Biennale di Venezia,
l’architetto ritorna “normale”

Sveva Brunetti Pubblicato da
il 30 agosto 2012.
Pubblicato in Queer.

“L’architettura dipende dal terreno entro cui è seminata”. Questo il pensiero dell’architetto inglese David Chipperfield, curatore della 13. Biennale di Architettura di Venezia: distaccare l’architettura dalla promozione monografica e aprirla al dialogo, alla condivisione e alla pluralità. Si riparte dalla continuità, dal contesto, dalla memoria per costruire un terreno condiviso, un Commonground in cui esperienze compositive, professionali e intellettuali dialogano e si sforzano di capire dove e perché l’architetturaesiste.

Se l’architettura può essere rappresentata solo da se stessa, in mostra si tenta di parlare di architettura parlando di idee, esponendo un network, una rete di conversazioni, ideali e concrete che gli architetti hanno tra loro, con la società e con il suolo: suolo inteso certamente come spazio fisico della città e del territorio, ma soprattutto come spazio sociale, politico, collettivo, pubblico. Il percorso di allestimento, tra le corderie e i giardini dell’arsenale, diviene così un contributo sulle possibilità dell’architettura: possibilità di trovarsi ancora a metà strada tra l’autorealizzazione del progettista e il conseguimento di scopi sociali, possibilità di organizzare gli spazi, possibilità di responsabilizzarsi sul piano sociale e politico, possibilità di superare le individualità per stabilire relazioni attraverso idee e intuizioni condivise.

L’architettura confessa una crisi? Sta di fatto che la consapevolezza di un limite è finalmente dichiarata e la ricerca di una soluzione scorre sottile tra i 69 progetti esposti tra il Padiglione Centrale e i Giardini dell’Arsenale. L’architettura in mostra si propone come buona risposta all’emergenza ambientale, alla crisi economica, alla speculazione edilizia e al consumo di suolo e si candida ad essere confronto, dialogo, relazione, oggetto e luogo di dibattito politico, ideologico ed economico. Via libera alle associazioni informali, al re-use, alla green economy e al dialogo sincronico tra professionisti, imprese e comunità locali come concreti progetti di crescita.

Casa, identità, comunità, umanità, reinvenzione, paesaggio, città. L’architettura sceglie il “normale”, assesta un calcio alla performance, allo show, all’inconsueto e stringe la mano all’informale, al racconto di esperienze, al progetto come risorsa, alla lotta per l’identità.

Ieri la giuria internazionale composta da Wiel Arets (Presidente, Olanda), Kristin Feireiss, (Germania), Robert A.M. Stern (USA) Benedetta Tagliabue (Italia), Alan Yentob (Gran Bretagna), ha espresso piena condivisione al modello proposto da Chipperfield. Lo dimostra, tra tutti, il Leone d’oro come miglior progetto a Torre David-Gran Horizonte (Urban Think-Tank, Justin McGuirk) che racconta l’esperienza di occupazione della Torre David, a Caracas: le fotografie di Iwan Baan, i ritagli di giornale e il ristorante Gran Horizonte trasferito, perfettamente funzionante, nelle corderie, trascinano in Biennale lo spirito e la spontaneità di un luogo vivo, voluto, creato e difeso dai suoi abitanti. La giuria elogia gli architetti per aver compreso e trasferito la potenza di un luogo, intendendo l’iniziativa come “modello ispiratore che riconosce la forza delle associazioni informali.”

Il Padiglione Giapponese ottiene il Leone d’oro per la migliore partecipazione internazionale: il progetto, che ha colpito la giuria per la sua “umanità”, è frutto della collaborazione tra l’architetto giapponese Toyo Ito, giovani architetti e la popolazione locale, che hanno progettato insieme una Home for All, un centro ricreativo per comunità colpite dal sisma e dallo tsunami del 2011. Con la domanda Architecture. Possibilenow? l’esperienza progettuale si apre al processo partecipativo come luogo di pensiero, discussione e creazione di architettura. Agli irlandesi Grafton Architects vailLeone d’argento come studio di architettura per il progetto di un campus universitario a Lima, connesso alle idee di Paulo Mendes da Rocha, progetto di cui “viene riconosciuto il considerevole potenziale nella reinvenzione di un paesaggio urbano”. Sono state assegnate menzioni speciali ai Padiglioni di Polonia, USA, Russia e a Cino Zucchi, che ha esposto nelle corderie il progetto Copycat. Empatia e invidia come generatori di forma.

Consegnato ad Alvaro Siza Vieira il Leone d’Oro alla carriera. “É il momento di guardarsi intorno e di condividere le proprie idee e le attitudini. L’architettura é la più grande forma di collaborazione in tempo di pace” dice Chipperfield durante la cerimonia di premiazione. È forse giunto finalmente il momento di assumersi la responsabilità di guardare e di scegliere, individuando una direzione realistica di sviluppo e ripartendo da una nuova sintesi tra territorio, architettura, società.

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One Response to Biennale di Venezia,
l’architetto ritorna “normale”

  1. maiuscolo

    31 agosto 2012 at 15:36

    ..SONO SOLO PAROLE, i fatti dicono il contrario
    da alcuni anni, ho preso una posizione critica nei riguardi di tutti coloro che si piangono addosso e bla bla….. non c’è più spazio per l’architettura, bla bla….. non c’è più una committenza, bla bla…… il pubblico il privato……..e via a spellarsi le mani a questo o a quel congresso compiacendosi di trovare tanta gente che come loro è alla ricerca delle ragioni (mal comune mezzo gaudio)

    Intanto dovremmo stabilire cosa si intende per buona architettura, forse il diligente compitino copiato, dell’architetto trendy, che slegato dal luogo/contesto, usa gli stampini come sulla spiaggia cercando di emulare (siamo ormai al manierismo del manierismo) forme e stili già noti ma realizzati in un contesto critico diverso?…. oppure pensare di evangelizzare il grande pubblico neofita, cercando di imporre la propria architettura come unica verità, vedi archistar. a mio parere si dovrebbe spostare l’asse della discussione generale su un piano diverso, intanto stabiliamo che, esistono in natura dei bravi architetti ma nella categoria professionale come in altre, coabitano anche dei benemeriti ASINI, i quali non hanno mai progettato neanche la veranda semi-abusiva dell’amico, ma cercano di spiegare ad altri come farla, oppure si sono cimentati in opere di maggior rilievo ottenendo risultati mediocri, forse non rendendosi conto che il solo fatto di essere architetti, non li obbliga a costruire il mondo e probabilmente il mondo può fare a meno della loro opera.
    saluti