Dischi a 45, 33 e anche 78 giri, oltre a cd e varie incisioni per un totale di oltre 500mila supporti, che vanno dalle prime registrazioni del 1928 ai giorni nostri. Questo il patrimonio culturale che l’Icbsa
, Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi, ha ereditato nel 2007 dalla Discoteca dello stato, e che ora passerà alla Direzione generale del Ministero dei beni cuturali. Sembra roba da poco? No. Non lo sembra e non lo è.
Nell’ansia di rivedere la spesa, ovvero di dare piena applicazione all’espressione “spending review”, si dimentica, di questa espressione, persino il vero senso: rivedere non significa abbattere a colpi di clava, ma analizzare per poi razionalizzare. La soppressione per decreto legge dell’ICBSA è soltanto l’ultimo esempio di una politica di chiusura indiscriminata, e dicendo indiscriminata si vuole attribuire una buonafede che è contro ogni evidenza, perché ancora una volta la clava sceglie come obiettivo la cultura, l’arte, la memoria. Quanto costava l’ICBSA? Che grandi guadagni si credono di fare, cancellandolo e insieme mortificando professionalità e competenze?
Racconta Luciana Biondi, che nell’Istituto ha lavorato dal 2008 al 2010 nel progetto “Archivio della musica leggera”, ideato e realizzato da uno dei massimi esperti in Italia, Luciano Ceri: «Per chi come me è abituato da sempre alla radio e alla televisione, i compensi lì possono definirsi un rimborso spese. 5 euro a scheda, e per ogni scheda un lavoro che andava da minimo un’ora a due giorni. Nella scheda doveva esserci tutto, dalla foto della copertina del disco a tutti i crediti, le note, ogni informazione anche minima sull’oggetto. E’ stata per me un’esperienza entusiasmante, un percorso antropologico. Ho imparato moltissimo. E aggiungo che in un’epoca in cui la gente non ha idea di cosa sia la realizzazione di un disco, un lavoro come quello dell’Istituto, che tra l’altro raccoglie le registrazioni degli studi dell’etnomusicologo Diego Carpitella, è fondamentale per la memoria storica».
Molto perplesso sulle finalità anche Luciano Ceri: «Quando la Discoteca di stato ha lasciato il posto all’ICBSA, si è iniziato un percorso che avrebbe dovuto dare all’ICBSA anche competenze su un Museo dell’Audiovisivo, che invece non è stato realizzato. Ora questo percorso viene brutalmente interrotto. Non sono preoccupato per i posti di lavoro, dato che le persone che lavoravano all’Istituto continueranno a lavorare al Ministero, ma così si toglie specificità all’ICBSA, che tra l’altro da sei anni è stato riconosciuto soggetto di deposito legale, nel senso che i produttori di cd e altri materiali audiovisivi sono tenuti a depositare tutto lì». Per quanto riguarda i risparmi, la precisazione di Ceri è che «a palazzo Antici Mattei, dove siamo, non paghiamo affitto».
La sede non costa nulla, i munifici compensi dei pochi consulenti fortemente motivati e come Luciana Biondi assolutamente competenti li abbiamo già visti, le persone assunte continueranno a prendere la stessa cifra.
Quale, dove, di quanto sarà il risparmio?
Mario
20 luglio 2012 at 10:09
(
)
tre volte! Ma sarò stordito?? Vabbè… ho sempre usato parole diverse
Mario
20 luglio 2012 at 10:05
(chiedo scusa, vedo solo ora di aver messo la mia risposta due volte. Credevo che la prima non fosse arrivata)
Mario
20 luglio 2012 at 10:03
Non credo nemmeno che usino i tagli come scusa, Susanna. Sono talmente ignoranti da essere convinti di aver fatto la mossa più logica.
Mario
19 luglio 2012 at 04:40
Io non mi stupisco piú di niente. Azzardo peró il pensiero che non usino i tagli come scusa: sono talmente ignoranti da ritenerla una mossa intelligente.
matilde
19 luglio 2012 at 02:45
Susanna, ho letto questa notizia l’altra sera, con sgomento.. a mio parere, in Italia, non c’è cultura della cultura.. delle culture.. il Belpaese ne avrebbe molteplici da valorizzare, anche in termini di economia, umano sviluppo, occupazione.. il paesaggio, l’arte, l’enogastronomia, le eccellenze artigianali.. citando alcune delle nostre risorse.. in taluni luoghi c’è il petrolio, in altri preziose miniere..e ci son cose che abbiamo solo noi nel mondo.. non so capacitarmi.. forse la parola cultura andrebbe sostituita.. potremmo chiamarla vita..
mario
18 luglio 2012 at 16:39
Non usano i tagli come scusa, Susanna: sono talmente ignoranti che pensano sia una mossa tanto intelligente quanto dovuta.
Io non mi stupisco piú di niente.
Andrea
18 luglio 2012 at 15:06
Paese incivile. La rivoluzione. O non rimarrà nulla. Ed è già tardi…
Vittorio Lussana
18 luglio 2012 at 11:14
Prima si inventano un distaccamento creando un istituto ad hoc, poi lo riassorbono: sono le consuete manovre burocratiche di una macchina statale sclerotizzata, in cui quel che è vero all’alba è già falso a mezzogiorno. Una volta, un alto funzionario della Farnesina mi disse: “Sai Vittorio, questo è veramente un Paese strano: ti danno degli obiettivi da raggiungere e, quando li hai raggiunti, ti trasferiscono ad altro incarico… Come se avessi fallito… Ecco perché poi nessuno si danna l’anima più di tanto: il risultato finale è lo stesso…”. Lo statalismo è un limite culturale degli italiani almeno quanto la loro mentalità ‘chiesastica’. E bisogna pure diffidare di chi si dice federalista, perché rischiamo una semplice moltiplicazione sia degli sprechi, sia delleinefficienze. Lo Stato, dunque, va ‘snellito’. Ciò però dovrebbe significare avere il coraggio di sopprimere enti inutili, non il nostro patrimonio culturale. La cosa giusta nel modo sbagliato: nessuna novità, in fondo…
VL
gianclaudio
18 luglio 2012 at 10:12
diventiamo americani,stati uniti d’europa all’americana, con tutte le sue mancanze,con la sua sanita’ a pagamento, con la pseudocultura addirittura usa e getta,con la sua non storia perche’ un’insieme di storie nuove,la vecchia, quella degli indios, gettata ai rovi,sterminata con gli indiani, come diceva il cantore de andre. I grandi artisti,sono passati tutti per la nostra itauropa,i loro cataloghi musicali, solo da noi, in america solo il nuovo.le major li stampavano solo per il nostro mercato,a noi piace la storia, e tutto cio’ che serve per arricchirla e tramandarla.I Dylan e il boss e tutti gli altri, se legati solo al loro multistato,sarebbero finiti da un pezzo, dylan addirittura al famoso concerto del “qui e’ morto Bob Dylan…” da noi tutti i suoi dischi,e i Pink? stessa cosa. questo si diceva nel campo delle etichette EMI CBS POLYGRAM WERNER ecc,non dico cose non vere,il settore e’ stato uno dei miei lavori.
oggi possiamo chiudere questo istituto dei beni musicali,domani tutte le biblioteche,poi demoliremo tutti i monumenti troppo rappresentativi della storia, ed infine tutti i cervelli,e al posto di tutto cio’, delle pseudo belle puttanate che non ricorderanno nemmeno quelli che verranno fra dieci anni…ma a noi hanno insegnato tutto gli americani,e come diceva giorgio, se non ci fossero stati gli americani, a quest’ora eravamo europei. ON THE ROAD ragazzi, ON THE ROAD la cultura brucia…ON THE ROAD..BLOWLING IN THE WIND!!!!!!!!!
Diana
17 luglio 2012 at 22:33
Mah, visto che siamo in periodo di tagli, vedi scuola, sanità, province, qualcuno ha pensato bene, tanto per rimanere in tema e fare la sua parte, di dare un taglio anche all’Istituto dei beni sonori e audiovisivi, tanto ormai a che e a chi serve più la cultura? eppoi non produce.
Che si può dire se non che siamo in epoca di difficili soluzioni?
Ale Scrocco
17 luglio 2012 at 22:22
Ci stanno togliendo tutto…tutto…facciamo una mozione! Lo scrivo con lacrime di rabbia…maledetti!
eugenio tassitano
17 luglio 2012 at 21:06
ho già sottoscritto l’appello per non far chiudere l’istituto ecco link e istruzioni:
PER SOTTOSCRIVERE L’APPELLO INVIATE UNA E-MAIL ALL’INDIRIZZO:
nonchiudiamoicbsa@yahoo.it
CON ALL’OGGETTO “SOTTOSCRIZIONE APPELLO” E NEL TESTO NOME E COGNOME O
NOME DELL’ISTITUZIONE, ENTE, ASSOCIAZIONE CHE SI RAPPRESENTA
elenaprivitera
17 luglio 2012 at 20:27
grazie Susanna con il tuo intervento hai dimostrato che economicamente i risultati attesi non sono motivati se non dall’ignoranza, ci sono eccellenze molto preziose che vanno tutelate, angoli di cultura da amare e fiori all’occhiello di una società aperta che guarda al futuro con attenzione particolare al vissuto, a tutte le forme di apprendimento e alla storia. peccato! cosa possiamo fare tutti insieme..
Steve Mariani
17 luglio 2012 at 20:10
L’unica cosa che davvero spaventa i potenti è la cultura.
Nell’ignoranza si governa molto meglio e si rischia di meno.
Quello a cui stiamo assistendo, ahimè troppo passivamente, è uno scientifico smantellamento di tutte le fonti possibili di cultura, dall’arte alla scienza, e per mettere a posto questi disastri non saranno sufficienti tre generazioni.
Spero solo che la curiosità prevalga sull’ignavia e restituisca uno stimolo forte al recupero della centralità della cultura.
Carlo Alberto Turrini
17 luglio 2012 at 20:06
Come dicevano quei quattro mascalzoni che ci siamo appena lasciati alle spalle? Che la cultura non dà pane? Ebbene, chi li ha sostituiti dimostra addirittura una maggior grettezza, uccidendo un archivio che in altre nazioni sarebbe invece considerato una preziosa fonte cui attingere.