Un po’ Apollo e un po’ Gastone. Se volete fare arrabbiare un politico, ditegli che è bello e fortunato. Non c’è lusinga più insolente di quel complimento esibito con malizia, come a sottolineare la carenza di doti ben più fondanti: astuzia, acume, lucidità. Non che difetti di tutte queste qualità, Pier Ferdinando Casini. Ma l’immagine di eterno “ragasso”, asceso con impressionante rapidità al gotha del potere, non se la scrollerà mai di dosso. Così è stato e così sarà sempre. Per dirne una, tutte le volte che Berlusconi voleva tenerlo a distanza e mortificarne le velleità, non trovava giudizio più liquidatorio di questo: «È il più bello tra i politici europei».
Pierferdy, Pierfurby, Piercasinando, Evergrey, Bel Vaporoso, l’Azzurro Caltagirone. I soprannomi – alcuni gioiosamente innocui, altri sfacciatamente aciduli – per lui si sprecano. Il «carognino dell’oratorio», per esempio, è un’altra gemma di Bossi che precede di gran lunga l’ultima sentenza del Senatur: «Casini è un pirla». E poi una pletora di insinuazioni sulle sue amicizie importanti (Casini fa rima con Ruini), sulla sua obliqua moralità e sui suoi peccatucci di sfasciafamiglie. Con tanto di voyeurismo sfrenato e foto che lo ritraevano in formato vacanza, nel marsupio il piccolo Francesco, secondo figlio della seconda moglie.
Il fatto è che a distanza di un quarto di secolo, da quando cioè Pier è diventato qualcuno e non si è più fermato, piove ancora sul suo capo il cattivo siero dell’invidia. Consigliere comunale a 25 anni, deputato a 27, presidente della Camera a 46. «Così giovane e già così doroteo» diceva di lui il democristiano Enzo Carra, mentre un aulico Filippo Mancuso lo battezzava «getto vegetante di un’antica pianta». Ma poi che c’è di male a nascere sotto una buona stella? Perché in condizioni certamente propizie è maturata la sua iniziazione bolognese nel grembo della Balena Bianca. Figlio d’arte, da papà Tommaso (già segretario della Dc bolognese) ha ereditato la passione per la politica, vibrata con tenacia già dagli anni del liceo Galvani. Pargolo controcorrente in una città in mano ai rossi, attraversata dalle escandescenze degli anni ’70, fin da allora si allenava a fare il “pompiere” contro gli estremismi dell’una e dell’altra parte. «Gli strappavano i volantini, gli facevano picchettaggi», ha raccontato qualche tempo fa un suo vecchio compagno di classe e commilitone. Estimatore di Kennedy e di Martin Luther King si è fatto le ossa all’Università, alternando la militanza con gli studi in giurisprudenza. All’epoca, non c’è dubbio, guardava con maggiore simpatia al profilo sinistro della Democrazia Cristiana.
Dicendo questo, però, non abbiamo ancora detto niente. E già perché l’anello mancante tra i portici felsinei e i palazzi romani ha un nome e cognome: Arnaldo Forlani. Fu lui, dopo il potente Bisaglia, a prenderlo sotto braccio e a lanciargli la volata verso Piazza del Gesù. Palestra da assistente-portavoce, Casini è stato per lunghi anni l’ombra del “Coniglio Mannaro”: lo seguiva dappertutto, sempre presente dietro le inquadrature di tribune e tg, tanto da essere soprannominato “Onorevole Sfondo”. Non che il “ragasso” stesse lì imbambolato. Di politica ha continuato a macinarne a quintali, lavorando sodo fino a strappare, nel 1987, ben 50mila voti di preferenza, lasciandosi alle spalle un pezzo da novanta quale Beniamino Andreatta.
Ecco che avanza, il “vietcong centrista” (copyright Luca Telese), nella palude di una Prima Repubblica alla viglia del tramonto. Ancora qualche anno e implodono le casematte del potere, il tintinnio di manette spazza via un’intera classe dirigente. Nella rete resta imbrigliata quasi tutta la nomenklatura dell’epoca, mentre un limpido Casini vive la bufera di Tangentopoli sotto coperta. Sulle prime il mesto appassire del proprio mentore genera nel delfino una sorta di horror vacui, ma poi diventa occasione di ribalta. Quando Arnaldo cade in disgrazia perfino il suo ascendente diventa debole e la sua raccomandazione “testamentaria” cade nel vuoto: «Caro Pierferdinando, tu, con gli altri amici, dovreste concorrere ad aiutare Martinazzoli». Col cavolo. Al liso popolarismo del segretario-traghettatore, Pier sceglie l’avvenente e misteriosa creatura berlusconiana. Strizza l’occhio al Cavaliere, ai lumbard di Bossi e ai missini di Fini. Raccoglie la sua parte delle spoglie dello scudo crociato e le rattoppa su un simbolo nuovo di zecca con tanto di inno: «Sciogliamo la vela/la rotta c’è già/è stata tracciata/duemila anni fa». Da Gesù Cristo, si presume, ben prima di Forlani.
E comunque. Il Ccd (primo fra i mille anagrammi della defunta Dc) è bell’e pronto, tenuto a battesimo insieme a Mastella. Che coppia, Pierferdy e Clemente. «Due figli e’ndrocchia», per dirla con la schiettezza sannita di quest’ultimo. Poi, si sa, le strade dei due si sono separate. In barba alle piroette del futuro leader dell’Udeur, l’ancoraggio di Casini al centrodestra è sempre stato saldissimo. Pure troppo: per lunghi mesi la sua subalternità al Cavaliere è stata talmente sfacciata da divenire oggetto di scherno e nel migliore dei casi bersaglio di satira. Alzi la mano chi non ricorda quel Casini ammiccante, autista-schiavo di Re Silvio, immortalato dalla parodia pungente di Neri Marcorè. Oggi invece è “Pier Schiena dritta” (autodefinizione di Casini), in grado di dire di no anche a Berlusconi. E infatti con l’ex premier sono scintille, ma non si sa mai cosa può succedere in quest’Italia perdutamente bipolare. Perché a dispetto di una certa terzietà, perseguita e talora ottenuta a mezzo di appaganti performance elettorali, il suo Grande Centro non è mai decollato davvero. È rimasto una fascinazione calamitante, un topos virtuale insidiato da orizzonti troppo sfocati e personaggi non di eccelso calibro.
Se Casini ha la stoffa del maratoneta, destinato a far risorgere l’Araba Fenice, lo dirà la storia. Per ora la sua biografia è intessuta soprattutto di calibrati tatticismi, prudenti pronunce, posate relazioni. A fronte di quest’estetica degli equilibri la sostanza delle cose scade quasi a sovrastruttura. E in effetti di proposte epocali di Casini – tranne quelle di privatizzare Raiuno e sparare agli scafisti – si ha scarsa memoria. Il resto sono tante parole, e certe volte neppure quelle. D’altra parte vale la sua stessa confessione: «Sono un forlaniano, potrei passare delle ore senza dire niente».
alessandra
16 agosto 2012 at 00:06
è come sempre geniale definire l’approccio e il prosieguo della carriera politica di Casini, come l’estetica degli equilibri.