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Neve a Roma, l’unica tragedia sono i giornali

Nicola Mirenzi

I giornali titolano, sotto foto minacciose, «Roma chiusa per neve». Ma in realtà Roma oggi è una città più aperta che mai. La metropolitana stamattina era affollatissima e allegra. Le persone, come liberate dal fardello dell’orario di lavoro, si ci sono riversate dentro per andare a vedere la loro città con gli occhi della sorpresa e dello stupore. Le carrozze della metro assomigliavano a un impianto di risalita di Courmayer: cappelli di lana, guantoni, doposci. Così, quella che viene spacciata per una disgrazia naturale, ha regalato ai romani il privilegio di sentirsi turisti nella loro città. Questo biglietto gratuito moltissimi l’hanno afferrato al volo e si sono precipitati in strada, incuranti degli appelli a starsene a casa e dei titoli terrorizzanti delle homepage. Non so se c’è qualcuno in grado di dargli torto.

Se ogni volta che una città cade in ginocchio si vedono i bambini rincorrersi felici per le strade, protetti dalle unghie del traffico, come nelle viuzze dei paesini sperduti del sud c’è da augurarsi di far cadere in ginocchio le città sempre più spesso. Questa sospensione della normalità quotidiana – vissuta dal superego dell’opinione pubblica con il senso di colpa del non essere funzionanti come una grande capitale occidentale – è per le persone in carne e ossa un carnevale improvvisato e ilare, che invece di festeggiare coi coriandoli, lancia in aria le palle di neve.

I giornalisti incollati alle scrivanie, poveri loro, devono però trovare le notizie, i titoli e il colpevole di questa sospensione della monotonia non autorizzata dalla prefettura. I politici si sforzano di essere all’altezza dei giornali che gli sono dati in sorte e si inseguono scaricando il barile al vicino di amministrazione. Senza dire una parola sugli unici che questa festa non se la possono godere. I senzatetto che vivono all’addiaccio. I quali hanno la sfiga di non comprare i giornali e di non votare alle prossime elezioni amministrative. Esistono solo nella realtà. Ma quella ormai non conta più niente.

Ha ragione Milan Kundrera: La vita è altrove. Come sempre la si trova sui marciapiedi trasformati in piste per gli slittini; nei cassonetti dell’immondizia adibiti a piedistalli per installare statue di neve; nelle ville chiuse al pubblico e aperte di fatto alle persone, come confessa su Twitter Andrea Sarubbi, un parlamentare del Partito democratico. «Ho scoperto – scrive –, quando ero dentro da un’ora, che in teoria Villa Pamphilj sarebbe chiusa. E che stiamo facendo sci proletario». Sì, come diceva quel tale, proletari di tutto il mondo…

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