In fondo è cominciata già da un bel po’. Tanto è vero che il primo a fotografarla in una scena del suo film Caro Diario, è stato Nanni Moretti. Era nel ’93. Il sindaco di Stromboli si rivolge a Moretti paventando un’illuminazione serale per l’isola curata da Storaro, con una colonna sonora di Ennio Morricone.
Lo stillicidio di eventi creati ad hoc per rivitalizzare la provincia ha origini antiche. Della porchetta, del cinghiale, dell’oliva, dello sfincione, del porcino. Le sagre, che fanno la parte del leone tra gli eventi della provincia, coprono tutto lo scibile culinario e sono considerate da molti sindaci l’ancora di salvezza per rianimare o in certi casi dare vita tout court a una stagione turistica agonizzante.
Il fatto è che l’iper-proliferazione di sagre, notti bianche, notti rosa, e chi più ne ha più ne metta ha raggiunto quote di grottesco che francamente cominciano a stufare gli stessi turisti.
Il più delle volte le sagre improvvisate, spuntate come funghi soprattutto al Centro-sud, consistono in affollati stand illuminati col neon, dentro piazzette che ancora echeggiano la desolazione meridiana, in cui a prezzi per nulla politici si distribuisce cibo scadente. Senza contare che la geografia delle sagre costringe i sindaci ansiosi di “consagrare” pure il loro Comune a incredibili colpi di storiografia creativa. Se il vicino di paesello ha già prenotato la sagra del fungo porcino, prelibatezza tipica di tutto il comprensorio, toccherà elevare a prodotto tradizionale la salsiccia, unico alimento ancora de-sagrizzato in zona, anche se di tipico non ha nulla. E via mangiando così.
Un amico veneto mi ha raccontato di essere stato a Terlizzi, paese natale di Vendola, famoso per la macelleria, e aver dovuto subire una sagra di pesce, evidentemente più attraente per il turista milanese in cerca di pizzica e sapore di mare. Per non parlare della notte bianca di Castelmonte marino (metafora immaginaria di un qualsiasi paesino sperduto tra le curve di faticose strade provinciali), in cui alle due di notte i pochi eventi sono già finiti, la gente è a casa, e non ti resta che fraternizzare con lo spazzino.
Ci sono certo le sagre vere, quelle storiche. Avendo vissuto a Siena ricordo con autentica nostalgia la festa in collina a Casciano di Murlo, appuntamento maggiolino in cui gli studenti si mescolavano alla fauna locale unendosi in colossali sbronze comunitarie. Oppure la sagra della ranocchia di Castelnuovo Berardenga, con tanto di balera all’aperto e bambini a giocare a pallone di notte (anche se ad un certo punto, era cresciuta così tanto che le ranocchie le importavano surgelate chissà da dove). Oppure ci sono rari esempi di eventi recenti pensati così bene da sembrare tradizioni secolari. Vedi il Cous cous fest a San Vito lo Capo, che è riuscito, mescolando cibo, cultura mediterranea e musica, ad allungare la stagione turistica fino a fine settembre.
Ma sono appunto eccezioni, bagliori di autenticità soffocati dall’ennesima notte della taranta messa su alla bell’e meglio. So già che se avessi qui il sindaco di Castelmonte marino adesso mi farebbe una “sagrosanta” obiezione. I paesini si spopolano, l’Italia è zeppa di bellissimi borghi antichi che da decenni non conosco quasi più le urla dei bambini e la pressione sui muri dei vicoli dei ragazzi che si baciano. Fermare l’emorragia dei giovani che migrano in città e al Nord è difficile, quasi impossibile. Si punta allora a rivitalizzare il paese almeno d’estate, a riportare un po’ di gente, per dare fiato ai pochi commercianti rimasti, e un alito di orgoglio alla popolazione esigua.
Non che non capisca le buone intenzioni che muovono le sagre seriali. Solo mi permetto di suggerire la ricerca di altre soluzioni allo spopolamento. Magari ragionando come il sindaco di Riace, in Calabria, che alcuni anni fa ha accolto i migranti sbarcati da “clandestini” in Calabria e gli ha offerto ospitalità e la possibilità di ridare una nuova identità al paesino, puntando sull’artigianato. Se avesse pensato: “Facciamo la sagra dei peperoni ripieni!”, le case di Riace sarebbero ancora vuote.
dario
14 agosto 2012 at 10:37
A parte la solita “caciara”, noi Italiani siamo serissimi??? nell’affrontare i problemi, a tavoli di confronto non ci batte alcuno, mi piacerebbe sapere chi paga tutte ste menate! Perchè se le paga l’Ente pubblico chiunque esso sia non sono per niente d’accordo! Quei soldi possono essere destinati a cose piu’ serie, ce ne sono ce ne sono,sempre che non si perdano per strada perchè altrimenti ci tocca aprire un altro tavolo di confronto!
Detto tra di noi, pero’, un panino con la porchetta e un bicchiere di vino genuino non sono malaccio soprattutto se me lo pago IO!!
Salutoni.