Lo scrittore americano Mark Twain scrisse una poderosa autobiografia e dispose che venisse pubblicata 100 anni dopo la sua morte; a novembre uscirà negli Stati Uniti il primo volume per le edizioni della University of California. Gli Altri anticipa in esclusiva alcuni brani del capitolo “The Farm” in cui Twain racconta il suo rapporto con gli schiavi che vivevano nella fattoria dello zio in Missouri. Il racconto integrale sul numero de Gli Altri in edicola da venerdì 20 agosto.
LA FATTORIA
di Mark Twain
Mio zio John A. Quarless era un agricoltore e la sua fattoria era a quattro miglia dalla cittadina di Florida, in Missouri. Aveva otto figli e una ventina di negri ed era anche fortunato sotto altri aspetti. Specialmente per il suo carattere. Non ho mai incontrato una persona migliore di lui. Ero suo ospite per due o tre mesi ogni anno, da quando ci eravamo trasferiti ad Hannibal, fino ai miei 12 anni. Non ho mai usato coscientemente né lui, né sua moglie in uno dei miei libri, ma la sua fattoria era lì, a portata di mano, e l’ho usata nei libri un paio di volte. Più precisamente l’ho usata in Huck Finn e in Tom Sawyer detective, solo che l’ho “trasportata” dal Missouri in Arkansas. La terra di mio zio si estendeva per circa 600 miglia, ma non era certo un problema, non era poi così grande per me; forse un 500 acri, avrei potuto trasferirla in Arkansas anche se fosse stata il doppio. E per quanto riguarda la correttezza della mia operazione, non me ne importava proprio niente. Avrei traslocato uno stato intero se la narrazione lo avesse richiesto. (…)
(…) La fattoria si ergeva nel mezzo di un grande cortile chiuso su tre lati da una staccionata e sul retro da un’alta palizzata; addossata a quest’ultima stava l’affumicatoio delle carni; dietro la palizzata c’era il frutteto, dietro il frutteto c’erano le case dei negri e i campi di tabacco. (…) In un angolo del cortile di fronte alla casa c’erano una dozzina di grossi noci americani e una dozzina di noci neri e nella stagione della raccolta le noci venivano radunate proprio lì nel cortile.
Un po’ più in là, di fianco alla casa c’era una capanna di legno contro la staccionata e da lì scendeva ripida una collina boscosa, oltre i fienili e la capanna del granturco, dopo le stalle ed i locali dove si mettevano a seccare le foglie di tabacco, fino ad arrivare a un limpido ruscello che cantava lungo il suo letto di ciottoli e curvava e saltellava di qua e di là per poi nascondersi sotto l’ombra profonda dei vigneti – un luogo divino per sguazzare, c’erano anche diverse ampie pozze, che ci erano proibite, ed erano perciò da noi frequentate assiduamente. Poiché eravamo dei piccoli cristiani e ben presto ci era stato insegnato il valore del frutto proibito.
In una piccola capanna viveva una vecchia schiava canuta, costretta a letto, che noi andavamo a trovare tutti i giorni, e che guardavano con stupore perché convinti che avesse più di mille anni e che avesse parlato con Mosè. I giovani negri ci rinforzavano in questa nostra convinzione e, in buona fede, la arricchivano di aneddoti. Accoglievamo tutti i dettagli della sua vita che loro ci raccontavano; e così credemmo che si fosse ammalata nel lungo viaggio attraverso il deserto, dopo la fuga dall’Egitto, e che non si fosse mai più ripresa. Aveva una chiazza di calvizie nel centro del cranio e eravamo soliti avanzare furtivamente e fissarla, in un silenzio riverente, pensando che era stata causata dallo spavento per aver visto affogare il faraone. La chiamavamo “zia Anna”, come si usa nel Sud. Era superstiziosa come gli altri negri; come loro era anche profondamente devota. Come loro, aveva una profonda fede nella preghiera e la usava in tutte le situazioni quotidiane. Ma non nei casi in cui la certezza del risultato era impellente. Quando c’erano streghe nei dintorni annodava rimasugli di lana in piccoli ciuffi con del filo bianco, e questo rendeva le streghe immediatamente impotenti.

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