«La trattativa la fecero gli ex-Pci»
Intervista a Paolo Cirino Pomicino

Nicola Mirenzi Pubblicato da
il 17 luglio 2012.
Pubblicato in Attualità.

«La trattativa con la mafia ci fu e venne verosimilmente condotta dal partito di Occhetto e Violante». La tesi di Paolo Cirino Pomicino, vecchio dirigente democristiano, va contro il senso comune: quello che attribuisce alla Dc gli intrighi e le connivenze con Cosa nostra e al più grande partito della sinistra l’integrità morale di combattere colpo su colpo i criminali. Pomicino racconta un’altra storia.

Da dove cominciamo?

Cominciamo col dire che Falcone divenne un obiettivo perché era ritenuto da Cosa Nostra l’ispiratore e il realizzatore della legislazione anti-mafia che dall’89 in poi si era realizzato sotto il governo Andreotti. La sua uccisione e quella di Borsellino non hanno niente a che fare con la trattativa, fanno parte di una strategia classica della mafia: colpire servitori dello Stato che minacciano da vicino l’equilibrio e il rafforzamento della criminalità mafiosa.

Cosa faceva paura ai mafiosi?

Giovanni Falcone, insieme al gruppo di magistrati che a lui faceva riferimento, aveva creato gli strumenti per combattere la mafia in tutta Italia sia sotto il profilo investigativo sia sotto il profilo delle sanzioni di carattere finanziario e carattere penale. Non c’è dubbio che l’istituzione della direzione nazionale anti-mafia rafforzava la lotta dello Stato contro la mafia.

Ci sono anche dei lati oscuri in questa vicenda?

Prima di venire ammazzato, Paolo Borsellino fa un viaggio a Berlino e non si è mai capito perché. Come non sono mai riuscito a spiegarmi il significato di un incontro che Falcone avrebbe dovuto avere con il procuratore di Mosca.

Potrebbero essere solo delle coincidenze?

Sì, certo. Ce ne sono tante in questa storia. Per esempio è sorprendete che la fase delle stragi mafiose coincida con la fine della Prima Repubblica.

Cosa c’entra una cosa con l’altra?

Io la definisco una convergenza oggettiva di fini. Guarda caso gli obiettivi erano sempre gli stessi, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista: sia per il finanziamento illecito ai partiti sia per il coinvolgimento mafioso. Se lei mette sul tavolo fatti ormai documentati vede che si incastrano logicamente e temporalmente in maniera impressionante, facendo emergere un puzzle che lascia intravedere l’esistenza di una trattativa non tra lo Stato e la mafia, ma tra una parte politica e la mafia.

Cioè tra i post-comunisti e la mafia?

Nel 1992 quel grande comunista (liberale) di Gerardo Chiaromonte aveva avvertito me, Renato Altissimo e Giuliano Amato del fatto che il partito di Occhetto e Violante aveva scelto l’opzione giudiziaria per la conquista del potere. Questo avvertimento fu corroborato anche da una pulizia etnica che il partito comunista cercò di fare al proprio interno. Non si dimentichi che la corrente comunista dei miglioristi fu attaccata e coinvolta nelle indagini.

Ma perché il partito di Occhetto e Violante avrebbe dovuto trattare con la mafia?

C’era una convergenza di obiettivi: i nemici giurati del partito comunista e della mafia erano gli stessi: la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista. La prima venne colpita a Palermo, il secondo a Milano con Tangentopoli.

Dunque la mente era l’ex Pci, il braccio la magistratura.

Anche su Falcone accadde questo. Falcone voleva assumere la direzione investigativa antimafia, che era stata in effetti una sua invenzione, ma su di lui la sinistra giudiziaria e politica attuò uno sbarramento che gli impedì di assumere quella carica. Anche qui c’era una oggettiva convergenza di avversari tra il partito di Occhetto e Violante e la magistratura.

Perché lo chiama il partito di Occhetto e Violante?

Perché una cosa erano Occhetto e Violante, un’altra cosa era D’Alema, Chiaromonte, Napolitano: che invece si opposero all’opzione giudiziaria.

In un articolo per “Il Foglio” lei ha parlato di una lettera che spiegherebbe la trattativa.

Nell’intervallo tra l’uccisione di Falcone e quella di Borsellino arrivò a una serie di autorità, tra cui il presidente della Repubblica, una documento anonimo che descriveva cosa sarebbe accaduto nel paese di lì a poco: altri omicidi di magistrati e politici, ulteriori procedimenti giudiziari per corruzione e una serie di iniziative che avrebbero aiutato a liberare e ridurre le pene dei mafiosi. Questo documento fu trasformato in una interrogazione parlamentare dal senatore comunista Lucio Libertini (a proposito delle varie anime che vivevano nel Pci).

E poi cosa accade?

Accadde quello che c’era scritto su questo bigliettino. Borsellino viene ucciso, Tangentopoli esplode in tutta la sua forza e nel 93-94 si realizzano i benefici della cosiddetta legislazione premiale per i mafiosi. Che, secondo dati che raccogliemmo nel 2007, portò alla liberazione di circa seimila fra mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti tra il 1993 e il 2005. Tra cui tutti responsabili della strage di Capaci, eccetto Giovanni Brusca.

Non sapevo niente di questa storia.

Nessuno ne parla, infatti. Nel 2007 chiesi a Giuliano Amato: «Caro ministro, io e lei abbiamo sostenuto la legislazione per i pentiti. Abbiamo sbagliato o c’è stata una gestione sbagliata di quelle norme?».

E lui cosa rispose?

«Caro Paolo, alle tue domande la mia amministrazione è reticente. Silenzio assordante della commissione antimafia».

Cosa c’è sotto?

Nella primavera del ’93, con Tangentopoli nella sua fase conclamata, esplodono delle bombe mafiose a Milano, Roma e Firenze. Poi tutto finisce lì. Tanto che Walter Veltroni si chiede come mai gli attentati si interrompano di colpo. La risposta a quella domanda è nel fatto che da lì a breve comincia la liberazione di ‘ndranghetisti, camorristi e dei mafiosi. E si capisce che quelle bombe servivano a ricordare che erano stati presi degli impegni e che dovevano essere rispettati.

Il governo allora era guidato da Ciampi. Perché parla di un coinvolgimento del partito di Occhetto e Violante?

La spina dorsale di quel governo era degli ex comunisti. È ovvio che se lei fa una trattativa la fa con chi può darle qualcosa: non certo con chi non ha più potere ed è stato annientato come la Dc e il Psi.

Perché nessuno si interessa a questa massiccia scarcerazione dei mafiosi?

Perché la classe dirigente di questo paese è ancora sotto ricatto.

È stato un bene o un male trattare con la mafia?

Io risponderò a questa domanda quando coloro che hanno trattato avranno il coraggio di rivendicarlo pubblicamente. Il partito socialista era per la trattativa con le Br durante il sequestro Moro. Si assunse le sue responsabilità. Io trovo assurda l’idea che in questo paese si accusino di aver trattato con la mafia persone che ne sono state delle vittime, lasciando invece nell’ombra coloro che hanno gestito così come le ho detto i programmi di protezione e rendendo alla mafia il più grande servizio.

 

 

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One Response to «La trattativa la fecero gli ex-Pci»
Intervista a Paolo Cirino Pomicino

  1. Sam Moser

    17 luglio 2012 at 15:33

    …di sicuro