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Titolo dell’editoriale del Corriere: “Garantisti sempre”.
Giusto! Finalmente! Titolo sotto: “Alberto, per noi tu sei colpevole”. Chi è Alberto? È Stasi, il ragazzo accusato dell’assassinio di Chiara Poggi e poi pienamente assolto. Non c’è bisogno di essere garantisti per dire Alberto è innocente. È innocente e basta. E allora perché il Corriere lo perseguita? Perché ha pubblicato un libro colpevolista prima della sentenza e non vuole buttarlo al macero. Garantisti sì, ma il mercato è il mercato, bellezza…
Eugenio Scalfari ha scritto un articolo di analisi rigorosa sulla crisi della sinistra. Nel quale individua la causa del tracollo nell'imborghesimento dei suoi dirigenti. Troppo molli, troppo chic, troppo ricchi. Dice Scalfari: devono tornare quelli di una volta, squattrinati e in mezzo al popolo. Come D'Onofrio, come Di Vittorio. L'ultima dichiarazione dei redditi di Scalfari (l'ultima conosciuta, resa pubblica da Visco) era appena un po' inferiore al milione all'anno. Di euro. Anche Di Vittorio guadagnava un milione all'anno. Di lire.
La Rai deve risarcire Paolo Ruffini, al quale ha tolto la direzione della terza rete Tv. Ocorrono almeno tre direzioni di piccoli canali TV - dicono i manuali - per risarcirne la mancata direzione di una grande rete. Per reperirle, si è dovuta togliere Rai educational a Giovanni Minoli. Per risarcire Minoli si è inventato un nuovo canale Tv, Rai 150, che si occuperà del 150° dell’unità di Italia. Minoli però ha diritto a un contratto di due anni, mentre gli anniversari, di solito, durano solo un anno. Allora il canale è stato prolungato e si chiamerà Rai 150/ 151.
Nel ’68, a Roma, c’era un giovane che si chiamava Buccellato. E una filastrocca che diceva: “Il primo schiaffo che è volato se l’è preso Buccellato”. Perché ogni volta che arrivavano i fascisti, Buccellato buscava. Adesso pare che nel centrodestra giri una filastrocca simile: “Quando scatta la tagliola c'è la zampa di Scajola”. Povero Scajola, tocca sempre a lui dimettersi. È l'unico nel centrodestra. E il bello che in tanti anni al governo non è stato mai raggiunto neppure da un avviso di garanzia. Però finisce sempre lì: al Colosseo, sbranato dalle fiere...
Le guardie hanno catturato un ragazzo che passeggiava per Roma, lo hanno bastonato a sangue (20 contro uno), e poi lo hanno portato in prigione accusandolo di "resistenza" e di essere un ultrà. Il ragazzo in realtà non si coccupa di calcio, ma questo non cambia niente. Il giudice ha detto: valuteremo. Il capo della polizia ha detto: indagheremo. Il governo ha detto: provvedermo. L'opposizione ha detto: ci indigneremo. E intanto, per giorni e giorni, lo hanno lasciato in cella.
Massimo D’Alema ha detto che il berlusconismo, cioè la cultura berlusconiana, ha dilagato ed è egemone anche a sinistra. Ha definito Carlo De Benedetti un berluschino. Ha denunciato il disprezzo per la cultura politica e l’esaltazione acritica della società civile. È veramente insopportabile che dal mondo politico le cose più sagge e intelligenti continui a dirle D’Alema. Che è un vecchio bacucco rimbambito. Per questo D’Alema è insopportabile ed è insopportabile la sua arroganza: se continua a dire lui le cose più intelligenti, quando mai ci sarà il rinnovamento, porca miseria!
Tutti si raccomandano: «Che la manovra sia equa!». Giusto! Che vuol dire, equa? Che se per caso si pensa di tassare le “stock option” a quelli che guadagnano un milione all’anno (o più) è giusto anche tagliare lo stipendio agli statali che guadagnano 1200 euro al mese. E mettere qualche ticket che impedisca ai pensionati di farla franca. E magari porre fine agli assegni di invalidità, che talvolta raggiungono la cifra di centinaia di euro al mese, e che te li becchi semplicemente perché hai subito un infortunio e magari ci hai lasciato solo una mano o un polmone… Equità: equità e rigore.
Una volta c’era il duopolio Tv: tre reti sotto il controllo del Parlamento, tre reti a Berlusconi. Ora c’è il triopolio. Una rete (la terza), più alcuni programmi (come Annozero) sono passate sotto il controllo diretto della magistratura, che ha il compito di nominare i direttori, decidere chi conduce certe trasmissioni, fissare i palinsesti. I giornalisti, a seconda di dove sono inquadrati, rispondono al governo, o all’opposizione o ai giudici. Forse era meglio quando c’era la lottizzazione perfetta e regnava il manuale Cencelli.
A Cuneo una ragazzina quindicenne di nazionalità marocchina è stata picchiata a sangue da quattro compagne di scuola perché era uscita con un ragazzo italiano. Le picchiatrici le hanno intimato di non mettere più gli occhi sugli italiani. I carabinieri di Cuneo hanno dichiarato: «Non si tratta di razzismo». E già, ma quale razzismo? Non è che le quattro italiane fossero razziste, è che la vittima era marocchina…
Il ministro Alfano ha detto che la legge antiintercettazione serve a separare le carriere di magistrati e giornalisti. Ha ragione, e la battuta è molto spiritosa. Se poi lui capisse che è anche necessario separare le carriere dei proprietari di Tv e giornali da quelle dei capi del governo, beh, sarebbe quasi perfetto.
Fini ha detto che la Padania non esiste. Bossi ha detto che la Padania esiste e non esiste Fini. Berlusconi ha detto che esiste Brancher e che è ministro. Bossi ha detto che forse esiste Brancher ma non è ministro, perché il ministro è lui: Bossi. Ma Berlusconi, esiste? Sì esiste, e si batte contro l'opposizione. Che però non esiste. Bossi ha detto che lui può risolvere ogni problema, cioè che è Dio. Ma Dio non esiste. E comunque non è ministro.
Rina cara, te ne sei andata e ora che anche la cerimonia degli addii è terminata, ora che l’attivismo frenetico, che segue la morte di una persona cara e ne allontana per qualche ora il dolore, è cessato … ora sono davvero sola. I ricordi non consolano. Fra qualche tempo forse. Il tuo volto, impertinente, ironico, curioso, si confonde già nella mia memoria con quello sofferente degli ultimi giorni della tua vita. Vorrei che tu rimanessi con me.
Si legge sui giornali che forse Berlusconi è arrivato al lumicino. È isolato. Sta per perdere. Finalmente: era ora. Si legge che è pronta la successione, nel senso che si è cementata una alleanza in grado di organizzare la rivolta e di prenderne il posto alla guida del paese. Questa alleanza ha tre leader: Fini, ex segretario del Msi, Montezemolo, ex presidente di Confindustria, e Casini, ex leader di una frazione molto di destra della destra democristiana. Oddiodiodio!!! E se trovassimo il modo per tenerci …non vabbé, questa non la scrivo.
Bocchino dice di avere delle intercettazioni che rovinano Verdini. Cicchitto dice che se Bocchino ha le intercettazioni è un infame e merita lui di essere rovinato. Bondi vuole cacciare Fini e prendersi Casini. Bossi vuole cacciare Casini e Fini. Casini vuole Berlusconi e Bersani e vuole cacciare Fini e Bossi. Berlusconi vuole cacciare tutti. E Bersani? Ah, già, Bersani! Ma chi era Bersani?
Berlusconi ha detto che la questione morale non riguarda il suo partito. Nel suo partito – ha spiegato – non si ruba. Non aspettatevi da noi un commento. Basta il titolo di questa rubrica, per ora. Un commento più approfondito e complessivo ve lo forniremo solo quando anche Bossi spiegherà che nel suo partito non c’è razzismo, Casini rivendicherà la laicità dell’Udc, Di Pietro lo specchiato garantismo, Fini la linearità della propria biografia politica e Bersani giurerà di essere proprio lui il capo del Pd…
Ieri ho pagato la quota di iscrizione all’albo dei giornalisti. È obbligatoria l’iscrizione all’albo. Ho versato 111 euro. Poi sono andato a informarmi su quanti sono i giornalisti in Italia. Circa 110 mila. Cento euro ciascuno fa 11 milioni di euro. Cosa ci fa l’ordine con 11 milioni di euro? Paga lo stipendio al presidente, finanzia il processo a D’Alema che ha apostrofato Sallusti (sono due iniziative nobilissime e indispensabili) e poi? Boh.
Beppe Grillo ha dichiarato che il suo movimento parteciperà alle elezioni politiche. Ma subito dopo ha dichiarato che però sarebbe folle andare ora alle elezioni politiche. Prima ci vorrebbe un bel governo tecnico, come quelli che piacciono a D’Alema e a Dini. Grillo che vuole un governo tecnico d’alem-draghista è un po’ come se Gianni Letta convocasse una manifestazione anticlericale a piazza San Pietro...
Ha scritto Giovanni Valentini su Repubblica, a proposito di Vendola: «Che cosa c'entra l'orecchino con la sua aspirazione a guidare il governo? Quale valore può avere un simbolo del genere rispetto ad una tale carica istituzionale, agli occhi di una maggioranza di centro sinistra? E infi ne, esistono nel mondo occidentale altri premier che sfoggiano un monile del genere?». Mi ricordo che mia nonna, negli anni '50, era molto, molto più moderna di questo Valentini!
Pensiero meridiano é quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integralismi della terra, quando si scopre che il confi ne non é un luogo dove il mondo fi nisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa diffi cile e vera». Questa straordinaria metafora, tratta da Pensiero Meridiano di Franco Cassano, può rappresentare uno spunto di grande rilevanza nella costruzione di un nuovo profi lo culturale e politico della Destra italiana. Quella Destra che, per dirla con Montanelli, c’era prima di Berlusconi e ci sarà dopo di lui. Parlare di Destra Politica è indispensabile anche per chi, come me, ritiene che le vecchie categorie del ‘900 abbiano perso senso e capacità di spiegare il mondo: indispensabile per evitare strumentalizzazioni da parte di chi ci dipinge come “di sinistra”o addirittura comunisti e soprattutto per sgombrare il campo dai “distinguo” e dagli alibi di alcuni, forse spaventati dall’essersi allontanati dalla confortevole protezione di Silvio Berlusconi. Noi dobbiamo costruire, con gli arnesi culturali dell’attualità, una politica che non sia condizionata dall’economia ma che ne guidi i processi, che non assecondi sempre e comunque gli istinti retrivi del popolo ma sappia indirizzarli al bene comune.
Walter Veltroni la settimana scorsa ha finalmente scritto una lettera agli italiani. E questo suo gesto generoso ha riportato un po’ di serenità nel paese che iniziava ad essere inquieto. Nella lettera, tra l’altro, ha scritto: «Se solo un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra invece di Berlusconi, ora saremmo noi a guidare il paese» (sic!). Cos’è che ti colpisce sempre, quando parla o scrive Veltroni? L’acume dell’analisi politica!
L’estate è finita e la politica è tornata alla grande. Nel Pd si litiga sulla legge elettorale, D’Alema e Veltroni si prendono a male parole, Berlusconi insiste per il processo breve, Fini prende le distanze, Casini vorrebbe costruire un terzo Polo, Parisi ripristinare l’Ulivo, Bersani resuscitare l’Unione e cambiarle nome. …Come vedete la politica è piena di novità. Per fortuna i centri sociali hanno impedito di parlare a Dell’Utri!
Travaglio si è indignato perché alcuni giornali italiani, e persino il presidente della Repubblica, hanno condannato i fischi contro Schifani alla festa del Pd. Dice Travaglio: «In democrazia fischiare e contestare un personaggio pubblico è legittimo e doveroso». Già. Resta da capire perché Travaglio chiese strepitando a Santoro di chiudere la bocca al suo interlocutore, quando il giornalista Porro, in tv, gli contestò quella vacanzuccia con un personaggio un pochino inquisito. Liberali per sé, stalinisti con gli altri…
Il governo Berlusconi e la sua maggioranza non esistono più. Non è ancora noto, mentre scriviamo, quel che i lettori sapranno quando questo giornale arriverà nelle edicole, se la crisi sarà già formalmente aperta o se, in nome della comune paura delle urne, i duellanti saranno riusciti a nascondere la notizia del decesso, come usava nell’indimenticata Unione Sovietica.
Cibo come filosofia, politica, cultura. E cibo come futuro. In occasione del Salone internazionale del Gusto di Torino (21-25 ottobre), approfondimento de Gli Altri su alimentare, ogm e gastronomia. Confronto fra Alessandro Vitale e Cinzia Scaffini, intervista ad Alice Waters, consulente della Casa Bianca, Terra madre, l’estetica del gusto e cinquant’anni di potere e menù.
Si può discutere dei clienti uscendo dal gossip e dal moralismo? Sì, ma per farlo è necessario mettere in discussione se stessi. Lo ha fatto il gruppo di maschileplurale con un seminario a Torino.
Bersani, quando gli hanno detto che Pisapia aveva vinto le primarie a Milano, ha commentato: credo che le primarie siano un’idea superata. Berlusconi, quando gli hanno detto che la Camera, e non il Senato, gli avrebbe negato la fiducia, ha proposto: sciogliamo la Camera. Veltroni invece ha sostenuto che le elezioni oggi sono pericolose perché “dall’esito incerto”, lasciando capire che preferisce le elezioni a risultato garantito, come si facevano in Bulgaria. Mussolini invece disse quella frase sul bivacco dei manipoli...
Grillo dice che Vendola non va bene, è vecchio, perché fa politica da trent’anni. Già. Come si può aspirare a diventare leader se nel proprio passato c’è questa vergogna da nascondere? Del resto gente come Berlinguer, Moro, Che Guevara, Luther King, Mandela, Indira Gandhi, Lumumba, e anche Gramsci, diventarono leader solo dopo una lunga carriera impegnata a far soldi come attori comici...
Non chiamatela tragedia, ha detto Niccolò, nipote di Mario Monicelli, riferendosi al suicidio del grande regista. Hai ragione Niccolò. Il suicidio di Monicelli parla un altro linguaggio, racconta un altro senso. E anche noi insieme a te lo vediamo come un gesto di libertà. La stessa libertà che era stato in grado di raccontare e di esprimere con il suo cinema e con la sua storia, la ritroviamo tutta in questo gesto, anche disperato, anche estremo se si vuole, ma capace di dire il corpo è mio. Io decido quando è fi nita. Non lo decide lo stato, non quattro burocrati di partito, non una legge che impone a tutti il volere di pochi. Lo decido io, anche se buttandomi dal quinto piano dell’ospedale. Come altre morti celebri della cultura, quella di Monicelli lascia un segno forte, una sorta di proseguimento delle sue pellicole. Un affondo plateale e da commedia amara. Un gesto estremo ma libero. Un gesto in fondo bello che solo un grande regista e un grande uomo come lui poteva fare.
Piersilvio Berlusconi che brinda per il successo di Roberto Saviano? Non è fantascienza. È la verità. "Vieni via con me" è un programma Endemol, di cui il 33 per cento è di Mediaset. E se l'icona dell'antiberlusconismo è prodotta da Berlusconi, un problema forse c'è. O no?
MARSHALL MCLUHAN, L’INATTUALE. Al via un convegno che ricorda, a 30 anni dalla morte, la lezione del più visionario dei sociologi. Una critica feroce alla favole del “consumatore attivo” e alla macchina dei media, un potere come gli altri. E come tale Coraggio, sinistra oscuro.
DALLA PARTE DEL CAPPONE Visto che è Natale, abbiamo avuto la malefica idea di farvi venire qualche senso di colpa, proprio in occasione del cenone. Un Queer animalista. Tante storie, tanti punti di vista, intorno a un tema che, vegetariani o no, ci coinvolge tutti: la violenza contro gli esseri non umani. Buone feste!
CONFLITTO vs. VIOLENZA Stessi studenti, stessa incazzatura ma due manifestazioni diversissime, una violenta e rabbiosa, l’altra arrabbiata e pacifica. Attraversiamo il movimento con le categorie violenza/nonviolenza per cercare di capire se riuscirà a crescere e diventare ancora più forte.
IL VIZIETTO DELLA SCHIAVITÙ Migranti, operai, badanti: ritornano gli schiavi. Una sconfitta della nostra società che non ha saputo resistere al vizio antico di dominio.
WE SHALL OVERCOM Joan Baez ha compiuto settant’anni lo scorso 9 gennaio. Il nostro giornale la festeggia pubblicando una bella e appassionata lettera che la cantante attivista scrisse quando fu reclusa per un mese nel carcere di Santa Rita (California), per aver guidato una dimostrazione di protesta contro la guerra in Vietnam.
COFFERATI: «PD, HAI SBAGLIATO TUTTO» Il Pd non ha capito la vicenda Fiat né la gravità per la democrazia del gravissimo attacco ai diritti degli operai. Sergio Cofferati, ex segretario Cgil, ex sindaco di Bologna, chiede al suo partito uno scatto di pensiero, perché «nel sistema dei diritti, se si indeboliscono quelli del lavoro si apre il varco contro quelli umani e di cittadinanza».
ARTISTI PER GLI ALTRI Questa settimana pubblichiamo il primo manifesto d’artista dedicato ai lettori de Gli Altri. È una bellissima opera di Felice Levini, con una frase di Rimbaud che amiamo molto. Altri manifesti arriveranno, a comporre una collezione che – siamo sicuri – apprezzerete.
Poveri noi! In Occidente siamo sempre più poveri. La commissione sulla povertà e l'Istat forniscono le cifre, ma oramai lo vediamo con i nostri occhi e lo sperimentiamo ogni giorno. Anche la classe media comincia a frequentare le strutture assistenziali come il Centro aperto due anni fa a Milano dal cardinal Tettamanzi, mentre schiere di giovani il lavoro neanche lo cercano più.
MAROCCO, TUNISIA, EGITTO, SIRIA... PERCHÈ QUI NO? Africa in rivolta e scacchiere internazionale in movimento. Gli Stati Uniti sono della partita, mentre l'Europa è afasica e l'Italia invisibile. Eppure dovremmo battere un colpo. Con l'aiuto (decisivo) di Obama.
FACILE INDIGNARSI Che cos’è l’indignazione? Mentre in Francia spopola il libro di un ex partigiano, dedichiamo il nostro Queer all’analisi di questo sentimento, che è forte, connotato in genere positivamente, ma che non sempre ci convince. Un po’ perché si esaurisce nella sola testimonianza, un po’ perché cede facilmente al moralismo.
Parola di donna In questi giorni in libreria il volume curato dalla nostra Ritanna Armeni. Cento parole che hanno cambiato il mondo, dalla libertà all’uguaglianza, dall’amore alla clitoride. Autrici le protagoniste della vita pubblica e intellettuale italiana di questi anni. Vi proponiamo l’anticipazione delle voci “Sinistra” e “Destra” scritte rispettivamente da Luciana Castellina e Flavia Perina.
POPULISTICA Qual è oggi il rapporto tra spazio pubblico e creatività? L’architettura ha ancora un suo linguaggio o è “raccontata” dall’arte contemporanea? La Cittadellarte di Michelangelo Pistoletto è utopia o populismo?
DOPO IL 13 FEBBRAIO Continua il dibattito sul dopo 13 febbraio iniziato con un articolo di Ritanna Armeni e Angela Azzaro. Hanno scritto Titti Di Salvo, Roberta Agostini, Celeste Costantino, Valeria Fedeli.
Un regalo per i nostri lettori: tra due settimane, venerdì 1 aprile (ma non è un pesce!) con "Gli Altri" gratis in edicola riceverete il libro di 128 pagine, "Usciamo dalla crisi – viaggio nel lavoro e verso i Referendum", scritto dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro e dal responsabile del dipartimento lavoro-welfare, Maurizio Zipponi. Un vero e proprio viaggio nell’Italia che mostra ormai profonda sofferenza e, nello stesso tempo, un utilissimo strumento che spiega come, con la vittoria ai referendum sul nucleare, il legittimo impedimento e l’acqua, si può mandare a casa Berlusconi e far saltare il tappo che impedisce al paese di ripartire.
Assetati Sabato a Roma la manifestazione dei comitati che hanno promosso il referendum sulla ripubblicizzazione dell’acqua. Un obiettivo democratico fondamentale che va raggiunto pacifisti “senza se e senza ma”.
Un regalo per i nostri lettori: da oggi e per altre due settimane con "Gli Altri" gratis in edicola riceverete il libro di 124 pagine, "Usciamo dalla crisi – viaggio nel lavoro e verso i Referendum", scritto dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro e dal responsabile del dipartimento lavorowelfare, Maurizio Zipponi. Un vero e proprio viaggio nell’Italia che mostra ormai profonda sofferenza e, nello stesso tempo, un utilissimo strumento che spiega come, con la vittoria ai referendum sul nucleare, il legittimo impedimento e l’acqua, si può mandare a casa Berlusconi e far saltare il tappo che impedisce al paese di ripartire.
EMERGENZA LEGA «Hanno portato il Paese verso un rischio di catastrofe prima che cominciasse l’emergenza umanitaria. Se il transito di poche migliaia di immigrati da Lampedusa diventa un fi lm dell’orrore e se si immagina di gestirli con un modello ad alta concentrazione in luoghi possibilmente recintati, è chiaro che si sta costruendo un’emergenza, non gestendo l’emergenza».
IL RISORGIMENTO DEL PALATO Le cucine regionali sono l’unica, originale e concreta prova dell’esistenza dell’Italia. Un Paese con la vocazione al gusto e alle diversità, ma che preferisce ubriacarsi di retorica. Grazie alle opere di Pellegrino Artusi anche il mangiare diventò italiano. E nella letteratura del tempo, tra “sacrifici” e buoni sentimenti, trovò posto il piacere.
SALGARI, L’EROE DEGLI EROI Cento anni fa moriva il creatore di Sandokan. Ha fatto sognare milioni di contemporanei ed è morto povero. Fan illustri vorrebbero riportarlo in auge e farlo riscoprire alla generazione della playstation.
C’ERA UNA VOLTA “IL MANIFESTO” Quaranta anni fa scoppiava una bomba nel mondo dell’informazione: usciva “il manifesto”. Era anticonformista. Era la critica allo stato puro. Costrinse tutti a cambiare. Quanto tempo è passato.
CENTRI COMMERCIALI O CENTRI SOCIALI? Altro che “non luoghi”. I centri commerciali sono vere e proprie città piene di vita e relazioni. A metà strada tra la piazza pubblica e la comunità, laboratori perfetti per nuovi confl itti.
IL NOSTRO SANGUINETI Il prossimo 18 maggio ricorre il primo anniversario della morte di Edoardo Sanguineti. Con lui, noi de Gli Altri, avevamo un rapporto speciale, intenso, cordiale, fatto di collaborazione e di confronto molto schietto e a volte aspro sul modo di intendere la politica e più in generale la società. Lui marxista ortodosso, noi impegnati da tempo in un’operazione di critica e anche di rovesciamento delle vecchie categorie della sinistra. Ma comunque, lui e noi, accomunati dall’esigenza di una messa in discussione radicale dello “stato di cose presente”.
IL NOSTRO SANGUINETI. A un anno dalla scomparsa di Edoardo Sanguineti, abbiamo deciso di ricordare il grande poeta e intellettuale con un libro che raccoglie i suoi articoli pubblicati sul nostro giornale. Da oggi e per due settimane, il volume sarà distribuito in allegato a Gli Altri nelle edicole di Roma, Milano, Genova e Torino al costo aggiuntivo di un euro.
Speciale Milano e Sardegna Una città che cambia volto e chiude col berlusconismo, come ci racconta Aldo Bonomi. Giuliano Pisapia: se vinciamo noi effetto domino sul governo. Una regione che si risveglia, ancora prima che nelle urne, nelle piazze. I pastori protagonisti. Massimo Zedda: centrosinistra unito, possiamo farcela.
MELISSA VS. REPUBBLICA “I grandi della narrativa”, la nuova iniziativa editoriale del Gruppo Espresso (nella foto, De Benedetti) prevede, su quindici autori, una sola scrittrice. Dopo mesi passati a criticare l’uso strumentale del “corpo delle donne” da parte dei palinsesti berlusconiani, anche le penne più liberal d’Italia cadono nel cliché più desolante: la cultura è maschile.
L’Italia omofoba è assediata. Ovunque in Europa si approvano norme che riconoscono le unioni gay, che tutelano i trans, tranne che da noi. Andiamo alla deriva somigliando sempre più a quei paesi, come l’Iran, dove almeno c’è la scusa del fondamentalismo islamico.
Caro professor Asor Rosa, condivide con me quest’aria fresca? L’altro giorno, attraversando villa Borghese, ho assistito a scene che andavano dipinte. Ciurme di ragazzi che per festeggiare la fine dell’anno scolastico si rincorrevano con buste di farina e gavettoni pieni d’acqua. Era divertente. Li ho visti camminare a tentoni ricoperti di pastella. Sembravano enormi filetti di baccalà.
Un incontro per ricordare Rina Gagliardi. Il 27 giugno dell’anno scorso è morta Rina Gagliardi. Rina è stata l’anima del nostro giornale. Ci ha aiutato a pensarlo, a progettarlo e finché è vissuta a scriverlo: ne è stata la firma numero 1. Ci è mancata moltissimo, anche se in questo lungo anno abbiamo cercato di fare tesoro dei suoi consigli. Lei ci diceva: provocazioni ma anche moderazione. E sorrideva beffarda. Lunedì sera (appunto, 27 giugno) alle 19 i suoi amici si vedono per ricordarla alla “Casa internazionale delle Donne” a via della Lungara, a Roma.
Estate 2011, il gossip è morto. Le intercettazioni, la cronaca nera e i mille reality hanno ucciso il pettegolezzo tradizionale, quello senza il quale non è lecito parlare di “estate”. È l’Annozero della riservatezza.
“Gli Altri” in bella mostra. Per tutto luglio arte, visioni, idee e narrazioni al Museo laboratorio della "Sapienza". Oggi pomeriggio l’incontro tra i lettori, i redattori e i collaboratori del nostro settimanale. Appuntamento a cura di Andrea Fogli a Roma, piazzale Aldo Moro 5. E in ultima pagina un nuovo manifesto d’artista: “Sì, sì, sì, sì” di Cristina Falasca.
Perché sbagliammo a dirci no global. Secondo me la sinistra ha sbagliato in modo abbastanza netto la sua analisi sulla globalizzazione. E per questo è stata messa al margine, in Europa, e ha subito sconfi tte gravissime, e ha visto appannarsi la sua prospettiva di forza di trasformazione, di riforma.
Genova, il bilancio di un decennio. Cosa sono stati quei giorni? E la morte di Carlo Giuliani? Violenza e nonviolenza. La repressione brucia ancora. Anche in chi, contro quel G8, non c’era.
Una voce pazzesca, ma niente miti. Niente favole. Emy era bella, anche quando si drogava, perché riusciva a essere reale. Un classico sì, ma in grado di portarti sulla terra e farti apprezzare un tempo così effimero. Abbiamo titolato: Back from black, parafrasando un suo celebre titolo. Torna dal buio… Ciao bellissima donna
Fino agli anni '80 era percepita come un omosessuale “fosforescente”, ma in realtà Giò Stajano non è mai stata gay. Una vita intensa e difficile per una delle prime trans italiane con molti cognomi “pesanti” (suo nonno era Achille Starace)
I grandi classici della letteratura isolana (nella foto: Grazia Deledda) consigliati dai grandi scrittori del momento. Uno speciale per chi vuole viaggiare con la fantasia e conoscere titoli che la critica ufficiale continua a ignorare.
Un mare di rabbia. Un’estate di violente passioni: Londa brucia e anche in Italia si preannuncia il più caldo degli autunni. O forse no. Salvo complicazioni, la rabbia estiva è di quelle passeggere. Si scatena per le lunghe code, per i carnai della Riviera, per le fregature low cost. Conflitti balneari. Passeggeri ma cocenti. Talvolta deformanti. La rabbia estiva poi tende a planare sul lamento – sport praticatissimo – e lì sta, innocua, per buona parte dell’anno.
I ricchi non piangono mai. Noi de Gli Altri eravamo molto compiaciuti del fatto che il governo, per una volta, almeno un elemento della manovra sul debito pubblico l’avesse indirizzato a chi guadagna dai 90 mila euro l’anno in su. Ed eravamo arrabbiati con il Pd perché era contrario a questo aumento delle tasse progressivo sui redditi alti. Be’, e te pareva, come si dice a Roma. Con grande sollievo dei commentatori di tutti i quotidiani, a partire dal Corriere, i ricchi possono stare tranquilli. Tanto la patrimoniale non la faranno mai e anche la tassa progressiva è sfumata. In compenso sono di nuovo colpite le pensioni: un giovane che cercasse disperatamente, riscattando la laurea a costi altissimi, di costruirsi un bastoncino per la vecchiaia, non potrà neanche più contare sui 5 anni di studio per raggranellare contributi.
Il desiderio maschile viene dipinto come scorretto, violento e immorale (Marrazzo docet). Invece è vittima di una banalizzazione: il celodurismo. E' arrivato il momento di esplorare il cammino della virilità senza pregiudizi.
Nuova edizione. Da oggi Gli Altri uscirà con una nuova veste grafica e un nuovo formato. Così vogliamo il nostro giornale: un po’ meno colore, più storie e più approfondimenti. Ogni settimana reportage, rubriche, interviste e commenti per capire meglio cosa si muove in un Paese attraversato da una forte crisi e dal desiderio di cambiare radicalmente il suo destino. Noi ce la metteremo tutta per restare liberi e indipendenti. Come i nostri lettori.
La partita è a tre, sempre che Bersani risponda: Idv, Pd e Sel. «Basta inseguire il Terzo Polo». Sulla leadership, invece, i giochi sono ancora aperti: «Se facciamo le primarie, mi candido anche io». Antonio Di Pietro prepara la marcia d’autunno per il governo dell’alternativa e scuote i suoi alleati.
Giorgio Napolitano in dicembre ha salvato il governo Berlusconi (dando al premier il tempo per riorganizzarsi dopo la secessione di Fini), poi ha “incassato” il successo politico personale - e il debito contratto dal governo nei suoi confronti - assumendo praticamente l’incarico di Presidente del Consiglio e cioè appropriandosi della titolarità delle scelte essenziali, soprattutto quelle economiche. E ha imposto una linea di rigore, di obbedienza cieca all’Europa e alle banche, che si è espressa attorno a due idee molto chiare: l’Euro è sacro, il pareggio di bilancio è la sua religione.
Nessun riformismo è capace di diventare soggetto politico consistente nella crisi del capitalismo finanziario globalizzato. La politica c’è, ovviamente. Ma non c’è alcuna autonomia di questa politica. Essa è, invece, sussunta dentro decisioni la cui cornice si presenta, all’interno del recinto, come oggettiva, come obbligatoria, come ineluttabile. Sono ammesse solo delle diverse nuances della stessa impostazione, non una diversa impostazione. La crisi ha una sola risposta ammissibile, sostanzialmente quella in atto. Spunta persino un nuovo sacerdote dell’ortodossia: l’agenzia di rating.
Nelle ore in cui Wall Street veniva assediata dai manifestanti, qui i signori del capitalismo recitavano la parte degli "indignados". Come sovvertire questa anomalia italiana? Prendiamo esempio dai lavoratori del Teatro Valle, occupiamo i nostri spazi. Il 15 ottobre tutti in piazza.
Proposta: facciamo un referendum per abrogare l’articolo 8 della manovra economica d’agosto. Due domande: prima, perché un referendum invece della tradizionale battaglia politico-sindacale, in Parlamento, nelle piazze, nelle fabbriche? Seconda, esiste la possibilità di vincere questo referendum o è solo propaganda? Le risposte decidetele voi.
Guardando le diverse istantanee della giornata del 15, quello che forse più salta agli occhi è che quella piazza, ma ancora prima i percorsi e la gente che arrivano per manifestare, non hanno più rappresentanza né politica né sindacale. È saltato non un tassello, un particolare, un passaggio. È successo qualcosa di molto più importante, più grave che ci conduce fuori dal Novecento, fuori da quella temperie storico-politica che aveva combattuto contro le dittature e aveva costruito la democrazia.
«Sento che in quest’aula tutto mi è contro, tranne la vostra personale gentilezza», disse Alcide De Gasperi – evocando una frase famosa di Cicerone - prima di iniziare il suo discorso alla conferenza di pace di Parigi, nel 1946, come rappresentante di una delle nazioni sconfitte. Stavolta l’Italia non ha potuto godere neppure all’interno speciale della gentilezza dei vincitori: Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sono letteralmente scoppiati a ridere in faccia a Berlusconi, di fronte a centinaia di giornalisti di tutto il mondo, compiendo, in modo volontario, un gesto oltraggioso che forse è il più grave e arrogante che la diplomazia Italiana ricordi in tutto il dopoguerra.
Il governo italiano è moribondo e immobile, schiacciato tra i diktat dell'Europa e i moniti di Napolitano. I margini per le politiche economiche sono strettissimi e gli interventi di palazzo Chigi per far fronte alla crisi residuali e fallimentari. Ma se al potere ci fosse la sinistra, cosa cambierebbe? Sarebbero in grado Pd, Sel e Idv di uscire dal pantano? E con quali ricette per il paese?
La grande maggioranza del mondo politico ha ormai una idea fissa: separare governo e democrazia e delegare a un gruppo di tecnici il compito di guidare il paese. Per due ragioni. Distinte e convergenti. La prima è la convinzione che la globalizzazione abbia cancellato la funzione degli Stati nazionali e con essa la ragione della democrazia. Cioè l’idea che la democrazia non sia un momento essenziale della civiltà, ma una tecnica. E che, nella situazione attuale, tocchi alle classi dirigenti, sul piano internazionale, assumere il potere. Classi dirigenti selezionate dal mercato e dalla finanza.
Golpe. È esagerato il nostro titolo? No, è solo la fotografia di quello che è successo. Il Presidente della Repubblica – su pressante richiesta dell’Alta finanza, dei banchieri europei e dei leader di Francia e Germania, e sulla spinta degli speculatori di borsa – ha sospeso il rapporto diretto, che esiste in democrazia, tra elettori e potere. Ha avocato a sé questo potere, lo ha imposto ai partiti e al Parlamento, e ha compiuto, in piena coscienza, la scelta classica dei colpi di Stato: ha investito l’uomo forte.
Ti ricordi – mi dice Bertinotti – di quando si parlava della doppiezza dei comunisti, riferendosi a Togliatti? Si diceva: «I comunisti usano la democrazia ma la considerano solo un mezzo per arrivare ai loro fini. Hanno due facce». Mi pare che oggi dovremmo parlare di doppiezza dei liberali. Considerano la democrazia un “optional”, che se contrasta coi loro disegni politici ed economici è meglio sospendere. Ma come? La democrazia, dunque, per i liberali non è un valore assoluto, come lo è stato per decenni.
Esiste una categoria di lavoratori a cui non è possibile pagare le tasse? Sì, sono i lavoratori del sesso, i sex worker, a cui non è riconosciuta alcuna capacità contributiva. Non hanno partita Iva, un modello fiscale da compilare, non rientrano in alcuna categoria professionale, non sono censiti: praticamente non esistono. E dato che circa il 90% sono donne, questo mancato diritto investe e riguarda, ancora una volta, prima di tutto, le donne come lavoratrici. A uomini, donne, transgender, è dato eludere l’articolo 53 della Costituzione che recita: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Il colpo di “Stato sociale” realizzato dal professor Monti nella notte di domenica 4 dicembre è la conclusione logica, ma anche la spiegazione, del colpo di stato politico che era stato compiuto il 13 novembre da Giorgio Napolitano, con l’esautoramento del popolo sovrano e la nomina di un governo extraparlamentare. Nelle varie lettere scritte dall’Europa ai governi italiani, nelle pressioni franco-tedesche e dei grandi banchieri, c’erano tutte le premesse del colpo di mano. E cioè della forzatura istituzionale, e dell’espropriazione dei poteri, e della sospensione della democrazia. Ora però sappiamo più precisamente perché. La manovra varata in quattro e quattr’otto dal governo Monti, senza neanche consultare i sindacati – circostanza priva di precedenti nella storia della Repubblica italiana – è un vero e proprio putsch: niente in passato si era avvicinato alla potenza di “ribaltamento sociale” che possiede la stangata del 4 dicembre.
Il colpo di “Stato sociale” realizzato dal professor Monti nella notte di domenica 4 dicembre è la conclusione logica, ma anche la spiegazione, del colpo di stato politico che era stato compiuto il 13 novembre da Giorgio Napolitano, con l’esautoramento del popolo sovrano e la nomina di un governo extraparlamentare. Nelle varie lettere scritte dall’Europa ai governi italiani, nelle pressioni franco-tedesche e dei grandi banchieri, c’erano tutte le premesse del colpo di mano. E cioè della forzatura istituzionale, e dell’espropriazione dei poteri, e della sospensione della democrazia. Ora però sappiamo più precisamente perché. La manovra varata in quattro e quattr’otto dal governo Monti, senza neanche consultare i sindacati – circostanza priva di precedenti nella storia della Repubblica italiana – è un vero e proprio putsch: niente in passato si era avvicinato alla potenza di “ribaltamento sociale” che possiede la stangata del 4 dicembre.
Mario Monti, definita la sua manovra, è ora alle prese con il problema di come recuperare flessibilità e sicurezza. Teniamo a mente questo fatto anche se il primo capitolo, appunto quello della manovra, non si è ancora definitivamente chiuso. All’insegna infatti di queste due parole - “flessibilità e sicurezza” - si consumerà il secondo atto di obbedienza all’Europa, quello, per intenderci, che qualche mese fa era titolato brutalmente “licenziamenti” e che oggi più finemente si chiama riforma del mercato del lavoro. In Italia come si sa c’è un problema di mercato del lavoro. Ci sono, infatti, circa sei milioni di lavoratori precari. Variamente denominati e contrattualmente inquadrati (la legge 30 prevede decine di possibilità) hanno tre caratteristiche comuni: sono pagati poco, hanno contributi pensionistici esigui, e sono licenziabili da un momento all’altro. L’insieme di queste tre caratteristiche rende il precario o come si dice più nobilmente “il lavoratore a tempo determinato” estremamente fragile, privo di diritti e, quindi ricattabile.
Per anni abbiamo parlato di regime, anche se in Parlamento c’era una opposizione forte, anche se i sindacati scioperavano, anche se la grande maggioranza dei grandi giornali era contro il governo, anche se in Tv avevano spazio – e molto ascolto – feroci programmi anti-Berlusconi, anche se la Chiesa si opponeva. E ora? Ora i giornali sono tutti schierati con il governo, le Tv sono col governo, i feroci programmi televisivi son diventati mansueti agnellini, i sindacati appaiono impauriti, la Chiesa docile. Siamo al regime? È sempre bene andare cauti con quella parola. I regimi, in genere, sono tali non solo perché cancellano l’opposizione – come è successo in questi mesi in Italia – ma perché cancellano le libertà essenziali. Non mi pare che in Italia le libertà essenziali siano in discussione.
La profezia dei Maya. Cadrà il Pil, scadranno i bond, saliranno i debiti, annasperanno le banche. Il 2012 s’annuncia fosco ma è inutile dare la colpa alle previsioni scellerate di antiche civiltà: i nostri profeti di sventura sono uomini a noi coevi, hanno facce e nomi di manager e professori. Essi sanno. Sull’altare del Dio Mercato sacrificano i popoli e annientano il dissenso, preannunciano la catastrofe e dunque la perseguono. Lo stato sociale – la sanità, la scuola, l’assistenza – viene smantellato pezzo dopo pezzo, privatizzato, e offerto in pasto a questa pagana divinità. Persino la Cina sta frenando, e così il Brasile e l’India. Per alcuni paesi si parla già apertamente di recessione. Cosa resterà? Masse brulicanti di uomini e donne che circondano le piramidi dei riti e degli dei, dei cimbali e dei tamburi, delle maschere e dell’ossidiana, e urlano e bestemmiano e alzano i pugni contro il cielo. Il cielo crollerà sulla terra. Sarà la fine. Oppure no?
Esattamente quarant’anni fa, il 5 gennaio del 1972, lo scrittore russo Vladimir Bukowski fu condannato da un tribunale sovietico a sette anni di carcere duro e cinque di confino per attività antisovietiche. L’anno dopo Bukowski fu chiuso in un manicomio. Ci fu una mobilitazione internazionale – soprattutto di ambienti di destra – e nel 1976 Mosca accettò di scambiare il suo dissidente con Luis Corvalan, il capo del partito comunista cileno che era stato messo in prigione dalla giunta golpista di destra di Pinochet. L’anniversario della condanna di Bukowsky è l’occasione per parlare del “dissenso”. Partendo dall’Est Europa, e dunque dal dissenso anticomunista. Cos’è il dissenso? È l’anima, il cuore vero della politica. Probabilmente il motivo per il quale i regimi comunisti non hanno retto alla modernità è proprio questo: rifiutavano il dissenso, concepivano la politica solo come amministrazione della ragion di Stato, riducevano tutto a burocrazia e dunque uccidevano la politica. Senza politica nessun regime ha un futuro. Queste riflessioni ci sono tornate in mente e ci hanno portato all’attualità: il “montismo” e il “napolitanismo”, che non ammettono discussioni, che respingono come disfattiste tutte le critiche, che partono da un indiscutibile stato di necessità che impone indiscutibili politiche, sempre a favore di un indiscutibile interesse generale, non stanno riproducendo un modello di rifiuto e di cancellazione del dissenso?
Camusso, fai come la Fiom. Il sindacato è sotto attacco: la segretaria Cgil farebbe bene a rifiutare la concertazione. Farebbe bene a prendere l’iniziativa. Non per subordinarsi agli inviti che illustri editorialisti e politici di destra le hanno inviato. Non per accettare le richieste proterve di mettersi da parte e di lasciar fare ai tecnici al governo. Non per questo. Ma per rilanciare il conflitto.
Il governo prepara la sua “lenzuolata”: molto mercato e poca libertà. I tecnici all'attacco delle caste e delle lobby, ma a distanza di sicurezza dai veri privilegi, quelli che ingessano la nostra società. La destra recita indefessa il credo liberista, la sinistra è preda dei propri tabù. Ecco perché l'Italia non ha mai avuto, né avrà mai, la sua “rivoluzione liberale”
Fanno il deserto e lo chiamano Sud. E nel deserto del Sud cresce la rabbia e sale la protesta. Per gli snob di giornali e tv sono al soldo dei mafiosi, per la sinistra ormai afona una propaggine dei neofascisti, per i cittadini-consumatori una rogna di più in mezzo al traffico quotidiano: ma perché tutti – tranne noi – detestano il “movimento dei forconi”? Origini e orizzonti di un leghismo meridionale senza potere, senza partiti e senza bandiere.
Ripristinato l’onore della classe dirigente, restaurati la sobria eleganza della razza padrona e l’indiscusso rigore del suo pensiero, tornati i padroni al pieno rispetto delle loro regole, più o meno riadattate alla congiuntura, c’è da scommettere che la magistratura, già “comunista”, tornerà rapidamente ad occuparsi di far rispettare l’etica dei sacrifici, i confini della protesta legittima, le ragioni, naturalmente legali, della rendita finanziaria, nonché le indiscutibili leggi dello sviluppo e della futura prosperità economica. Assolvendo, quando sarà il caso e come sempre si è prodigata a fare, le inevitabili “sbavature” della repressione necessaria all’uopo. Avremo allora modo di rimpiangere i bei tempi in cui le bravate di Berlusconi e della sua sguaiata corte tenevano occupati, almeno in parte, giudici e pubblici ministeri, soddisfacendone narcisismi e protagonismi. L’ondata di arresti di attivisti No Tav è un eloquente assaggio della nuova stagione.

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