E’ il grande romanzo dei misteri italiani, il solito libro infinito che scriviamo da decenni, dal 12 dicembre del ‘69 per la precisione, dal giorno della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. A dire il vero c’è chi fa risalire tutto al 1 maggio del ‘47, alla strage di Portella della Ginestra. Ma si tratta di piccole dispute storiografiche che nulla tolgono e nulla cambiano alla sostanza. Gli ingredienti, grosso modo, sono sempre gli stessi, sempre quelli: un pizzico di servizi segreti deviati, un paio di alti ufficiali dell’Arma, un po’ di massoneria, qualche politico borderline, un po’ di mafia e un paio di pentiti che dicono e non dicono. Ché quello che non dicono, ovviamente, è troppo pericoloso, troppo eversivo. Meglio il silenzio.
E il nuovo avvincente capitolo del “Grande gioco” è la famigerata trattativa tra Stato e mafia del ‘92-93. Facciamo subito un po’ di chiarezza: ci fu questa benedetta trattativa? Certo, ci fu. E per quale motivo? Per fermare la guerra che la mafia aveva ingaggiato contro lo Stato. E chi partecipò a quella trattativa? Un colonnello dei Carabinieri, un paio di politici e qualche magistrato. Il Quirinale sapeva? Sì, probabilmente sapeva e oggi cerca di tirare fuori dai guai le persone che misero mani e faccia in quel gioco terribile e insanguinato. Ultima domanda: fu giusto trattare con la mafia? Certo, fu giusto e inevitabile. C’era una guerra e in guerra si tratta. Si tratta col nemico.
E in effetti quella del ‘92-93, se non era una guerra, era una cosa davvero molto simile. Ecco cosa successe. 12 marzo ’92: Salvo Lima, come tutte le mattine, esce dalla sua villa di Mondello per andare a lavoro. Una moto con a bordo due uomini blocca l’auto del luogotenente andreottiano. I due sparano, Lima fugge ma viene raggiunto e ucciso. 23 maggio ’92: 500 chili di tritolo esplodono lungo l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta muoiono. 19 luglio ’92: una fiat 126 imbottita di tritolo esplode a via d’Amelio a Palermo. Muore Borsellino e muoiono i cinque uomini della sua scorta. 14 maggio ’93: un’autobomba esplode al passaggio di Maurizio Costanzo e di sua moglie Maria de Filippi in via Fauro a Roma: sette feriti. 27 maggio ’93: a Firenze, in via dei Georgofili, viene fatta esplodere una Fiat Fiorino imbottita di esplosivo: 5 morti e 48 feriti. 27 luglio ’93, un’altra autobomba esplode a Milano, in via Palestro: 5 morti. 28 luglio ’93: a Roma esplodono due bombe, una a san Giorgio al Velabro e una san Giovanni in Laterano. 31 ottobre ’93: nei pressi dello stadio Olimpico di Roma viene piazzata un’autobomba. Solo per caso, o per chissà quale altro motivo, la strage è evitata.
Proiettili, bombe, morti e feriti. Insomma, era una guerra, è evidente. E così, nel bel mezzo della mattanza qualcuno decise che era arrivato il momento di trattare. Oggi sappiamo che fu un’idea del colonnello dei carabinieri Mori che incontrò Vito Ciancimino almeno 4 volte. E fu lì che tutto ebbe inizio. Ma le cronache si dividono. Secondo alcuni, Mori e Ciancimino si accordarono sulla cattura di Riina, venduto da Provenzano. Secondo altri ci fu la consegna del famoso “papello”, un fogliaccio sul quale erano elencate le richieste di Cosa nostra in cambio della fine delle “ostilità”. Eccone i contenuti: revisione della sentenza del maxi-processo; annullamento del carcere duro (il famoso 41bis); revisione della legge Rognoni-La Torre (reato di associazione mafiosa); riforma della legge sui pentiti; riconoscimento dei benefici dissociati per i condannati per mafia (come per le Brigate Rosse); arresti domiciliari dopo i 70 anni di età; chiusura delle super-carceri; carcerazione vicino alle case dei familiari; nessuna censura sulla posta dei familiari; misure di prevenzione e rapporto con i familiari; arresto solo in flagranza di reato; defiscalizzazione della benzina in Sicilia.
Lo Stato non solo non concesse niente, ma nel corso degli anni confermò, anzi inasprì la norma più odiata dai mafiosi: il 41bis, il carcere duro. E in un certo senso fu un’occasione persa per liberarsi di una pratica al limite della tortura. In effetti è così che ha definito il 41 bis il “Comitato europeo per la prevenzione della tortura”. Il Comitato parlò di trattamenti inumani e degradanti. “La durata prolungata delle restrizioni provocava effetti dannosi che si traducevano in alterazioni delle facoltà sociali e mentali, spesso irreversibili”. Insomma, una tortura a tutti gli effetti. Ma guai a dirlo ad alta voce: l’iscrizione d’ufficio nell’albo dei mafiosi è immediata.
Fatto sta che le stragi e gli omicidi finirono. Di colpo. Gli esegeti dell’antimafia, un po’ delusi, iniziarono a spiegare che Cosa nostra decise di inabissarsi. Una strategia criminale, dissero, che aveva l’obiettivo di tutelare gli affari e gli appalti. Ma il sangue smise di scorrere. Questo è un fatto.
Ci furono anni di silenzi, di indagini, di improvvise rivelazioni e di nuovi silenzi. E oggi siamo al culmine della polemica. Napolitatano è “accusato” di aver agito sui magistrati per togliere dai guai Nicola Mancino, ministro dell’Interno all’epoca della trattativa. Ma se la trattativa ci fu, cosa dovrebbe fare il Quirinale? Lasciare al proprio destino coloro che per conto dello Stato provarono a fermare il sangue? Dovrebbe abbandonarli a se stessi? Se la ragion di Stato ha un senso, questa è la volta buona per rivendicarla. Salvate il soldato Mancino.
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