L’invenzione che, dopo la pillola, ha contribuito più di ogni altra alla liberazione sessuale? Ci possono venire in mente infinite cose – il voto, la minigonna, la sempre maggiore presenza di “mammi” sul mercato, la crescita di donne manager – ma chi penserebbe ad un piccolo oggetto supermoderno dotato di ruote? Anche se il nome somiglia di più ad un modello di orsacchiotti meccanici che ad una casa in miniatura capace di veicolare intermittenze proustiane, il trolley, ragazze che viaggiate (viaggiamo) da sole, è invece il nostro presente e il nostro futuro. Ne è convinta Maria Perosino, 51 anni, storica d’arte e curatrice di mostre, che ha appena pubblicato un libro ironico, fantasioso, autobiografico, in certi passaggi anche struggente, che è diretto a noi donne ma non è sconsigliato agli uomini. Si intitola Io viaggio da sola (Einaudi, 14 euro) e ci insegna come la solitudine può non essere sentita come una sfiga ma più prosaicamente come uno stato di famiglia (si spera temporaneo), che in un trolley né troppo piccolo né troppo grande ci posso entrare tutte le cose che amiamo, e che soprattutto questa valigia dei tempi moderni ci può portare dappertutto, là dove la nostra vita impacchettata ci chiede di stare, di respirare e di aprirci agli incontri.
Come è accaduto che ad un certo punto ha rallentato il ritmo del suo viaggio solitario e si è messa a scrivere un libro?
A questa domanda c’è una risposta frivola: le mie amiche avevano cominciato a chiedere sempre più consigli su come fare a viaggiare da single – e una risposta seria: dovevo elaborare un lutto e imparare ad andare avanti.
Sull’origine di tutto ciò, lei scrive un’unicariga che contiene solo una data: 26 ottobre 1998, il giorno in cui muore il suo compagno.
Si, non scrivo molto di più e non dico molto di più perché non vorrei enfatizzare il lutto. E’ una perdita e come tale l’ho vissuta. Per il resto, ho cominciato a viaggiare anche perché sono passata da un lavoro dipendente al libero professionismo, e il mio lavoro d’improvviso era ovunque. Curare un festival o una mostra in una città diversa dalla tua, ti può portare a vivere altrove anche per lunghi periodi. E poi io sono curiosa di natura.
Lo era anche da bambina?
Si, è sempre stata la mia natura. Se sto ferma a lungo, mi annoio. E se sto sola a lungo, sento il bisogno di parlare anche con i muri. Naturalmente, se si vuole comunicare, è meglio essere sorridenti piuttosto che attaccare bottone con una lamentela.
Nel suo libro, ci sono costanti riferimenti al cibo ed è presente una mappatura (privata, ma ad uso e consumo delle lettrici) del tipo di ristoranti in cui lei andata e in cui lei ama andare. Ma se per caso invece una viaggiatrice non è molto interessata al cibo, come deve sentirsi?
Io sono golosa e amo molto l’aspetto conviviale del cibo. Mi piacciono i bar e i ristoranti perché gli incontri che fai in questi luoghi sono necessariamente più rilassati. Però le passioni sono diverse per tutte. Magari a lei piacciono altre cose.
L’hammam, per esempio.
Va benissimo anche l’hammam.
Diciamo che è difficile superare il tabù del mangiare al ristorante da sole.
Io descrivo nel libro il modo in cui una volta ho reagito quando mi sono sentita trattare male perché ero da sola: mi sono finta critico gastronomico!
Si, un bel pezzo di teatro. Ma se non fossimo in vena d’andare in scena, cosa dovremmo fare per farci rispettare e per non farci assalire dalla tristezza?
Allora, tanto per cominciare bisogna capire che quando si è sole, ancor di più si ha bisogno di contesti piacevoli e non di luoghi squallidi. Bisogna avere l’allegria di invitarsi a cena. Poi, una volta che si è preso questo appuntamento importante con se stesse, che significa vestirsi con cura e disporsi ad una bellissima serata, si entra in relazione con gli altri. Per farsi trattare bene, è importante disporsi a comunicare a nostra volta, magari dicendo qualcosa di divertente al cameriere o al cuoco. La prima volta, se non si riesce a superare l’imbarazzo, ci si può anche portare un libro. Comunque i ristoratori devono capire una cosa: tutti i dati di marketing dicono che le donne sono consumatrici molto più raffinate di cibo, mentre a volte ai maschi basta un piatto enorme di pasta!
Quali sono i viaggi ai quali non è interessata?
I viaggi cosiddetti esotici. Voglio dire, se vado in Amazzonia non ci capisco niente, perché in quel caso ci sarebbe un vetro tra me e il luogo. Preferisco i luoghi abitati ai paesaggi naturali. Escludo a priori le isole deserte, perché mi interessa il viaggio come modalità relazionale.
In viaggio non si moltiplicano i fraintendimenti, gli incontri occasionali basati sull’equivoco?
Io penso che gli incontri sia biunivoci, non esiste la possibilità che uno si appassioni e l’altro no.
Esiste la possibilità però che tutt’ e due siano euforici all’inizio e poi uno ci si spenga presto.
Si, questa possibilità esiste. Però in genere le relazioni si creano in due e si smontano in due. Non ci credo alle frasi del tipo: “E’ tutta colpa sua”, oppure “E’ tutta colpa mia”.
Neanche io, per la verità.
Comunque, il bello della relazione di viaggio sta proprio nel fatto è che se, dopo aver preso un caffé con una persona cala un certo imbarazzo, si è sempre pronti a prendere il primo treno!
Nel suo trolley lei mette un sacco di cose. Ma se dovesse consigliare l’indispensabile, o identificare il superfluo, cosa suggerirebbe?
Io, per esempio, non riesco a staccarmi dai libri, ma li metto in una sacca a parte. Né riesco a staccarmi dalle mie cose per il bagno. Comunque, quello che consiglio è di portarsi sempre due paia di scarpe e più in generale un cambio per ogni capo d’abbigliamento. Nel trolley, bisogna mettere le cose che si amano e che naturalmente si possono trasportare.
In “Io viaggio da sola”, scorrono decine di nomi di donne. Sono loro la sua nuova famiglia?
Ho moltissime amiche, ma anche amici. I maschi che frequento hanno tutti una caratteristica in comune: devo essere convinti dell’assoluta parità di genere. Insieme, maschi e femmine, formano una famiglia numerosa.
Lei divide tra amici colleghi e amanti anche nella declinazione femminile. Con chi si viaggia meglio?
Non è la stessa cosa, ma per esempio per quel che riguarda gli uomini sono stati sempre molto rispettosi, anche se io li prendo in giro. Diciamo che per me la cosa importante è viaggiare con una, al massimo due persone. Non mi sono mai mossa in gruppo. E una regola fondamentale da seguire è questa: di giorno ognuno fa quello che desidera (se la mia amica vuole andare al museo e io voglio fare una lunga camminata, siamo libere di dividerci), ma poi la sera si cena insieme.
Come combatte la malinconia, la tendenza a “prendere la nebbia”?
Ci sono momenti in cui la malinconia prende il sopravvento e non ti abbandona più, ma non è uno stato d’animo legato necessariamente al viaggio. I primi tre anni successivi alla morte del mio compagno non me li ricordo quasi, sono un gigantesco buco nero. Ci sono stati altri momenti bui. La malinconia ti prende all’improvviso e va presa per quello che è: un sentimento. Solo che non bisogna crogiolarcisi. E’ stupido abbandonarsi alla malinconia solo perché pensiamo che alla fine ci renda interessanti.
Lei parla della necessità di trasformare uno stato d’animo in oggetto. Lei come fa?
Come scrivo nel libro, se si riesce a trasformare quel borbottio interiore fatto di parole sconclusionate in una frase di forma compiuta, soggetto predicato e complemento, allora si può riuscire a trasformare lo stato d’animo in un oggetto, che dunque può essere maneggiato, accarezzato, messo dentro la borsa e portato a spasso, oppure si lascia chiuso nella camera d’albergo. Non vale mai la pena dire confusamente: sto male. L’importante è aiutarsi a sciogliere le ragioni per cui si sta male. Sto male perché ho un lavoro mal pagato? Sto male perché ho litigato con qualcuno? Insomma, facendo la lista delle cose per cui stiamo male, pian piano si affrontano tutte. E poi in questi casi bisogna essere generose con se stesse e farsi dei regali, per esempio regalarsi un massaggio a qualsiasi ora. In questo modo, non saremo travolte dagli stati d’animo, ma trasformeremo tutto in oggetti e azioni possibili.
Per sua ammissione, “Io viaggio da sola” non è adatto né a chi possiede una carta di credit Infinity e viaggia con l’autista, né a chi tende a dormire in macchina e a prepararsi i panini prendendo quello che ci serve dal buffet della colazione in albergo. Né troppo ricche né troppo povere, insomma. Però viene fuori uno stile di vita che è comunque sopra la media.
Quei viaggi che racconto fanno riferimento soprattutto ad un periodo della mia vita in cui mi muovevo molto per lavoro. Ma già adesso non è più così. Ora quando mi sposto vado quasi sempre a dormire in casa degli amici . Le mie possibilità economiche sono scarsissime. Il viaggio comunque è sì una possibilità reale, ma anche e soprattutto uno stato d’animo.
Torna spesso a Torino?
Vivo a Milano da alcuni anni, ma vado spesso a Torino, anche perché ci vive la mia famiglia.
Si sta preparando a lunghi viaggi estivi?
No, solo piccoli spostamenti, legati anche alle presentazioni del libro in giro per l’Italia.
Come stanno reagendo i lettori? Solo donne?
Molte donne, ma cominciano a scrivervi anche gli uomini, il che mi fa felice. Anche perché io ironizzo molto su di loro, ma con un
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