La chiusura per undici giorni dello stabilimento che un tempo era il Giambattista Vico di Pomigliano d’Arco, adesso chiamato Fip (Fabbrica Italia Pomigliano), ha una drammaticità prevalentemente simbolica. Questo perché degli oltre 5mila operai che solo un lustro fa producevano due automobili dell’Alfa Romeo oggi ne rimangono impiegati poco più di un migliaio. Per i rimanenti 4 mila la drammaticità della chiusura è reiterata d’allora. Per non parlare dell’indotto di primo come di secondo e terzo livello, nel migliore dei casi agonizzante, con dirigenti d’azienda e sindacalisti impegnati nel nefasto ruolo di esecutori testamentari.
Ma anche il solo piano simbolico ha una sua importanza. La nuova Panda non tira sul mercato. L’operazione ingegneristica di allungare un modello fortunato di circa 5cm, con una linea leggermente più bombata, non ha funzionato. Nemmeno l’accelerazione dettata da Marchionne per la produzione dei modelli a gas ha funzionato. La nuova Panda non si vende. La nuova Panda non si vede in giro nelle nostre città, tranne che per via Salvator Rosa a Napoli dove i collaudatori, tutti rigorosamente non iscritti alla Fiom, la testano sulle impervie strade.
A questo punto è legittimo domandarsi se l’ad dei due mondi sa fare il suo mestiere. Analisti di marketing aziendale oggi dovrebbero trovare il coraggio di dire che Marchionne su quella che gli specialisti chiamano “brend reputation” ha fallito. Oggi la metà degli italiani bestemmia il marchio Fiat. La costante demolizione dei diritti sindacali, soprattutto dei diritti che non incidevano sulla gestione aziendale, ha demolito la simpatia dell’azienda. Questo vale in Italia come in Europa, vedremo negli Usa e nei mercati emergenti. Non basta vestire sempre uguale per infondere sicurezza. L’emulazione di Steve Jobs ha fatto sì che Marchionne assomigliasse più a Topolino che a un illuminato dirigente d’azienda. I cittadini, quelli che comprano meno macchine ma non comprano Fiat, fuggono dall’affabulazione di un mondo fittizio che non corrisponde alla realtà e all’urgenza di democrazia sui luoghi di lavoro.
Ma c’è una notizia non drammatica oggi in Italia. In Emilia Romagna, quindi in Italia, la Lamborghini produce e vende macchine in uno stabilimento che implementa i diritti sindacali con operai per l’85% tesserati Fiom. In Italia si può produrre automobili democraticamente. Che Monti e Passera si sveglino, dicano chiaramente che Marchionne non è capace, propongano alla Lamborghini di investire in altri segmenti produttivi, di sfondare il mercato delle utilitarie. Predispongano gli incentivi necessari nei tempi di crisi. In Italia si possono produrre automobili rispettando e progredendo sui diritti.
Antonio Altieri
23 luglio 2012 at 14:11
Spelta ma di che parli? Di errori di battuta sulla tastiera o di “pacchi”? Nel secondo caso forse ti riferisci alla 300 restilizzata e spacciata per Nuova Thema, idem alla Sebring, come Nuova Flavia Convertibile. per non parlare del SUV che mi sembra tanto ma tanto la Gran Cherokee. E tutte motorizzate ( per qui) con propulsori meno performanti, su autobili che sono dei bestioni di peso? E tutti modelli già “vecchi”?Questo tuo commento ( anche indignato
) ha sfiorato una battuta comica tipo “Zelig”. Bravo, vai a scrivere i testi per loro ( i comici)
Marco Spelta
24 luglio 2012 at 20:02
Beh, è curioso come gli errori di battitura capitino sempre con lettere non adiacenti e ricordino sempre un qualcosa di inglese maccheronico. Ma come sappiamo, le coincidenze capitano. Vedi, il problema di fondo, che noto sia in questo articolo che nella tua risposta, è che nel nostro paese chiunque abbia in tasca una patente si ritiene competente in campo automotive. Per cui ci si ritrova a leggere commenti di persone che non conoscono nemmeno i nomi delle vetture, ma ti spiegano nel dettaglio pregi e difetti. Non sanno dove sono prodotte ma ti illustrano la loro opinione sulla delocalizzazione. Non sanno nemmeno quanto sono lunghe certe vetture e ti fanno accurati benchmark con prodotti di tutt’altra categoria. (se vuoi qualche esempio di questo modo di operare puoi appunto rileggere l’articolo o il tuo stesso commento). Per questo ho scritto che, prima di spiegare a destra e a manca alle persone come devono fare il loro mestiere, certa gente dovrebbe chiedersi: “ma il mio qual’è?”
Alessandro Antonelli
24 luglio 2012 at 20:25
qual è, senza apostrofo. scusa, ma te la sei cercata.
Marco Spelta
24 luglio 2012 at 23:46
Confermo, è un errore di ignoranza. Mi dice bene che il mio lavoro non ha a che fare direttamente con l’uso corretto della lingua.
Marco Spelta
21 luglio 2012 at 12:25
“è legittimo domandarsi se l’ad dei due mondi sa fare il suo mestiere”. Leggendo questo articolo trovo che sia legittimo chiedersi se anche alcuni “giornalisti” sanno fare il loro mestiere. Per parlare di certi argomenti bisognerebbe conoscerli (e non sarebbe nemmeno male conoscere la lingua inglese, quando la si vuole utilizzare, si eviterebbero strafalcioni come “brend”)