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Francesco Cossiga, il nostro miglior nemico

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A modo suo, Francesco Cossiga era un ragazzo degli anni ’70. Non perché condividesse alcunché della cultura ribelle di quegli anni, ma perché nessuno più di lui, neppure fra quelli che lo combatterono e che lui combattè, è rimasto tanto profondamente segnato, a un livello più profondo della biografia politica, da quegli anni, da quegli eventi, da quella tragedia collettiva. Tra i leader politici di quell’epoca, è stato l’unico a non cercare di rimuoverla, o forse a non riuscirci. Il solo a rievocarla, resuscitarla quasi, a renderne una testimonianza perseverante e implacabile.

In futuro, quando si parlerà di Francesco Cossiga, sottosegretario, ministro degli Interni, presidente del consiglio, presidente del Senato, presidente della repubblica, e sempre il più giovane a ricoprire ciascuna di queste cariche, bisognerà specificare da quale tra le diverse e per molti versi opposte incarnazioni dell’uomo si allude. C’è il sassaritano “giovane turco” cugino di Enrico Berlinguer che guida la rivolta contro l’establishment della Dc sarda, all’epoca un feudo quasi personale di Antonio Segni, l’enfant prodige che a vent’anni, nel 1948, è già laureato in giurisprudenza e continua a bruciare le tappe ottenendo in tempi record la cattedra di Diritto costituzionale regionale all’Università di Sassari, l’elezione alla Camera dei deputati nel ’58, e all’epoca i parlamentari tanto giovani si contavano, il sottosegretariato alla Difesa nel ’66.

Ma di quel Cossiga ribelle, vicino alla sinistra Dc ma sempre in proprio, senza legarsi a nessuna delle grandi correnti, ambizioso e certamente animato da miraggi innovatori ma anche freddo e realistico sino al cinismo resterà poca memoria. Quel passato precoce, quella biografia tutta interna ai fermenti democristiani dell’epoca sono stati coperti, quasi cancellati, dalle tappe successive della sua brillante e tragica carriera.

Nel ’76 suona l’ora della seconda incarnazione, Kossiga, ministro degli Interni nel governo Andreotti, il primo nella storia a poggiare sulla benevola astensione del rivale di sempre, il Pci. E’ il Cossiga nemico quasi personale dei movimenti, il ministro di polizia, l’uomo dei carri armati a Bologna nel marzo ’77, del divieto di manifestare a Roma in aprile, degli agenti in borgehse che sparano travestiti da manifestanti in maggio, sempre a Roma, il giorno dell’assassinio di Giorgiana.

E’ soprattutto il ministro che per 55 interminabili giorni, quasi da solo, senza praticamente mai consultare il Parlamento, mantenendo contatti stretti esclusivamente col suo omologo comunista, il “ministro degli Interni” del Pci Ugo Pecchioli, e col presidente del consiglio Giulio Andreotti gestisce la crisi più profonda, lacerante e drammatica nella storia repubblicana, il sequestro di Aldo Moro e la sua uccisione. E’ il Cossiga pronto a tutto in nome della ragion di Stato, disposto a sacrificare Moro, a fingere che sia impossibile salvarlo, a mentire negando l’autenticità delle sue lettere dal “carcere del popolo”, a farlo passare per pazzo.

Dopo l’epilogo della tragedia, un epilogo che aveva collaborato a rendere inevitabile con coscienza più lucida, e dunque più tormentata, degli altri potenti dell’epoca, Francesco Cossiga rassegnò le dimissioni, e tutti si spellarono le mani in lode di quel gesto che in qualsiasi altra parte del mondo sarebbe stato un atto dovuto ma in non in Italia, non nel paese dove nessuno si dimetteva mai. Il bel gesto tornò a suo profitto, poco più di un anno più tardi diventava presidente del consiglio, tanto per cambiare il più giovane della storia, e nell’83 presidente del Senato, al solito il più imberbe, e neanche due anni dopo, nel luglio dell’85, a soli 57 anni presidente della Repubblica. Eletto alla prima votazione col plauso e l’attivo sostegno del Pci.

Era lo stesso Cossiga dei 55 giorni, pronto, in nome della ragion di Stato ad accusare i fascisti della strage di Bologna, nell’agosto 1980, pur sapendo, come ammetterà decenni più tardi, quanto pregiudiziale fosse quell’accusa. Ma era, ormai, anche un classico democristiano, il cui austero senso dello Stato veniva meno a fronte della solidarietà con gli amici e i compagni di partito. Come Carlo Donat Cattin, avvertito per tempo proprio dal primo ministro dell’imminente arresto di suo figlio Marco, capo militare di Prima linea.

Quel Cossiga silenzioso, quasi dimesso, senza mai una parola di troppo, un accenno di rivolta, di insofferenza, non pareva poi troppo diverso dal compagno di partito Andreotti, l’uomo che con lui aveva preso le decisioni nei 55 giorni del sequestro Moro. Sembrava che anche su di lui, come sul divo, quella tragedia fosse scivolata addosso. Ma quel Cossiga uscì improvvisamente di scena nel 1990, e forse l’elemento scatenante fu proprio il ritrovamento, nell’ottobre 1990, delle pagine mancanti del memoriale scritto da Moro durante la prigionia. Stavano ancora, o forse erano state rimesse a bella posta, nella base milanese di via Montenevoso, quella dove dodici anni prima era stata trovata la prima versione del memoriale, quella monca. O forse, più semplicemente, furono la caduta del Muro e di una guerra fredda che durava da più di quarant’anni.

Sino a quel momento, Cossiga era stato il più anonimo tra i presidenti della repubblica. Lo chiamavano “il notaio” per segnalare il ruolo dimesso, in plateale contrasto con la passione e l’interventismo del suo predecessore, il socialista sandro Pertini. In quel 1990 cambiò tutto. “Voglio togliermi qualche sassolino dalla scarpa”, informò l’ormai ex notaio, e passò a picconare con violenza inusitata l’intera architettura della prima repubblica, prendendo di mira in particolare i compagni di partito, e allo stesso tempo prese a incontrare sempre più spesso i nemici di un tempo, gli ex terroristi rossi (e a volte anche neri), riconoscendogli per primo e quasi unico quel ruolo di nemici politici per negare il quale, nel ’78, aveva scelto di sacrificare Aldo Moro. Nel determinare il crollo della prima repubblica, quelle picconate non furono elemento secondario.

L’ultima incarnazione di Francesco Cossiga è durata quasi vent’anni. E’ stata quella del senatore a vita che dispensa alternativamente consigli e picconate e che ogni tanto torna anche alla politica attiva, come quando, nel ’98, si adoperò per portare per la prima volta un ex comunista, Massimo D’Alema, alla presidenza del consiglio. Ma fu, anche quella, una mossa decisa guardando più al passato che al futuro, una sorta di tardivo risarcimento fuori tempo massimo ad Aldo Moro e alla sua visione politica. Un ultimo riferimento, come le picconate, come il dialogo ostentato con gli ex terroristi, come lo stillicidio di rivelazioni dispensate nell’arco degli ultimi vent’anni, alla tragedia di cui era stato protagonista e che aveva cambiato, oltre a quella della Repubblica, anche la sua storia.

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7 commenti su “Francesco Cossiga, il nostro miglior nemico”


  1. Aron Sperber
    il 18 ago 2010
    alle 14:57

    un articolo molto interessante, ma io penso che per il crollo della prima rebubblica la ragione principale fu Tangentopoli e non le rivelazioni di Cossiga

    e io trovo moloto strano che i due uomini piu importanti della DC sono usciti cosi lisci dal scandalo piu grande della politica italiana


  2. Ariel 54
    il 18 ago 2010
    alle 19:55

    Che cos’è la ragion di stato? Guardando a quello che ha fato Cossiga mi pare che sia solo l’estrema prudenza di chi non vuole che vengano alla luce le trame, di tutti i colori, che hanno rovinato l’Italia in mille modi.
    Che differenza c’è tra lui e i terroristi, di destra e di sinistra, che in nome della loro ragion di stato si sono prestati alla macelleria degli anni di piombo?
    Moro, Tarantelli, Biagi e tutte le vittime del terorismo avevano un tratto in comune: avviare una modernizzazione del paese attraverso riforme condivise.
    La democrazia è dura da far fruttare: meglio un uomo solo al comando che con ricatti e bugie annichilisce una sana rivolta, senz’armi se non quelle del confronto democratico. Grazie anche a Cossiga siamo più vicino alla Grecia che all’Europa dei paesi civili.


  3. Francesco Cossiga, il nostro miglior nemico « Valter Tartaglia News
    il 19 ago 2010
    alle 15:59

    [...] per la lettura completa dell’articolo cliccare qui [...]


  4. Paolo De Cinque
    il 19 ago 2010
    alle 22:48

    E’ un articolo davvero disgustoso. Tra le infinite sciocchezze che siete riusciti a scrivere, ribatto solo su una, il “Cossiga che risarcisce Moro fuori tempo”.
    Tutti sanno che Cossiga è stato un coerente anticomunista. Infatti, ha fatto parte di Gladio e poi ha capito che era più semplice mandare D’Alema al governo.
    Avete un futuro solo con “fare futuro”.
    Se esistesse un premio “Ignobel” per il giornalismo e se esistesse una giustizia reale, che tenesse conto anche del reato di abuso della professione, lo vincereste senz’altro.
    Ma non vi siete accorti che nessuno vi legge più?
    E, se ve ne siete accorti, perchè continuare?
    “Usque tandem…?”.
    Non vi sprecate a rispondere, non risponderò io.
    Sono ripassato di qui per caso.
    Paolo De Cinque


  5. Paolo
    il 19 ago 2010
    alle 22:53

    Bella queta cosa che “l’indirizzo non sarà pubblicato”!

  6. gli Altri Online
    gli Altri Online
    il 20 ago 2010
    alle 09:46

    Paolo, amore e cordialità.


  7. Simone
    il 31 ago 2010
    alle 14:14

    @GliAltriOnline
    Si, cacca al diavolo e fiori a gesù….ma per piacere

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