Mafia e misteri, dall’Addaura all’Olimpico:
le stragi e la vittoria di Cosa nostra

Pubblicato da
il 19 luglio 2012.
Pubblicato in Attualità.

C’è un equilibrio quasi indistruttibile che dura da decenni. È a prova di inchieste ed arresti. Cosa Nostra sa che lo Stato non le farà mai troppo male. Si è trovato un compromesso tacito, non scritto, ma granitico. Alla fine degli anni ’80, però, qualcosa s’inceppa. A Palermo, due magistrati cresciuti nei quartieri popolari della città, si mettono in testa che quella quiete non può e non deve durare. Fa solo gli interessi di Cosa Nostra, che allunga i tentacoli ben oltre i confini nazionali. Quegli uomini in toga sono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. All’esterno mai alcun segnale che faccia presagire tensioni di sorta, ma il lavoro dei due giudici inizia a produrre frutti notevoli.

Le inchieste si susseguono. Viene costituito un pool che lavora a ritmo continuo e questo genera fastidio, paura, terrore negli uomini dei clan. Solo chi conosce i segreti dello Stato italiano capisce che sta per accadere qualcosa di irreparabile.

Il 1989 racconta del primo segnale inquietante: sulla spiaggia dell’Addaura, lì dove il giudice Giovanni Falcone ha la sua villa estiva, la polizia ritrova dell’esplosivo. Il magistrato parla subito di “menti raffinatissime”. È il segnale che gli equilibri stanno per saltare. La politica arranca. Non riesce più a “controllare” e garantire quella tregua sancita anni prima. Cosa Nostra non fa sconti: gli accordi si rispettano, altrimenti si spara. E si uccide. Anche perché i mafiosi di Palermo e dintorni non hanno più motivi per fidarsi dei loro interlocutori. Nel gennaio del 1992 la Corte di Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso.

Bisogna reagire e così il 12 marzo viene ucciso a Mondello (Palermo) il politico ed eurodeputato della Dc, Salvo Lima. È l’espressione siciliana di Giulio Andreotti e, secondo i collaboratori di giustizia, si tratta del soggetto che tiene i contatti con gli esponenti dei clan. In questo scenario “esplode” il pentito per eccellenza: Tommaso Buscetta. Sarà lui che permetterà di far luce sulla struttura interna di Cosa Nostra.

Questo la mafia lo sa bene e alza clamorosamente il tiro. Uccidere non serve più. Occorre creare terrore. Ammazzare e dare l’impressione di una forza in grado di spazzare via tutto. Anche la potenza repressiva dello Stato. Così il 23 maggio del 1992, allo svincolo autostradale di Capaci, Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta vengono travolti da una carica di tritolo. È il primo vero atto stragista. Borsellino ha fretta. La morte del collega gli fa confessare con amara lucidità che lui è solo un morto che cammina. Passano poco meno di due mesi ed in via D’Amelio, Borsellino salta in aria insieme alla scorta, mentre si reca a trovare la madre. L’intera nazione piomba nel buio. Lo Stato è in ginocchio. Cosa Nostra sta nettamente avendo la meglio. Le istituzioni si dimostrano quasi incapaci di reagire. I mafiosi lo capiscono e si spingono oltre.

Dopo aver tentato di uccidere, il 14 maggio 1993, il conduttore tv Maurizio Costanzo, con l’autobomba piazzata in via Fauro a Roma, arrivano gli attentati al patrimonio dello Stato: nella notte tra il 26 ed il 27 maggio del ’93 un Fiat Fiorino esplode in via dei Georgofili a Firenze causando cinque vittime; il 27 luglio è il turno di via Palestro, a Milano, anche qui con cinque morti; poi il “trittico” romano: il 28 luglio esplodono le bombe a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro. Il 31 ottobre dello stesso anno, il telecomando s’inceppa e fa fallire l’attentato allo stadio Olimpico, dove sarebbero dovuti morire centinaia di carabinieri in servizio. Il 14 aprile del 1994 fallisce pure l’uccisione del pentito Totuccio Contorno.

È l’ultimo atto di una stagione stragista che mette a nudo tutte le debolezze di un potere statale quasi ostaggio del crimine organizzato, tanto che, temendo un colpo di Stato, lo stesso presidente del Consiglio dell’epoca, Carlo Azeglio Ciampi, convoca il 29 luglio, il Consiglio supremo di difesa. Pochi mesi dopo è tutto finito. Nel 2009 il pentito Gaspare Spatuzza rivela che di aver appreso dal boss Graviano che hanno “chiuso tutto” perché la mafia ha ottenuto tutto quello che cercava. Sullo sfondo, una nuova stagione politica, presunte trattative e servizi deviati. Alle recenti inchieste aperte a Palermo, il compito di consegnare alla storia d’Italia la definitiva verità sulla pagina più buia vissuta dopo l’epoca degli anni di piombo.

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One Response to Mafia e misteri, dall’Addaura all’Olimpico:
le stragi e la vittoria di Cosa nostra

  1. Tepozzino

    19 luglio 2012 at 17:03

    Per una suggestiva (ma molto logica) ricostruzione degli eventi si consiglia la lettura dell’intervista a Pomicino. Si dice che il canone del cui prodest sia fallace. Ma l’omicidio di Salvo Lima e la successiva strage di Capaci ebbero l’effetto politico di bloccare l’ascesa di Andreotti al Quirinale. Mi ricordo che la sera dell’elezione di Scalfaro, passeggiando nei pressi di montecitorio, incontrai il compianto compagno sen. Libertini e gli chiesi “ma come è possibile eleggere Scalfaro?”. Lui lapidario mi rispose “Purtroppo quelli del Pds desideravano confessarsi e fare penitenza in sagrestia”.