Caro Saviano, vieni via con me
nell’inferno delle carceri

Rita Bernardini Pubblicato da
il 15 agosto 2012.
Pubblicato in Attualità.

Lo chiedo a Roberto Saviano che negli ultimi tempi ci sta (a noi radicali) – ancor di più – sorprendendo positivamente con le sue prese di posizione sulla legalizzazione della marijuana, sulla necessaria riforma della giustizia e sulla condizione illegale delle nostre carceri. Vorrei ascoltare, caro Roberto, le tue riflessioni e osservazioni mentre visitiamo cella-cella Poggioreale, Regina Coeli, San Vittore, Piazza Lanza, L’Ucciardone o altri istituti penitenziari del Nord, del Centro o del sud Italia, isole comprese. Scegli tu dove andare. Lo facciamo, se vuoi, portandoci appresso la nostra Costituzione, la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, il nostro Ordinamento Penitenziario con il suo regolamento di attuazione. Toccherai con mano e, direi, con e in tutti i sensi, quanto il rispetto di qualsiasi forma di legalità sia bandita nelle nostre carceri, non solo per il ”trattamento” cui sono sottoposti i 66.500 detenuti, ma anche per le condizioni di lavoro di tutto il personale.

È imbarazzante vedere “servitori dello Stato” come i direttori e i comandanti di polizia penitenziaria abbassare gli occhi quando chiediamo quando è stata l’ultima volta che il magistrato di sorveglianza ha visitato le celle e i luoghi di detenzione o quando la Asl ha verificato le condizioni igienico-sanitarie e strutturali dell’istituto, cosa che per legge deve fare ogni sei mesi; o quando, entrando in una cella di 7 metri quadrati troviamo un letto a castello a tre piani e chiediamo quante ore al giorno rimangono chiusi in quelle condizioni i detenuti. Tossicodipendenti, malati psichiatrici, persone con gravi patologie che non vengono assistite e curate, un’umanità dolente che in base alle leggi nazionali ed europee sta lì per essere “rieducata” e, in futuro, “reinserita” nella società. Basti pensare che solo il 15% ha la possibilità di lavorare, peraltro in lavori poco spendibili una volta usciti all’esterno e che anche quel 15% lo fa “a rotazione” per un paio di mesi all’anno. Ad un ragazzo tossicodipendente incontrato nel carcere di Cassino, chiesi «ma quando fra qualche anno uscirai di qui, che farai?». Mi rispose «ma cosa può fare uno come me se, uscito di qui e dopo questo “trattamento”, ritorno a Scampia dove abito? Lì la droga te la calano con il cestino dai palazzi, è tutto un viavai… un lavoro vero non c’è».

Ma non è solo questo che, comunque, basterebbe per classificare il nostro Stato come delinquente abituale vista la reiterazione, per decenni, di trattamenti inumani e degradanti nei confronti di persone private della libertà. L’Europa costantemente ci condanna e noi continuiamo ad essere recidivi. Dicevo, non è solo questo. Lo sai quanti detenuti sono costretti in istituti situati a centinaia di chilometri dalle loro famiglie? Oltre ventimila! Non vedono più per mesi e perfino anni i loro congiunti, non fanno più colloqui con mogli, figli minorenni e genitori. Eppure il regolamento penitenziario dispone che particolare attenzione deve essere dedicata ad affrontare la crisi conseguente all’allontanamento del soggetto dal nucleo familiare, a rendere possibile il mantenimento di un valido rapporto con i figli, specie in età minore, e a preparare la famiglia, gli ambienti prossimi di vita e il soggetto stesso al rientro nel contesto sociale. Carta straccia.

Sai perché vorrei fare questa cosa con te che hai l’onestà intellettuale di parlare di “legalizzazione” delle sostanze stupefacenti e di rispetto della legalità? Per chiederti cosa faresti per interrompere i delitti in corso. Personalmente sono convinta che non accetteresti di essere connivente con chi consente il loro perpetuarsi e che ti convinceresti che l’amnistia e l’indulto costituiscono l’unica strada immediata per disarmare la mano dello Stato torturatore. Pensaci, siamo tutti contrari alla pena di morte, ma rischiamo di accettare la pena fino alla morte del detenuto sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Posso sbagliarmi, ma vorrei ascoltare le tue parole dopo una visita in carcere effettuata rigorosamente a sorpresa e senza preavviso. Vieni con me? Con Marco Pannella abbiamo l’esperienza di una vita di centinaia di visite e abbiamo imparato a conoscere tutta la comunità penitenziaria convincendoci che proprio da quei luoghi di sofferenza e di afflizione dove da anni si praticano rigorose azioni nonviolente può arrivare per tutto il Paese quello “scatto” che il Presidente Napolitano aveva chiesto un anno fa a se stesso e alla classe politica “non foss’altro che per istinto di sopravvivenza nazionale”.

Be Sociable, Share!
Puoi seguire gli aggiornamenti di questo articolo tramite il feed RSS 2.0.
Both comments and pings are currently closed.

One Response to Caro Saviano, vieni via con me
nell’inferno delle carceri

  1. Democratico Non Diretto

    16 agosto 2012 at 11:41

    Un inchino alla tenace Rita Bernardini, due se riesce a portare Roberto Saviano in carcere, intendo dire in visita… Anche un consiglio al direttore Sansonetti, in cerca di linea politica: non è il caso di ripartire dai casi singoli, dai casi di testimonianza, come quello eccezionale di Rita Bernardini? Ce ne sono ovunque, immagino, anche nell’IDV ferocemente contrario agli indulti. A proposito, l’indulto non garbava tanto neanche a Saviano, per via che ” Non si è pensato al fatto che molti boss o capizona, anche se sospettati di essere camorristi, non erano stati incarcerati per associazione mafiosa ma per detenzione di armi da fuoco o per altri reati minori. Quindi costoro per vie legali sono riusciti a rientrare nell’indulto “. Non sia mai che un sospettato riesca a farla franca…

    http://www.antimafiaduemila.com/200804263508/articoli-arretrati/lintervista-a-roberto-saviano.html