&#8217;intenzione di modificare definitivamente il ruolo della politica interna in tutta la proiezione internazionale del nostro paese: sul piano economico lasciando a Monti le mani libere per trattare con i potenti da pari a pari, su quello militare per non farsi condizionare da fastidiosi <em>caveat</em> che hanno per lungo tempo caratterizzato la discussione sui decreti di rifinanziamento delle missioni militari. Eppure, quei <em>caveat</em> sono stati il modo attraverso il quale si è dato conto della adesione, almeno alla lettera se non alla sostanza, al dettato costituzionale. Si potrebbe obiettare che il vero problema sia andarsene da quel teatro di guerra, cosa che dovremmo fare al più presto, ma l&#8217;esperienza ci dice che nulla di ciò che costituisce uno strappo rispetto alla gestione della presenza militare possa essere sottovalutato senza che vi siano conseguenze ancora peggiori.</p>
<p>Leggiamo tutti che nel 2014 Obama intenda ritirarsi da una guerra che non si può né si deve vincere, da un paese in cui ci sono meno alquaedisti di qualsiasi grande metropoli occidentale. E l&#8217;ammiraglio che fa? Rilancia e promette bombardamenti. Del resto, deve piacere molto la guerra tecnologica a Di Paola, visto che, in tempi di risparmi, ha chiarito che il programma di acquisto e parziale costruzione dei 135 F35 non si taglia mentre i risparmi potranno realizzarsi sul versante della riduzione dei soldati: dagli attuali 180 mila ad un futuro di 130 mila o meno. Non conta nulla, per lo zelante militare, neppure l&#8217;evidenza che quei mostri distruttori siano pieni di difetti, che altri paesi abbiano abbandonato il programma e che per ogni F35 ci toccherà chiudere un ospedale o tagliare ancora le pensioni (basti sapere che con soli due aerei si poteva risparmiare quanto è stato tagliato alle pensioni dei lavoratori precoci nati nel &#8217;52/&#8217;53). Insomma, un nuovo modello di difesa che si basa tutto sulla capacità di “offesa”, i tagli alla truppa senza toccare i privilegi della casta dei generali e degli ammiragli (in Italia ce n&#8217;è uno ogni trecento militari contro uno ogni duemila negli Stati Uniti), la difesa sempre più legata a macro budget industriali per inseguire chimere tecnologiche che costano uno sproposito ai cittadini, invece di iniziare un serio percorso di riconversione delle avanzatissime tecnologie militari.</p>
<p>Nulla da dire, invece, per indicare un modello di difesa pienamente europeo ed integrato, dove basterebbe un esercito molto ridotto, con una conseguente ridiscussione del ruolo e della funzione della Nato. Ma, ritornando “a bomba” sul ruolo dei tecnici e del Parlamento, cosa ne dicono di queste esternazioni Monti e i partiti che dovranno esaminare il decreto di rifinanziamento delle missioni che in questi giorni è in votazione? Non sarebbe il caso di correggere, smentire, riportare la discussione nella disponibilità dei cittadini e non solo nel campo dell&#8217;arbitrio dei militari?</p>
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		<title>Ideologico e guascone: il governo Monti sembra quello del Cav</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 14:11:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Antonelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nacque tecnico, al servizio della verità; visse politico, al servizio della pubblicità. Alla soglia dei celebri cento giorni, fatidico test per ogni esecutivo, la fisionomia del governo Monti acquista tratti identitari sempre più marcati e matrici simboliche sempre più definite. S&#8217;annunciava una partitura fiacca, giocata sul timbro grave della voce dei professori, e invece sul pentagramma della sobrietà spuntano note barocche, intonazioni vivaci, perfino qualche rapsodia iconoclasta: prima gli “sfigati” della laurea lunga, ora i “monotoni” del posto fisso.</p>
<p>La messa in mora della politica e dei partiti, si sa, lascia vuoti che vanno colmati anche sul terreno della rappresentazione e della comunicazione: ciò vale dal lato dei <em>governati</em> (cittadini in rivolta, movimenti autorganizzati, proteste in ordine sparso) e da quello dei <em>governanti</em>, ossia dei tecnocrati che finiscono per assumere i caratteri precipui dell&#8217;agire politico, ivi compresa una bella spruzzata di demagogia. Appare del resto evidente che, per quanto svincolata dalla dittatura del consenso – e dunque immune all&#8217;immediata sanzione elettorale –, l&#8217;attuale classe dirigente ha preso a digitare i dispositivi propri del populismo. Un populismo non popolare, malgrado il popolo, ma pur sempre populismo, che fa perno sul senso comune, o del dovere, o della responsabilità, compulsa la vulgata dell&#8217;anticasta e sfoglia a favore di camera il dizionario dell&#8217;austerity. Insomma, cerca di vendersi bene.</p>
<p>Forse è esagerato paragonare Super Mario a Cetto Laqualunque, come ha fatto di recente il <em>Secolo d&#8217;Italia </em>per sottolineare la smania autopromozionale del presidente del Consiglio, «banditore di fiera» mica poi così diverso dal reprobo di Arcore. Però una cosa si può affermare con estrema rilassatezza, e cioè che i bocconiani al potere hanno tradito, nel suo intimo significato, il comandamento autoimposto della sobrietà. Perché non è sobrio, e men che mai tecnico, l&#8217;elogio smodato della dignità ritrovata. Non è sobria l&#8217;ostensione di una superiorità etnica all&#8217;epopea berlusconiana, l&#8217;onomastica pomposa dei provvedimenti (Salva Italia, Crescitalia, Liberitalia&#8230;). Non è sobrio né tecnico il retropensiero che fa di partiti e sindacati inutili orpelli di una democrazia allo stremo; non sono sobrie le retate, la foga manettara, la forca contro i forconi, la sfida muscolare agli antagonismi della penisola e la nomina dei commissari speciali. Non sono sobrie le frasi guascone di Mario Monti e Michel Martone, non è sobrio il crogiolarsi del capo del governo nella sua bell&#8217;Europa, non sono sobri i numeri sparati un po&#8217; a caso, l&#8217;iperbole del successo, l&#8217;effetto annuncio sulle riforme, l&#8217;annuncio della smentita e la smentita dell&#8217;annuncio, lo spread citato quando scende, l&#8217;uso truffaldino della parola “equità” e quello arbitrario della parola “privilegio”, il totem della politica del fare, i dispettucci fra i ministri, gli scandaletti e gli interessi senza conflitto, i doppi incarichi condonati in nome del prestigio di chi li riveste, le leggi a colpi di fiducia, l&#8217;ammuina sui beni della Chiesa e a momenti pure le radici cristiane nella costituzione Ue&#8230;</p>
<p>Insomma, sul piano dell&#8217;immaginario e ancor di più su quello delle politiche concrete, la frattura con l&#8217;ingombrante eredità della Prima e della Seconda Repubblica si direbbe più apparente che reale. D&#8217;altronde è stato lo stesso Monti a spiegare che il governo si muove «in un quadro di assoluta continuità» con il precedente esecutivo rispetto agli impegni assunti per il rientro dal debito pubblico. Quanto ai margini di manovra sui vincoli di bilancio «non c&#8217;è cosa – ha aggiunto il premier – che questo governo abbia potuto discutere, accettare o non accettare».</p>
<p>Dunque a chi ha giovato il capitombolo dei passati timonieri? A sentire i nostri portentosi <em>columnist </em>il vento in Europa è cambiato, tanto cambiato. Eppure non si può non vedere come anche Monti si presenti al pari dei suoi predecessori alla corte di Berlino in qualità di questuante, per elemosinare clemenza e vendere punti di Pil che ancora non ha. Esattamente come faceva Berlusconi, magari con qualche “cucù” di troppo che il nostro non si permetterebbe mai.</p>
<p>Ma anche allora, e un po&#8217; meno di ora, il Cavaliere era sospinto dal potere tetragono di una stampa partigiana che tutto gli aggiustava e tutto gli perdonava; <em>mutatis mutandis</em> il professore è coccolato dai giornali mainstream, e con toni da Istituto Luce: “ah che belle le liberalizzazioni&#8230;”. Sappiano gli italiani che i tempi duri stanno per finire. Come canta il <em>Corriere</em> in prima pagina: finalmente il pane fresco anche la domenica!</p>
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		<title>Celentano, facile fare il populista col canone degli altri</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 15:52:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Sparagna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tanti anni fa, quando l’Italia era un paese rovinato dal fascismo e politicamente congelato dalla guerra fredda, ma vivo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tanti anni fa, quando l’Italia era un paese rovinato dal fascismo e politicamente congelato dalla guerra fredda, ma vivo di speranze e impegnato nella sua ri/costruzione civile, le figure intellettuali che illuminavano la nostra società si chiamavano Croce, Gramsci, Pasolini, Rodano, Bobbio. Oggi, in un’Italia devastata da venti anni di berlusconismo e bipolarismo, con il futuro ridotto a zero da una crisi strutturale del sistema che inquina anche i cervelli, i nuovi intellettuali alla moda sono teste vuote, voci senz’anima, affaristi del vaffanculo, barzellettieri di regime.</p>
<p>Così siamo bombardati ogni giorno dalla retorica patriottarda dell’ex piccolo diavolo Benigni, dalle senili banalità dell’ex giullare Dario Fo, dai disonesti comizi dell’ex craxiano Giuliano Ferrara, dalla pseudosatira scatologica dell’ex stalinista Vauro, insomma da “mostri” che metterebbero di malumore anche Dino Risi.</p>
<p>Una delle più importanti figure di questa apocalisse culturale è senza dubbio Adriano Celentano. I suoi celebri monologhi televisivi sono minestroni di ovvietà, stupidaggini allo stato gassoso, ammiccamenti silenziosi al nulla, pseudodissenso privo di senso. Fossero gratuite, le sue esibizioni parafilosofiche sarebbero già insopportabili. Invece per essere presente al prossimo Festival di Sanremo l’ex cantante rock, oggi guru degli imbecilli, prenderà 300 mila euro (di soldi pubblici) a serata, l’equivalente in venti minuti di venti anni di salario di un povero cristo qualsiasi (e non conta il fatto che li darà in beneficenza). È la dimostrazione che il pensiero dominante non è più né forte, né debole, ma molleggiato, anzi disgustosamente molle.</p>
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		<title>Un giornale è un bene comune (e va finanziato dallo Stato)</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 06:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Eduati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giuliano Ferrara annuncia tempi dickensianamente duri per il quotidiano che dirige, il Foglio, e paragona un giornale di cultura ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giuliano Ferrara annuncia tempi dickensianamente duri per il quotidiano che dirige, il Foglio, e paragona un giornale di cultura ad un ente lirico che abbisogna di fondi pubblici per vivere:  &#8221;Non abbiamo mai praticato la lagna o la questua, c’era una legge, abbiamo aderito con orgoglio e senza jattanza perché sapevamo di fare un prodotto destinato alla creazione di uno spazio politico, civile e di cultura, non un veicolo per il reddito d’impresa&#8221;.</p>
<p>Il Foglio è un prodotto di nicchia. Anzi, cancelliamo la parola “prodotto”. E cancelliamo dunque le ripetute argomentazioni di coloro – pensando di essere davvero molto liberal – che vorrebbero lanciare un quotidiano nell&#8217;arena del mercato libero per vedere se sopravvive oppure soccombe, sbranato dal disinteresse dei lettori (dei non-lettori).</p>
<p>Un giornale non è un prodotto. Basterebbe entrare nell&#8217;archivio del manifesto, dello stesso Foglio, dell&#8217;Unità, di Liberazione e insomma nello spazio dove la vita di un Paese è accatastata silenziosa in forma di notizia, cronaca, commento, reportage, per rendersi conto del valore inestimabile di un collettivo che incredibilmente produce parole per descrivere la realtà e pezzetto dopo pezzetto codifica la Storia recentissima. Lo stesso vale per gli archivi Rai, Mediaset, Sky, La7. Molti pensano che la stampa cartacea abbia fatto il suo tempo. Allora trasferiamo il discorso sul web, dove leggiamo quotidianamente le notizie, spulciamo video e insomma ci informiamo spesso con l&#8217;illusione di informarci davvero: l&#8217;archivio delle notizie online conserva la stessa dignità di quello polveroso delle redazioni. Non cambia nulla.</p>
<p>E allora ha nuovamente ragione Giuliano Ferrara che, attribuendo la crisi del Foglio alla riduzione del contributo pubblico all&#8217;editoria, afferma che un quotidiano dovrebbe sottrarsi alla libera concorrenza delle merci, senza però dimenticare la dimensione lavorativa: non bisogna scialacquare i fondi pubblici né costruire carrozzoni dispendiosi sapendo che niente e nessuno potrà mai sanare davvero i conti. Occorre, in poche parole, ricordare che un giornale è anche un&#8217;azienda. Ma un&#8217;azienda particolarissima.</p>
<p>Lo scorso venerdì il governo ha promesso lo sblocco dei fondi per i giornali politici e di opinione, promettendo di eliminare dalla lista quelle pseudo-aziende editoriali che impiegano una o due persone, sono sconosciutissime nelle edicole e non hanno lettori. I contributi andranno anche ai quotidiani di partito, come Liberazione, La Padania e il Secolo d&#8217;Italia. Benché residuali, i giornali che dipendono da una formazione politica rappresentano comunque una cultura da preservare. Forse ha ragione Giulio Anselmi, presidente della Federazione degli editori e dell&#8217;Ansa, quando afferma che i partiti dovrebbero rinunciare ai fondi statali e finanziare con soldi propri i loro giornali. Ma non sono misure da applicare dalla sera alla mattina.</p>
<p>E soprattutto queste misure dimenticherebbero che un quotidiano come Liberazione, per fare un esempio a noi vicinissimo, non è soltanto un organo di partito ma da vent&#8217;anni racconta l&#8217;Italia secondo un irrinunciabile punto di vista. E qui torniamo ai giornali come enti lirici di Ferrara.</p>
<p>Ecco perché risultano davvero stonate le critiche che vorrebbero azzerare ogni contributo alla stampa di opinione. Sono voci che ignorano, o vogliono ignorare, che in Italia il duopolio editoriale Rcs e gruppo L&#8217;Espresso non lascia spazio ad alcuna esperienza davvero remunerativa. Il Fatto quotidiano, che pure non ha editori e vive di pubblicità e abbonamenti, paga i collaboratori 20 euro ad articolo: difficile sapere se il compenso sia così risibile per risparmio o per avidità di coloro che dirigono il giornale. Quale che sia la ragione, quei 20 euro ci ricordano che un giornalista è un lavoratore come molti altri, che ha un contratto di lavoro collettivo, che non è insomma parte di una casta, e spesso è precario e sfruttato. È questa forma ibrida (aziendale e culturale) che inganna l&#8217;occhio e produce mistificazioni: non è vero che se un giornale non riesce a produrre profitto allora è inutile e va soppresso senza pietà. Soprattutto quando la torta pubblicitaria viene ingoiata quasi totalmente dalla televisione, per colpa di una legge che andrebbe riformata.</p>
<p>Questa non è la difesa dei prodotti editoriali di pessima qualità. Non basta aprire una redazione per fare del buon giornalismo e invocare aiuti statali. Vale per il cinema, per il teatro, per la cultura e dunque anche per la stampa di opinione. È giusto verificare se un quotidiano viene letto, discusso e piace anche soltanto ad una piccola percentuale di lettori. Non è giusto invece immaginare che un organo tanto sensibile come un prodotto editoriale venga equiparato ad una azienda che produce scarpe o saponi. Lunga vita al Foglio, e a tutti i piccoli essenziali giornali.</p>
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		<title>No Tav, con Tobia avete arrestato tutta la Val di Susa</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 22:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Susanna Schimperna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E così un’opposizione popolare che dura da ventitré anni è diventata un affare di polizia. Una questione di ordine pubblico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E così un’opposizione popolare che dura da ventitré anni è diventata un affare di polizia. Una questione di ordine pubblico da risolvere con perquisizioni, arresti, domicilii obbligati o denunce a piede libero.</p>
<p>Scrive <em>Repubblica</em> il 27 gennaio: «Rossetto e Imperato sono i primi a cadere nella rete della polizia che dopo sette mesi di indagini ieri all’alba ha chiuso la trappola per i violenti della Val di Susa». Prosa da feuilleton degna di questi mostri cattivi, loschi figuri nascosti in chissà quali improbabili tane che solo la tenacia indefessa di grandi investigatori ha potuto scovare. Ma la trappola adesso si chiusa. Ce lo aggiungiamo un bel “finalmente”? Ma sì. Facciamo come Totò: abbondiamo. Perché è con un respiro di sollievo, un senso di liberazione gioioso che accogliamo la notizia che sono stati individuati e bloccati furbissimi delinquenti come Giorgio Rossetto, che si permette di definirsi “autonomo” e “anticapitalista”, o Maja, incinta di sette mesi, o il consigliere comunale Guido Fissore, stampellato dopo un’operazione e che con la stampella ha cercato di proteggere il piede malconcio (che poi: Toti che lancia la stampella <em>eroe </em>e Fissori che la agita <em>delinquente</em>?). Ma è quell’Imperato lì che fa davvero la differenza. Con un bel nome biblico: Tobia. Un bel marchio a fuoco: anarchico. Un bel curriculum da lestofante: è già stato in galera (sempre per una manifestazione). Una prova manifesta di pericolosità sociale: scrive libri.</p>
<p>Studioso da sempre del movimento anarchico, Tobia Imperato sta lavorando da tempo a una storia degli anarchici italiani, e intanto ha terminato un libro sui torinesi Ilio Baroni e Dario Canio, attivi all’epoca di Mussolini (dall’ultimo capitolo: «Nella lotta contro il fascismo, gli anarchici sono quelli che hanno pagato il prezzo più caro, al pari forse con i comunisti sul piano repressivo &#8211; anche se contrariamente a questi ultimi essi non potevano contare sull&#8217;aiuto della &#8220;grande patria sovietica&#8221; -  ma molto più elevato sul piano politico riducendosi da un ruolo di centralità all&#8217;interno del movimento operaio durante il &#8220;biennio rosso&#8221; ad un ruolo del tutto marginale nel dopoguerra»). Ma soprattutto Tobia è l’autore del libro più importante, documentato, ben scritto e appassionato sulla vicenda del Tav, il treno ad alta velocità Torino-Lione grazie al progetto del quale un’intera valle vive ormai come in assetto di guerra e, come in una guerra, ci sono dei morti. <em>Le scarpe dei suicidi</em>, così si chiama il libro, è la storia di Sole e Baleno, i ragazzi innamorati morti in carcere (suicidi è la versione ufficiale e forse anche la più probabile) dopo essere stati arrestati come ecoterroristi, accusa che doveva poi dimostrarsi infondata. <em>Le scarpe dei suicidi </em>è anche la storia di Silvano Pelissero, “ecoterrorista” anche lui ma scampato al suicidio, una vita rovinata da perseguitato, bollato. Attraverso questi ragazzi, la ricostruzione precisa del mastodontico affaire Tav, i retroscena, gli interessi, le contraddizioni. E la vicenda giudiziaria di Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas: l’inchiesta, il processo e la morte. Sfido chiunque, appassionato pro-Tav e fermamente (purché in buona fede) convinto che “se si va in galera un motivo c’è sempre”, a non vacillare – a dire il meno – dopo questa lettura.</p>
<p>A tal punto mi ero all’epoca innamorata del libro, che qualche anno fa proposi a Tobia di ripubblicarlo (è edito dalle autoproduzioni Fenix!, che l’hanno curato come a volte nemmeno i più attenti e ricchi editori sanno fare) con qualcuno che potesse dargli più visibilità. Avevo pensato a Malatempora, di Angelo Quattrocchi, o alla Coniglio Editore. Con assoluta determinazione, Tobia mi rispose che se ne poteva discutere, ma a una condizione: l’editore avrebbe dovuto accettare il no copyright. “Un grande”, come si dice delle rockstar. Una persona forte, che non arretra e non ha paura, aggiungo. Dal carcere, nel 2005, continuò a dire quello che voleva dire ma anche a ridere, facendo sapere a tutti che stava bene («Non spreco parole per parlare del carcere, tutti noi sappiamo com’è. Confermo, è peggio. Non ho intenzione di piangermi addosso.»). Oggi non ha cambiato atteggiamento.</p>
<p>Insopportabile davvero una persona animata da valori e idee che non conoscono compromessi e capace di tanta puntigliosità quando si tratta di comprendere e raccontare i fatti. Il punto è che ci siamo poco abituati.<br />
In un articolo subito dopo la morte di Baleno per <em>Tuttosquat</em>, ripubblicato ne <em>Le scarpe dei suicidi </em>all’interno della prefazione, Tobia nel 1998 dice: «Non sono uno squatter. Mi considero un anarchico senza aggettivi. Non sono l’espressione del disagio giovanile: l’unico disagio che sento è quello di essere costretto a vivere in una società dominata da politicanti, padroni, preti, giudici, poliziotti e via dicendo. Sono uno di quei quarantacinquenni che i vari politologi e sociologi da operetta definiscono residuati del ’68 e del ’77. Evidentemente questi imbecilli non si rassegnano al fatto che molti di noi non sono stati recuperati, ma sono ancora percorsi dagli stessi fremiti di ribellione e hanno conservato inalterata la stessa voglia di mutare l’esistente».</p>
<p>Una nota curiosa: oggi a difendere Tobia c’è, in prima linea, proprio un prete, quel magnifico Don Gallo che non ha problemi a parlare di repressione poliziesca e a dire «Sono solidale con gli arrestati».</p>
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		<title>Wu Ming, Twitter e le nuove proscrizioni</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 14:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Mirenzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci deve essere davvero qualcosa che non va se anziché trovare il modo di usare bene Twitter i Wu Ming [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci deve essere davvero qualcosa che non va se anziché trovare il modo di usare bene Twitter i Wu Ming gettano la spugna. Prendendosela col social network che più di tutti è riuscito a essere uno strumento di grandissima utilità nelle mani di chi si ribella, dal nord Africa a Zuccotti Park, passando per Puerta del Sol. L’accusa,<a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6991&amp;utm_source=feedburner&amp;utm_medium=twitter&amp;utm_campaign=Feed%3A+giap+%28giap%29" target="_blank"> lanciata</a> dal loro seguitissimo blog , è quella di poter diventare «<em>peggiorativo</em> della realtà che trova»,  amplificandone «i tratti più retrivi»,  «se usato assecondandone in toto la logica» dell’immediatezza, invece di contrastarla «con l’autodisciplina e la creatività».</p>
<p>Il fatto che ha motivato la reprimenda del collettivo di scrittori è il modo in cui a loro avviso ieri è stata denigrata la manifestazione dei No Tav su Twitter. Ossia gettando discredito sul movimento, accusato di aver oltraggiato, imbrattandolo di vernice, un poster di Norberto Bobbio, al cui fianco compariva la parola «servo». Sul social network, il nome del filosofo ieri è diventato un trending topic, cioè una delle parole più usate. Moltissimi hanno utilizzato l’hashtag #Bobbio per dire di non gradire affatto l’attacco lanciato all’immagine del filosofo, peraltro nella sua città, Torino. Anche perché, a volerla dire tutta, che c’entra Bobbio con la Tav?</p>
<p>Appunto: niente. Il vero oggetto di coloro che hanno macchiato di vernice l’immagine del filosofo, in effetti, è un giornalista de La Stampa di cui è meglio non fare il nome. Se si cerca l’immagine incriminata sul web da una prospettiva più <a href="http://roma2011.blogosfere.it/galleria/2012/01/i-no-tav-imbrattano-limmagine-di-bobbio-e-invece-no.html/2" target="_blank">larga </a>si scopre che il Bobbio imbrattato campeggia tra due saracinesche. Su una è scritto il nome del giornalista de La Stampa. Sull’altra il giudizio: «Servo».</p>
<p>I Wu Ming lamentano che «in poco tempo, si è visto sacralizzare in modo strumentale il nome (o meglio, il volto) di un filosofo morto, allo scopo di attaccare l’intero movimento e forse coprire il vero bersaglio polemico di quella scritta, cioè il giornalista de “La Stampa”» di cui è meglio non fare il nome (i Wu Ming invece lo fanno). «Di quest’ultimo, i No Tav denunciano da tempo – <em>denunciano</em> anche in senso stretto – non solo gli articoli, ma anche i presunti comportamenti da “guerra sporca”. E qualcuno, senza molto successo, ha chiesto spiegazioni al direttore del quotidiano, Mario Calabresi».</p>
<p>Dal momento che, come scrivono, «se la parola fugge in avanti prima che si formi il pensiero … fatalmente si tira fuori il peggio» i Wu Ming farebbero bene a riflettere sul peggio che viene fuori anche dalla loro penna e dalle bombolette spray di chi partecipa ai cortei anti-Tav. Questo giornale ha già <a href="http://www.glialtrionline.it/home/2012/01/27/val-di-susa-se-anche-la-sinistra-ha-il-cervello-in-manette/" target="_blank">scritto</a> cosa pensa degli arresti e anche cosa pensa del silenzio della sinistra di fronte agli arresti. Ma fare i nomi e i cognomi di un giornalista che come tutti i giornalisti può anche sbagliare, personalizzando un conflitto che non ha niente di personale ed esponendo una persona a una visibilità accecante, non ci sembra davvero un passo in avanti (su Indymedia Lombardia una discussione ha questo titolo: Il giornalista di cui è meglio non fare il nome «è ancora vivo»).</p>
<p>Come non ci sembra affatto astuto concludere che la moltiplicazione degli utenti di Twitter comprometta la possibilità di usarne le potenzialità. Naturalmente i Wu Ming sono liberissimi di non usarlo affatto, Twitter, visto che sono «molto  scoglionati» dal fatto che non riescono a controllarlo. Ma si da il caso che la forza di Twitter è data proprio dal fatto che nessuno riesce a controllarlo. Né i Wu Ming. Né i Mubarak sparsi per il mondo nella catena di comando.</p>
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		<title>A.C.A.B.</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 11:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Minuz</dc:creator>
				<category><![CDATA[MovieTweet]]></category>

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		<description><![CDATA[ACAB – All Cops Are Bastards (S. Sollima, ITA/FRA, 2012)   Cronache celerine d’un Paese brutto, sporco e fascistello. Denunce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>ACAB – All Cops Are Bastards</em></strong></p>
<p>(S. Sollima, ITA/FRA, 2012)</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>Cronache celerine d’un Paese brutto, sporco e fascistello. Denunce e piaghe sociali. Su tutte, la piaga della recitazione nel cinema italiano</p>
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		<title>SHAME</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 11:14:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Minuz</dc:creator>
				<category><![CDATA[MovieTweet]]></category>

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		<description><![CDATA[  Shame (Id., S. McQueen, UK, 2011)   Piccoli e grandi drammi dell’erotomania. La coazione del porno e le Variazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Shame</em></strong></p>
<p>(<em>Id</em>., S. McQueen, UK, 2011)</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>Piccoli e grandi drammi dell’erotomania. La coazione del porno e le Variazioni Goldberg, tra cliché della solitudine newyorchese.</p>
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