Il governatore siciliano Lombardo conferma le sue dimissioni, avendo preannunciato con largo anticipo la cosa, praticamente a ridosso dell’elezione di Leoluca Orlando a nuovo sindaco di Palermo. Il governatore Lombardo è allora convocato da Monti, che è allarmato da un possibile default della regione, e tra le ipotesi per gestire il vuoto istituzionale, creato dalle dimissioni fino a elezioni e insediamento di un prossimo Consiglio regionale, fa capolino l’idea di un commissariamento.
Commissariare la Sicilia – di nuovo i vicerè – apriti cielo! Da Granata (l’uomo di Fini in Sicilia che sostiene la Giunta) a Armao (assessore all’Economia) è tutto un moto di sollevazione. È davvero a rischio default, la Sicilia – che più o meno vale la Grecia? E chi può saperlo? Si può dire tutto – la Corte dei Conti ha detto più volte che le cose non quadrano –, e il contrario di tutto, rivendicare arretrati dallo Stato e cose così – la Corte dei Conti ha detto più volte che le cose quadrano.
Intanto, la procura di Palermo, non molla sulla trattativa mafia-Stato e sul “curioso” interessamento del Quirinale a coprire le cose per “tutelare lo Stato” e va avanti, aprendo un conflitto istituzionale mai visto (Leone fu messo sulla graticola da una campagna di informazione e poi politica) e rischiando, essa, il reato di “lesa maestà”, dove per maestà sarebbe da intendere re Giorgio Napolitano. Nelle more, la procura di Palermo riapre la questione del rapporto Berlusconi-mafia-Dell’Utri in una prospettiva nuova. Il dominicano (sia detto da peccatore, absit inuria verbis) Ingroia, procuratore antimafia, che ha più volte sostenuto come Berlusconi sia stato vittima di un ricatto da parte della mafia, considera adesso Dell’Utri come la manina che intascava una parte dei proventi: una specie di Emilio Fede con Lele Mora – si parva licet componere magnis, oggi diamo di latino, vai.
La politica siciliana, in realtà, sembra l’unica cosa in default e da tempo. Una parte del Pd (e magistrati e figli di e donne e uomini retti e onesti) sostiene Lombardo, da quando s’è sganciato dal Popolo delle libertà, mentre un’altra parte del Pd lo vuole sepolto sotto un cumulo di sentenze e condanne. Trasversalmente, questa parte del Pd dice il peggio possibile di quell’altra parte. E la cosa non riguarda solo Lombardo: a Palermo, Orlando si candida contro il giovane candidato – ex partito di Orlando – sostenuto dal segretario del Pd. E il bello è che vince, anzi stravince. Facendo sberleffo a Bersani.
Una parte del Pdl (Schifani, Alfano) è contro un’altra parte del Pdl (Micciché) ma la cosa si può leggere pure viceversa (nel frattempo si è persa traccia di una delle facce vincenti, anche se spesso messa sotto il tacco, del sicilianismo berlusconiano, la Stefania Prestigiacomo, che è stata pure ministro, che occhieggia a Micciché, però giusto un tantino per non rompere troppo). E non parliamo perciò di seconde file, ma di alte cariche dello Stato, il presidente del Senato, mica bruscolini o càlia. È il big bang vero, dove non solo destra e sinistra si squassano al proprio interno, altro che i pensierini voluttuosi di Matteo Renzi.
I Forconi intanto, che sembravano scomparsi ma in realtà si erano solo assopiti, passano lo Stretto e iniziano a lottare a Villa San Giovanni. Li ho visti: hanno i gazebo, le magliette, le bandiere, sembra proprio la Lega di Bossi, quella prima maniera. La lotta precedente – magari stavolta non andrà così, però questi cominciano a darsi organizzazione – bloccarono tutto in Sicilia per cinque giorni. Suscitarono l’indignazione e i sospetti del presidente di Confindustria Ivan Lo Bello – persona rispettabilissima ma un po’ ingessata – che li additò di mafiosità, prendendosi i complimenti della procura di Palermo, e che ora si è subito schierato con Monti, contro Lombardo, contraddicendo il suo capo sindacale, Giorgio Squinzi, che invece a Monti le aveva cantate qualche giorno fa (i complimenti dalla procura non sono ancora arrivati).
Tutto si aggroviglia in Sicilia, tutto si frammenta in un caleidoscopio incredibile. La Sicilia torna al centro delle questioni nazionali, forse per un breve momento, ma dalla Sicilia è sempre cominciato tutto nel bene e nel male per questo paese. A sto giro speriamo sia nel bene, anche se pure questo (bene e male) in Sicilia si agnommera un po’. Forza Etna (tanto per dire come le cose finiscono al rovescio: anni fa era il macabro grido padano quando il terremoto squassava l’isola)!
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Maurizio Sarlo
23 luglio 2012 at 21:48
Dall’MPA, pur con tanti distinguo, si può ripartire in tutte le Regioni d’Italia. Serve infatti un Movimento per le Autonomie che risponda però a logiche di democrazia di moderna partecipazione web e di facce nuove e giovani.
Mi auguro che dalla Sicilia nasca una nuova Italia. La Regione ha tutte le carte in regola per creare un valido e innovativo esempio di “Stato” che si riprende le infrastrutture e i servizi strategici (compresa l’emissione di una propria moneta e innovative regole sulla tassazione…che uno Stato etico e moderno dovrebbe saper portare a quota zero). Utopie? Credo che le vere utopie sono quelle delle regole promosse dal 15 agosto del 1971 (Camp David) ad oggi…
Tepozzino
18 luglio 2012 at 15:27
Io mi auguro che come nel 1860 e nel 1945 dalla Sicilia ci giunga la lieta novella di un nuovo intervento straniero e nello specifico angloamericano e che di lì si propaghi al resto di Italia. Gli angloamericani a dir la verità non li ho mai amati, ma di certo si son rivelati sempre dei padroni molto ma molto meno feroci dei crucchi.
Se poi la lieta novella non si propagherà all’Italia, amen. Dal continente, ci limiteremo ad annotare l’aggiungersi di un’ulteriore stella sulla bandiera americana. Così, forse, tanti fraintendimenti storici delle Procure tra Stato e Antistato, trattativa e fermezza, servitori fedeli e servitori felloni cadranno. Di regola queste son categorie che non si applicano ai rapporti tra Stati Sovrani, o no?