Trattativa Stato/Mafia 2)
No, fu un grave errore

Lorenzo Misuraca Pubblicato da
il 16 luglio 2012.
Pubblicato in Attualità.

Fu ingiusta e andava evitata. È quello che ho pensato leggendo l’articolo di Davide Varì attorno alla trattativa Stato-mafia di vent’anni fa, pubblicato sullo scorso numero de gli Altri.

Varì si chiede, appunto, “fu giusto trattare con la mafia?” e si dà una risposta netta: “Certo, fu giusto e inevitabile”.

Mi preme scrivere perché non condivido le conclusioni a cui è arrivato Davide. Premetto però che trovo salutare e positivo che quando si parla di mafia e antimafia si possa mettere in discussione qualsiasi tabù.

Questo perché la lotta alla criminalità organizzata, resa feticcio monolitico similmente alla resistenza partigiana, rischia di diventare come le targhe commemorative, sbiadite dal tempo e ignorate da tutti, quando non è in grado di “reggere” alle critiche.

Entrando nel merito della trattativa Stato-mafia, Vari scrive che “c’era una guerra e in guerra si tratta. Si tratta col nemico”. Prima di ragionare sull’opportunità di trattare o meno con il nemico, va capito se di guerra si trattasse davvero. Varì parla di un scia di sangue che andava fermata e che comincia con l’omicidio di Salvo Lima, europarlamentare Dc, il 12 marzo del ’92. A seguire le stragi di Capaci, via D’Amelio e gli attentati del ’93 a Firenze, Roma e Milano, che causano complessivamente 10 morti.

Messa così, appare comprensibile che dopo l’ennesimo atto terroristico, qualcuno nelle alte sfere istituzionali abbia deciso di avviare una trattativa.
Il punto è che la trattativa fu avviata ben prima delle stragi del ’93. Secondo alcune ipotesi prima ancora dell’omicidio di Falcone, secondo altre subito dopo. Le rivelazioni di testimoni e pentiti che hanno portato la magistratura ad indagare Nicola Mancino, rendono molto credibile la pista secondo cui Borsellino, che certamente aveva saputo della trattativa, avesse firmato o comunque accelerato la sua condanna a morte proprio perché alla trattativa si oppose.

Se prendiamo come buona l’ipotesi che la mafia avesse intensione di trattare già prima del 23 maggio ’92, e che la bomba di Capaci fosse semmai una punizione per il giudice che aveva fatto condannare all’ergastolo centinaia di mammasantissima, e allo stesso tempo un tentativo di “accelerare” le ambasciate dei clan, possiamo dire che in quel momento non c’era nessuna scia di sangue anomala che spingesse lo Stato a trattare per salvare vite umane inermi da una follia stragista in atto.

 

Molto più probabilmente, dopo le sentenze di Cassazione del gennaio dello stesso anno, che avevano confermato le condanne del maxi-processo, la classe politica si mosse per puro istinto di autoconservazione, e nulla più.

Il cadavere del potentissimo Salvo Lima, per decenni anello di congiunzione tra gli interessi di Cosa nostra e gli appetiti elettorali della Democrazia cristiana, rappresenta un tappo che salta.
Solo pochi giorni dopo, Il 16 marzo del 1992, il capo della Polizia, Vincenzo Parisi, allerta pubblicamente sulla possibilità di attentati e omicidi politici, e due nomi trapelano tra le possibili vittime: Carlo Vizzini e Calogero Mannino.

 

Dunque, l’ipotesi che lo Stato trattò dopo una serie di colpi inauditi inferti alla popolazione non regge. Fu la classe politica, tra cui alcuni di quelli che più si erano compromessi con ambienti mafiosi, a tentare una mossa disperata per non pagare quello che la mafia riteneva un tradimento, le pesantissime condanne appena arrivate.

Se prendiamo invece per buona la pista secondo cui si cominciò a trattare su sollecitazione dei Ros, che si rivolsero a Ciancimino dopo la strage di Capaci, è difficile non notare l’insostenibilità della buonafede.

I corpi di Falcone, Morvillo e dei tre agenti di scorta, erano stati seppelliti da poco, e lo Stato invece di aumentare la pressione su Cosa nostra, avrebbe sputato sul cadavere dell’uomo che più duramente aveva perseguito la mafia e isolato, se non peggio, il continuatore della sua azione, Paolo Borsellino, sedendosi al tavolo con Totò Riina.

 

Sta di fatto, continua Varì, che con la trattativa le stragi terminarono.

Ma non è solo un’ipotesi, bensì il frutto di testimonianze come quella di Luigi Ilardo, braccio destro del boss “Piddu” Madonia, il fatto che Bernardo Provenzano decise di chiudere la fase stragista (probabilmente consegnando Totò Riina allo Stato e garantendosi ancora qualche anno di latitanza), perché ritenuta fallimentare.

E cos’erano le bombe del ’93 se non una pistola metaforica poggiata dai Corleonesi sul tavolo della trattativa già avviata da almeno un anno e inceppata dopo l’inevitabile giro di vite seguito alla bomba di Via D’amelio?

Fu il pugno duro dello Stato a fermare Riina, non la trattativa, che anzi lo legittimò ad alzare il tiro di morti di fronte ad una controparte troppo titubante.
Dopo, solo dopo le motivazioni concrete che spingono a ritener ingiusta e evitabile la trattativa tra Stato e mafia, è il caso di parlare della questione di principio.

Diverse volte ho sentito paragonare la trattativa alla tragica stagione della lotta armata e delle brigate rosse, per sostenere che nel ’92 si evitò giustamente di ripetere l’errore commesso alla fine degli anni ’70, quando le istituzioni si rifiutarono di trattare con i comunisti armati.

Il punto, al di là delle personali posizioni sugli anni di piombo, è che mafia e lotta armata sono due cose diversissime.

Si può forse trattare con delle formazioni militari che tentano di attivare un processo insurrezionale, e che registrano l’appoggio di una parte consistente della popolazione, sulla base di rivendicazioni politiche.
Cosa nostra non ha mai messo in discussione l’ordine costituito, a parte appunto durante il periodo della trattativa, proprio perché in Sicilia aveva sempre esercitato una sorta di egemonia che poteva contare sulla connivenza della borghesia e di grosse fette di istituzioni e partiti. Falcone e il pool misero in discussione il decennale rapporto di connessioni più o meno nascoste tra Cosa nostra e Stato. La mafia trattò nel ’92 e nel ’93 perché per la prima volta la cosiddetta aria grigia rischiava di non poter svolgere più le funzioni necessarie alla sopravvivenza dell’organizzazione. Trattò dunque da una posizione di debolezza. Se lo Stato non fosse stato così schizofrenico, forse oggi di Cosa nostra si parlerebbe al passato. Di fronte a tutto questo, in un paese pienamente democratico, Mancino deve giustamente dare una risposta ai magistrati sulla sua reticenza. Con buona pace di Napolitano. Anche perché, volendo provocatoriamente assumere per buona la posizione secondo cui trattare era inevitabile, a questo punto il presidente della Repubblica e Mancino dovrebbero avere il coraggio di rivendicare la giustezza storica e politica di quella scelta, invece rigettarla come un’accusa infame e nascondersi dietro mezzucci quali i “non ricordo” e le telefonate di pressione.

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