19 luglio ’92: muore Borsellino,
nasce la Repubblica dei pm

Davide Varì Pubblicato da
il 18 luglio 2012.
Pubblicato in Attualità.

19 luglio 1992, una Fiat 126 esplode in via d’Amelio, una stradina nascosta nella periferia nord di Palermo. L’esplosione investe in pieno la macchina di Paolo Borsellino, arrivato in via d’Amelio per una visita domenicale a sua madre. Con lui muoiono anche i cinque agenti di scorta: Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. La notizia deflagra in tutta Italia. Il Paese si ferma: incredulo, sbigottito. Paolo Borsellino era l’altra metà di Giovanni Falcone, ucciso poco più di un mese prima lungo l’autostrada che da Capaci porta a Palermo.
In poche ore i due giudici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, diventano il simbolo della lotta alla mafia. La foto che li ritrae insieme campeggia sui giornali, nelle chiese, nelle scuole e sui muri di mezza Italia. È una bella foto: Falcone sussurra qualcosa a Borsellino, sorridono. Ai due eroi palermitani verranno intitolate scuole, piazze e circoli di ogni tipo. In quei giorni la città intera sfila davanti a via d’Amelio. Scolaresche e parrocchie eleggono quella anonima via di Palermo ad una nuova meta di pellegrinaggio. Un nuovo Golgota dove l’eroe siciliano, col suo sacrificio e il suo calvario, ha lavato i peccati della Sicilia intera. Nel punto esatto in cui Borsellino è morto verrà piantato un albero. L’albero è ancora lì, e nel tempo è diventato una sorta di oggetto sacro circondato da ex voto: fiori, magliette, cappelli, sciarpe. C’è di tutto. E c’è anche quella foto: la foto dei due giudici, uno accanto all’altro che sorridono. Complici e intimi come due fratelli.
Qualche giorno dopo la strage, il 24 luglio, migliaia di persone partecipano ai funerali di Borsellino. Fa caldo, ma la chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac è stracolma. Fuori ci sono centinaia di ragazzi. Sono diciottenni, ventenni al massimo. Quando vedono che il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro si infila nella chiesa seguito da Gianfranco Fini, Claudio Martelli e Francesco Cossiga – gli unici politici presenti al funerale – i ragazzi iniziano a protestare: “fuori la mafia dalla chiesa”, urlano. E la mafia, naturalmente, sarebbe quel drappello di politici venuti da Roma. La strage di via d’Amelio, per loro, è strage di Stato. Nessun dubbio al riguardo. Ma non è solo uno sfogo del momento. Qualche giorno più tardi anche Salvatore Borsellino, fratello del giudice, dirà la stessa cosa: «Quello che è stato fatto è cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia. Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente [...] è che questa è una strage di Stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini».
Intorno alla morte di Borsellino iniziano a addensarsi misteri e ipotesi di ogni tipo. Chi ha preso la valigetta del giudice? E che fine ha fatto la sua famosa agenda rossa? La macchina del complotto lavora alacremente e immagina scenari di ogni tipo. L’agenda, dunque, sarebbe in mano ai servizi che la utilizzano per ricattare la politica e le istituzioni. Insomma, il solito mistero all’italiana che fin dalle lettere segrete e mai ritrovate di Aldo Moro, disegna scenari fatti di trame e complotti.
Ma perché Cosa nostra ha assassinato Paolo Borsellino? Qualcuno parla di un’indagine sugli appalti palermitani ma in questi giorni si è riaffacciata l’ipotesi secondo cui Borsellino sapeva della trattativa tra Stato e mafia. «Paolo era l’ostacolo naturale sulla strada della trattativa – dirà ancora il fratello – non potevano lasciarlo vivo».
Difficile capire il motivo esatto per cui Cosa nostra ha deciso di uccidere Borsellino. L’ipotesi che il giudice sapesse della trattativa e abbia minacciato di denunciarla è ancora molto fragile. Nessuno, infatti, può dire con sicurezza se il dialogo tra il generale Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino fosse già in corso prima della morte di Borsellino oppure se fosse successivo alla strage di via d’Amelio.
Quello che è certo, è che quel 19 luglio del ‘92 la società italiana è attraversata da una scossa che avrà effetti devastanti. La toga dei magistrati diventa il simbolo della lotta contro l’ingiustizia, tutte le ingiustizie. La politica sparisce, si dissolve. Migliaia di liceali sognano di vestire quella toga nera per portare in trionfo la verità. Ed è in quel preciso momento che la magistratura acquista un potere enorme. I giornalisti disertano il Transatlantico e invadono le sale d’aspetto delle procure in attesa di veline, ordinanze, intercettazioni. E lì, infatti, nelle procure di mezza Italia, da Palermo a Milano (sono anche gli anni di Tangentopoli e di Mani Pulite), che si decide la sorte del paese. Insomma, l’onda d’urto della bomba di via d’Amelio si propaga in tutta Italia e contribuisce ad affondare la Prima Repubblica e a far nascere la Seconda. Una nuova era politica non più fondata sui partiti ma sui giudici e sulle loro indagini.
La lotta alla mafia diventa un fenomeno di massa. Si conosce l’organigramma completo di Cosa nostra: nomi, cognomi e soprannomi dei protagonisti – Riina è Totò u curto, Giovanni Brusca lo “scannacristiani”, Bernardo Provenzano è Zù Binu – ma si occultano del tutto le ragioni del fenomeno mafioso: le sue origini storiche, le sue ragioni sociali e culturali. Del resto non è compito dei giudici capire il fenomeno. Spetterebbe alla politica, ma la politica ormai non c’è più.

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