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Io non ci credo che si voterà

Lanfranco Caminiti
Ammesso e non concesso che sia una buona cosa, non penso affatto che questa legislatura finirà prima del previsto. E non per questione di lotte di Palazzo, fra chi è favorevole a una nuova tornata elettorale e chi preme per un esecutivo tecnico di transizione, che invece potranno ricomporsi. Semplicemente perché se è vero che il berlusconismo – come sistema di potere sostenuto dall’entusiasmo di una maggioranza popolare – è finito, non è invece per nulla finito Berlusconi. E perché un sistema di potere possa essere «chiuso» si devono concludere i conti con chi lo ha incarnato. Separare le due cose, il berlusconismo e Berlusconi, consente un’accentuazione dell’analisi e dell’alternativa o sul versante idelogico, morale, concettuale – la gobettiana «autobiografia d’una nazione», insomma il berlusconismo come pancia e cuore degli italiani da modificare con un lungo processo di disintossicazione – o sul versante politico – i ribaltoni, i comitati di salute pubblica o di liberazione nazionale, il distacco di pezzi della maggioranza, i governi tecnici di transizione – ma non affronta e risolve l’unico vero problema: che fare di Berlusconi dopo averlo deposto? Anzi, qual è la soluzione per Berlusconi prevista prima da un qualunque nuovo sistema di potere?
Berlusconi non è più lo stesso della «scesa in campo», dei «professori», del «liberalismo». La differenza di adesso con un Berlusconi già sconfitto da Prodi o incartato nel ribaltone di D’Alema e Bossi sta nell’incarognirsi del berlusconismo, nel passaggio dalla sua fase aurorale e espansiva alla fase del declino: oggi Berlusconi non accetterebbe affatto di limitarsi a essere il capo di un’opposizione che briga in tutti i modi e aspetta la rivincita elettorale come accadde per i ventimila voti di scarto nell’ultimo scontro con Prodi – e già allora fece una gran fatica a accettarlo. Oggi Berlusconi sarebbe pronto a mandare all’aria tutti i tavoli. Dopo di Me, il diluvio. Forse non si porta fino in fondo nelle conseguenze speculative la valutazione che pur si fa del carattere antidemocratico, populista e imperiale del regime berlusconiano, la valutazione che pur si fa della corruzione operata dal berlusconismo negli animi del suo elettorato sulla falsità del sistema democratico e sull’elemento della forza – denaro, fango, dossier dei servizi, imbonimento – che è necessaria, «per natura», per farsi largo. Berlusconi e il suo regime e i suoi manutengoli sono sul serio antidemocratici – magari lo sono progressivamente diventati –, e stanno piano piano bruciando i ponti della loro appartenenza alla democrazia repubblicana. Il punto di non ritorno è stato abbondantemente superato: tra l’altro, anche sul piano personale, moltissimi dei «gerarchi» berlusconiani sanno benissimo che dopo Berlusconi non avranno più una carriera politica, cioè un qualche potere, denaro, visibilità e tutto il resto. Nessuno di loro, come noi d’altronde, può immaginare cosa potrebbe essere un post-berlusconismo senza Berlusconi. Dopo di Lui, il diluvio.
Il berlusconismo non è il potere democristiano, con i suoi cento cavalli di razza che si scambiavano ruoli e funzioni nelle battaglie spietate di correnti, usando fango e dossier dei servizi, assicurando comunque stabilità istituzionale nella continua fibrillazione. Il potere democristiano era comunque «lo» Stato, «le» Istituzioni. Il berlusconismo è l’anti-Stato, spazza via le istituzioni. E il berlusconismo non è il craxismo, benché il craxismo sia stato l’unico potere politico che in qualche modo ne richiama la forza centrifuga – in Craxi era il decisionismo, in Berlusconi il populismo del leader contro i lacci del parlamentarismo che non lo farebbero governare. Ma il craxismo operava ancora tutto dentro la democrazia parlamentare rappresentativa, cioè tutto dentro un’Italia divisa per appartenenza e casacche ideologiche e partitiche, per lobby e poteri. Per molti versi – l’apertura alla destra, l’ostinazione contro l’arroccamento comunista – ne ampliava anzi la rappresentatività e la possibilità di alleanze interne. Il berlusconismo invece ha profittato della debolezza e della crisi della democrazia rappresentativa per costruire un rapporto diretto tra un leader e un popolo: se cade l’uno, cade l’altro. Così, mentre le inchieste giudiziarie di Tangentopoli incrinavano un potere, creando un vuoto, e aggregavano pezzi differenti di opinione e rappresentanza, le inchieste giudiziarie di adesso sono vissute da quel “popolo” come un attacco diretto al proprio “leader” e, di conseguenza, uno stringerglisi intorno. Chi vive nel Palazzo e vede i propri giochi di alleanze come possibili levatrici di nuovi scenari post-berlusconiani sottovaluta, e spesso non conosce affatto, il potere di coinvolgimento che Berlusconi ha esercitato sulla massa del suo “popolo” e il potere di schieramento dei suoi manutengoli, volontari, coordinatori e gerarchi. Considera che, alla fine dei giochi, la gente accetterebbe qualsiasi risultato i giochi di Palazzo potrebbero determinare. Non è così, proprio per nulla. Più le inchieste giudiziarie lo attaccano o lo coinvolgono – dagli scandaletti alla cricca – più il popolo berlusconiano diventa cattivo, proprio come sempre più incattivito diventa Berlusconi.
Il berlusconismo non è più l’anomalia di una democrazia con caratteri di regime, ma l’anomalia di un regime con caratteri di democrazia. Io credo che il problema posto da Fini – lo cito perché è una «voce di dentro», uno che ha sciolto un partito per aderire a un altro, Fini non è Occhetto – sulla «legalità» vada riferito non tanto alle questioni giudiziarie di questo o quel rappresentante della maggioranza e dei comportamenti etici di chi esercita il potere ma «alla» questione della legalità democratica, repubblicana. È curioso ma non poi tanto – i sentimenti personali, il disamoramento, sono parte intera della vita pubblica – che lo stesso sconcerto che si ritrova oggi nelle parole di Fini somigli allo sconcerto che traspariva dalle parole della lettera aperta della signora Lario in pieno «scandalo papi» e selezione di veline per il parlamento: qui la disillusione era tutta personale per diventare pubblica, in Fini è viceversa.
Non c’è un Hammamet per Berlusconi. E se non c’è un Hammamet e meno che mai può esserci una presidenza della Repubblica che possa essere così svolta, la domanda ritorna: dove mettere un Berlusconi sconfitto, un uomo determinato a sfasciare tutto, sapendo benissimo, come sa, che la sua sconfitta politica sarebbe l’inizio della sua rovina personale e quindi disposto, piuttosto che cedere, a portare alla “ruina” il paese intero?
E di concerto: dove mettere il «popolo berlusconiano» sconfitto, rabbioso?
È un ragionamento con venature pessimistiche, il mio, ma, devo averlo già detto, non credo esista una soluzione autarchica al problema rappresentato da Berlusconi. Almeno a breve. Un regime non prevede la propria scomparsa per crescita della forza dell’opposizione. Sta di fatto che gli unici poteri che criticano, rallentano, ostacolano il berlusconismo sono “extraparlamentari” – magistratura, industria, giornalismo, che insieme però non fanno un “partito”. Sta di fatto che l’unico vero stop al decreto sulle intercettazioni che ha costretto lo schieramento maggioritario a frenare e accettare le modifiche è passato solo quando dall’America sono venute delle contrarietà.
Ma in questo momento, con una crisi economica ancora cruda e crudele, non credo minimamente che nello scenario internazionale vi sia chi potrebbe accelerare per chiudere l’era berlusconiana. Semmai, si tende alla stabilità, anche a una parvenza: troppi tavoli sono aperti, dalla guerra al petrolio, dalla Russia all’economia.
Se è vera anche una minima parte delle dichiarazioni di Ciancimino junior sullo scenario che portò all’ascesa di Berlusconi c’è poco da star tranquilli. E io mi vado convincendo che la distillazione di verità del rampollo di don Vito – o di chi per lui – stia raccontando non tanto quel che è accaduto quanto ventilando quel che potrebbe accadere.
Ovviamente, spero proprio di sbagliarmi. Ma la coda del berlusconismo sembra proprio avvelenata.
Mortale.
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3 commenti su “Io non ci credo che si voterà”


  1. al42be
    il 23 ago 2010
    alle 15:00

    Devo fare i miei complimenti all’ autore, ha saputo spiegare, scrivere tutto d’ un fiato, quello che io penso, affermo, sostengo da parecchio tempo (www.magenta.4000.it).
    Mi trova concorde in tutto, nulla da omettere nulla da aggiungere.
    Non è facile che questo accada, lo pensavo persino impossibile…
    Non ho null’ altro da dire.
    Una sola postilla, Lanfranco Caminiti poneva una domanda, dove mettere Berlusconi… Mi viene in mente una sola risposta, nelle patrie galere.
    Non perchè io sia giustizialista(bel termine, coniato ad ok per bollare chiunque chieda una giustizia uguale per tutti) ma semplicemente perchè bisognerà pur dimostrare che tutti siamo uguali davanti alla legge, se si vuole ripartire col piede giusto e dare un segnale di vero cambiamento, tutti nessunio escluso debbono capire che i tempi degli intrallazzi e delle vacche grasse per lor signori, sono finiti. Per sempre!


  2. andreag
    il 26 ago 2010
    alle 14:58

    ennesima dimostrazione che bossi e compagnia cantante sono solo gran parolai! sino a ieri mattina gridavano alle elezioni minacciando che 20 milioni di padani si sarebbero rivoltati in piazza se non si fosse votato a novembre.sono bastate 2 orette col caimano per cambiae completamente idea…ridicoli.


  3. albertofossatibellani
    il 28 ago 2010
    alle 15:17

    trovo questo articolo veramnete realistico e quindi più che mai inquietante. Possibile che a sinistra non ci si ponga il problema del popolo berlusconiano e discutendone liberamente si possa ridurre o disinnecare le conseguenze più gravi.
    Un secondo tempo del film Il caimano darebbe molti argomenti di discussione in entrambi gli schieramneti.

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