Un tempo era la Mostra internazionale del cinema di Venezia. Oggi è diventata la Mostra nazionale del cinema italiano. Un caso o una volontà specifica di chiudersi nei confini strettamente italici? Questo non si sa, ma l’effetto è negativo: dai divi internazionali (anche questi usati, male, per fare solo un po’ di gossip) si è passati alla vetrina del cinema pensato, realizzato e forse mai distribuito in patria. Circa 40 film sparpagliati nelle varie sezioni, a cui aggiungere anche la retrospettiva, quest’anno – guarda caso – dedicata al cinema comico italiano. Un’overdose di italianità che non è certo da attribuire ai singoli film o ai singoli registi. I titoli sulla carta sono di tutto rispetto. A partire dai quattro film in concorso, firmati da autori di grande valore: Mazzacurati, Martone, Celestini, Costanzo. Una squadra si serie A, vitale e creativa, che però – come conferma la 67esima Mostra – paga il pegno alla crisi del sistema culturale e politico. Nella vicina Francia, il Festival di Cannes schierava, nell’ultima edizione, circa 15 film firmati o prodotti da registi o produttori locali. L’occhio puntato non al proprio ombelico, ma al mercato internazionale, per far girare soldi e promuovere davvero, e non per finta, il cinema. La più sfortunata Venezia fa finta di dare spazio ai film del proprio Paese. Ma più che un festival sembra un funerale, più che una mostra sembra un mostro: non sapendo più come uscire dalla crisi profonda si è creato un calderone dove dare un contentino a tutti per non accontentare nessuno.
Nell’ouverture giornalistica che accompagna l’inizio dei festeggiamenti, non c’è spazio per le critiche. Uno dei pochi esclusi dal concorso è stato Pupi Avati. Ma le sue proteste sono già affievolite (forse ha capito che il direttore Marco Muller gli ha fatto un regalo?). Fine delle polemiche. Perché gli altri, tutti gli altri, che hanno il film pronto in questa stagione, ci sono. Presenti al nastro di partenza.
Forse qualcuno è sfuggito alla macchina organizzativa, ma cifre alla mano, devono essere pochi. Quest’anno sono stati realizzati circa cento film (pochissimi) e quasi la metà hanno trovato una collocazione al Lido.
Un regalo di cui andare fieri o una trappola? Vedremo. Si possono però prevedere alcune nefaste conseguenze. La prima è evidente: i film vanno a Venezia per un lancio pubblicitario e giornalistico. Ma se sono così tanti, i poveri cronisti e critici non potranno, anche volendo, garantire una copertura di tutto ciò che viene mostrato. I film verranno presentati, ma nessuno o pochi se ne accorgeranno. E ciò che è peggio – altra nefasta conseguenza – una volta spenti i riflettori, nessuno, ma davvero nessuno, si ricorderà di molti di loro. Perché – c’è da giurarci – solo una piccola, minuscola parte, degli italiani in mostra riuscirà successivamente a conquistare le sale.
Ma questa, potrebbe essere l’obiezione, non è certo la responsabilità del festival di Venezia. No, Venezia è assolta. Ma non è assolto il sistema. Il forte sospetto è che un festival così pensato serva per compensare lo sfascio del nostro cinema. Taglio ai finanziamenti, distribuzione ormai dittatoriale (solo pochi film nelle molte sale), nuovi registi che non vanno al di là di un solo film e – dulcis in fundo – quel carrozzone di Cinecittà che la sinistra continua a difendere ma che non serve quasi più a nulla (se non a sperperare denaro pubblico). Che cosa si fa? Invece di tentare di affrontare i problemi, si cerca di risolverli nascondendoli con una patetica overdose di cinema tricolore. E’ il passaggio, forse non consapevole, dallo Stato che garantisce la libera espressione attraverso il finanziamento delle attività culturali alla Patria che ci consola, in assenza di tutto, con l’etichetta nazionalista. Tricolore doc.
Ma il festival di Venezia non doveva essere il luogo dell’apertura al mondo, dell’Italia che si apre agli altri Paesi? Certo, così era sperabile fosse. Ma così non è. Da molti punti di vista. Prendiamo il (per alcuni) maledettissimo mercato. In realtà benedettissimo. Peccato che al Lido non è né benedetto, né maledetto. Semplicemente non c’è. Se ci fosse, i circa quaranta film italiani potrebbero almeno sperare in qualcuno che li compri per il mercato straniero. Picche. La famigerata Cinecittà ha pensato bene di non schierare a Venezia la sua costola di Filmitalia, cioè la sezione (una volta autonoma, e sicuramente molto meglio funzionante) che si dovrebbe occupare della promozione del cinema italiano fuori i confini italici. La motivazione ci dà tristemente ragione. A che scopo, dicono i caporioni di Cinecittà, promuovere il cinema italiano se siamo a Venezia? In realtà i compratori, anche se ormai disaffezionati, continuano ad andare. Ma sempre di meno. In gran parte, preferiscono ormai puntare verso Toronto, quasi in contemporanea con Venezia, e su Roma. E poi non si dica che il festival capitolino non ha levato ossigeno e spazio al Lido, creando un’inutile concorrenza. Anche in questo caso serve per capire il confronto con Cannes. Alla Croisette, Unifrance, l’equivalente di Filmitalia, non viene esclusa. Anzi, la fa da padrona. Organizzando eventi, feste, incontri a tutto spiano. E i film francesi, alla fine, vengono visti in egual misura in casa e negli altri Paesi. Beati loro. Noi non li vediamo manco qui.
Speriamo che le peggiori previsioni saltino e che il cinema italiano tragga da Venezia impulso e visibilità. Ma questo comunque non salverebbe la Biennale che era e dovrebbe restare internazionale. Non si può tradire una vocazione, per rispondere a un altro problema. Siccome il cinema italiano è in crisi, allora roviniamo anche il suo festival cambiandogli il segno. Così si peggiora solo la situazione. Perché si isola il nostro sistema creativo e produttivo e perché si dà un’idea del nostro Paese chiuso su se stesso. Il cinema, fin dalle origini (l’immagine che arrivava ovunque rompendo barriere linguistiche), ha avuto una vocazione internazionalista. Ha messo l’accento sul mondo e non sui confini. Sarebbe un peccato che invece di affrontare la crisi del sistema, di batterci per cambiarlo, cambiando anche la classe politica che ha creato questo disastro (molti dirigenti di nomina politica hanno attraversato incolumi tutti i colori partitici), ci accontentassimo di vedere per una volta, una sola, molti film italiani alla Mostra sotto il vessillo della bandiera tricolore.
Venezia-Italietta. Il festival del cimema non è più internazionale
- Autore: Angela Azzaro
- Pubblicato: 01 set 2010
- Commenti: 1

Mario Gamba
il 10 set 2010
alle 02:53:
articolo splendido.