Venerdì 20 luglio 2012. È ancora notte quando partiamo. È da un po’ che non vedo l’alba e l’aspetto con ansia. Sono giusto le cinque e mezzo quando si ripete il giornaliero, bellissimo gioco di colori del far del giorno. Le cinque e mezzo è anche l’ora del nostro appuntamento. L’appuntamento che i pastori del Movimento pastori sardi si sono dati al porto di Olbia. Non è un viaggio di piacere, non è una vacanza. È un sacrificio. L’ennesimo sacrificio di uomini e donne che continuano a credere che aspettare a casa passivamente mentre il loro lavoro incontra e si scontra con la crisi non ha senso: “Meglio morire con dignità” continuano a ripetere a se stessi e agli altri.
Il Movimento pastori sardi non è nuovo a spedizioni di questo tipo nei porti. La scelta non è certo casuale: i porti svelano la base di una concorrenza sleale e disonesta, è lì che è possibile dimostrare all’opinione pubblica e agli organi competenti che se il nostro mercato attraversa una ingestibile difficoltà, lo deve anche al fatto che dal resto dell’Italia o dall’Europa arrivano incontrollati migliaia di prodotti spesso commercializzati come prodotti sardi, mentre di sardo non hanno che il confezionamento. Nessuno sembra sapere in che modo non intervengano i controlli, visto che i pastori hanno solitamente il fiato sul collo di tanti e troppi veterinari mandati da altrettanti e troppi enti adibiti al controllo sanitario delle carni nostrane.
Certo è che la situazione dei porti sardi è penosa. Sono stati giustamente definiti più volte un colabrodo: ci passa di tutto. I controlli quasi non esistono, e comunque non esistono su automezzi che trasportano bestiame. Inoltre ogni porto, industriale o no, dovrebbe essere attrezzato di un’area di sosta per animali, anche nel caso in cui si presentasse la necessità di mettere degli animali in quarantena. Questo aspetto era già stato svelato dai pastori due anni fa, quando a Porto Torres e nella stessa Olbia palesarono quanto vi ho appena detto.
È bella l’alba. È bella l’alba sarda. È bello sentire quella leggera brezza di mare, mentre un cielo scuro lascia spazio a brandelli di luce rossastra. Quando arrivano i pastori trovano ad aspettare già lo schieramento di forze dell’ordine. Per niente intimoriti e decisi nelle loro procedure iniziano a srotolare striscioni e bandiere, ad indossare le solite magliette blu e gialle, fazzoletti e cappellini. Identificarsi, riconoscersi, vestire con orgoglio quei colori ha sempre il suo fascino, come lo stesso sorriso dei pastori, come le loro mani lavorate, disastrate, ma nobili, fiere.
Attraccano le navi e con esse arrivano i camion. Alcuni autotrasportatori chiedono di essere fatti passare: niente da fare. Prima è necessario capire cosa trasportano e dove sono diretti. Già alle nove del mattino è possibile stilare un bilancio: quattrocento tra camion e articolati. Il blocco durerà circa quattro ore e svelerà la presenza di grosse cisterne che trasportano latte. Il latte. Ma com’è che i pastori sardi non riescono a risollevare il prezzo del latte perché non c’è richiesta e ricchi refrigeratori mobili arrivano impetuosi a prendersi gioco del mercato, del lavoro, di noi?
Andiamo avanti nel bilancio: la carne non manca neanche stavolta. Arriva dalla Francia. Altra nota dolente. Quanta fatica si fa in Sardegna per vendere la carne. Voglio precisare che i pastori non fanno una battaglia contro il libero mercato, sarebbe stupido, andrebbe a danneggiarli ulteriormente. Si combatte per l’atteggiamento biunivoco dei controlli e ancora peggio della contraffazione che impera e distrugge qualità e sacrificio. Qualità e sacrificio. Chissà quante albe vedrò questa estate. Probabilmente molte saranno nei porti. Sicuramente saranno in compagnia dei pastori.
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