Dalla moda alle Olimpiadi
Il Qatar conquista il mondo

gli Altri Online Pubblicato da
il 13 luglio 2012.
Pubblicato in Esteri.

Vi proponiano la traduzione, a cura di Laura Eduati, di un interessante articolo di Peter Beaumont per The Guardian: Giovedì sera scorso (5 luglio, ndT), lo sceicco Hamad Jassim al-Thani, che ricopre i ruoli di primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, stava a fianco del duca di York e sindaco di Londra, Boris Johnson, per osservare l’inaugurazione dello Shard. Mentre laser blu e verdi, accompagnati dalla London Philarmonic Orchestra, illuminavano lo skyline londinese ora dominato dal grattacielo alto 310 metri, il pianeta seguiva l’evento in mondovisione.

 

Se l’inaugurazione dell’edificio più alto dell’Europa occidentale – supervisionato da Hamad, che attraverso le casse del suo Paese ne possiede il 95% – è stata la dimostrazione di quanto la visibilità e l’influenza del Qatar stiano crescendo rapidamente, qualche giorno prima, in un edificio altrettanto enorme ma meno recente, quell’influenza veniva esercitata in una maniera molto più discreta. Il palazzo in questione è quello delle Nazioni Unite a Ginevra, dove lo scorso sabato (1 luglio, ndT) Hamad ha incontrato il segretario di Stato Hillary Clinton e altri ministri degli Esteri per fare pressione e ottenere una più severa azione internazionale nei confronti della Siria.

 

Entrambe le scene sottolineano un fenomeno: l’emergere sul palcoscenico mondiale di uno Stato minuscolo che vuole giocare un considerevole ruolo diplomatico, culturale e persino militare, le cui altissime ambizioni di distribuire la propria influenza sul mondo sono foraggiate da una strabiliante ricchezza e dalla devozione alla rigida interpretazione del Corano. Queste ambizioni si stanno realizzando. Dagli stadi sportivi agli attici che toccano il cielo delle capitali occidentali, dai centri industriali della Cina ai campi di battaglia della Siria e della Libia.

 

Una generazione fa il Qatar – i cui abitanti sono tra i più ricchi del mondo grazie alle riserve di petrolio e gas naturale – a malapena veniva registrato dai radar globali. Ex protettorato britannico in mano alla famiglia al-Thani dal 19mo secolo; l’attuale emiro, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, tolse il potere al padre nel 1995 con un “colpo di palazzo”, senza spargere una goccia di sangue. Oggi è difficile non imbattersi nei suoi soldi e nella sua influenza.

 

A Londra, luogo prediletto degli investimenti degli al-Thani, la Qatar Holdings e la Qatar Investment Authority vengono da una lunga carrellata di shopping, avendo speso 13 miliardi di sterline negli ultimi anni per acquistare Chelsea Barracks (una delle zone residenziali più esclusive della città), Harrods e il villaggio olimpico. Il Qatar è il più importante azionista di Barclays Bank. Recentemente la sua strategia di investimento planetario ha visto l’aggressiva entrata, in pompa magna, nei mercati cinesi.

 

La Qatar Foundation sponsorizza la squadra del Barcellona, quasi a ricordare che tra dieci anni ospiterà i Mondiali di calcio. E poi c’è la televisione Al-Jazeera, con sede a Doha, considerata il più importante canale tv in arabo, che il Qatar possiede attraverso la Qatar Media Corporation – e che la scorsa settimana proclamava di avere le prove del fatto che Yasser Arafat sia stato avvelenato con del polonio.

 

L’emirato ospita anche gli uffici regionali dei Talebani e di Hamas, insieme con una serie di organizzazioni internazionali, avendo creato uno spazio dove l’Occidente siede gomito a gomito con il mondo islamico. E infatti fino al 2009 il Qatar comprendeva un centro di servizi commerciali israeliano, che ha chiuso definitivamente dopo l’incursione di Israele su Gaza.

 

A partire dalla primavera araba, il Qatar ha cercato di posizionarsi all’avanguardia delle trasformazioni nella regione, dando supporto militare ai ribelli che lottavano contro Gheddafi in Libia e aiutando alcuni protagonisti chiave nella frammentata politica post-rivoluzionaria attraverso una tattica che – secondo alcuni diplomatici – ha incluso l’immissione di armi. Più recentemente il Qatar è stato accusato di far trasportare illegalmente armi destinate ai gruppi di opposizioni in Siria, una informazione che il primo ministro nega, nonostante il Qatar a parole sia favorevole ad armare i ribelli siriani.

 

Tutto questo porta ad alcune domande: che cosa vuole ottenere il Qatar da una politica estera che include lo spiegamento di un potere dolce e, allo stesso tempo, sempre più duro, e come è accaduto che un Paese così piccolo sia diventato così importante?

 

Questa – così scrisse l’Economist l’anno scorso in un reportage sul “pigmeo col pugno di un gigante” – è stata la domanda che l’ex autocrate egiziano Hosni Mubarak pose dopo aver visitato il quartier generale di Al Jazeera a Doha nel 2001. Secondo i giornalisti mugugnò: «Tutto questo rumore da questa piccola scatola di fiammiferi?”.

 

Si tratta di una domanda che è stata formulata con molte parole diverse da chiunque, dai diplomatici occidentali ai leader arabi, nel disperato tentativo di capire non soltanto la combinazione di considerazioni che soggiace alla politica estera del Qatar, ma anche la sua traiettoria.

In un certo senso, dicono gli analisti che hanno studiato quella politica, la diplomazia della famiglia al-Thani viene interpretata secondo il personalissimo filtro dell’emiro, ovvero il suo primo ministro Tamim, principe coronato ed educato alla Sandhurst, a capo del minuscolo esercito nazionale.

 

Con una popolazione che non tocca i due milioni di persone – e nemmeno uno su sette è nato nel Paese – il Qatar è situato in una piatta penisola che fuoriesce dalla costa dell’Arabia Saudita, di fronte all’Iran. Concluso il periodo come protettorato britannico nel 1971, ha deciso di non entrare negli Emirati Arabi Uniti.

 

Il Qatar è uno dei membri fondatori del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo (1981), che garantisce la sua sovranità, e da allora ha focalizzato la sua politica estera nel creare amicizie e alleanze per garantirsi indipendenza e sicurezza, non da ultimo dando ospitalità al comando generale degli Stati Uniti dal 2002.

 

«Basta guardare alla posizione del Qatar nella mappa per vedere che è circondato da vicini molto pesanti», dice Jane Kinnimont, esperta del Golfo presso il think tank di Chatham House. «C’è la sensazione che abbia bisogno di un sacco di alleati. E così il Qatar stringe alleanze sia con Paesi grandi che con Paesi piccoli, sui quali possa contare in luoghi come l’assemblea generale delle Nazioni Unite».

 

Ciononostante questi elementi non spiegano a sufficienza l’emergere del Qatar nelle vesti di un protagonista di primo piano a livello internazionale, che si erge molto al di sopra del suo peso. La realtà è che ha beneficiato di una complessa combinazione di eventi creati e tenuti insieme dalle potenti personalità dell’emiro e del suo primo ministro, convinti che il Qatar deve “contare”.

 

«Quindici anni fa quasi nessuno aveva mai sentito parlare del Qatar», dice Kinninmont. «Oggi lo conosciamo non soltanto per i suoi investimenti-trofeo in luoghi come Londra, ma anche grazie alla sua politica estera, molto cosciente di se stessa e del suo marchio, e ciò accade perché cerca di definirsi e diventare marchio attraverso le cose nelle quali vuole essere coinvolto». Questo ragionamento è applicabile sia agli edifici di notevoli dimensioni sia al suo ruolo di supporto alle rivoluzioni del mondo arabo. La strategia del Qatar è stata per lungo tempo molto simile a quella della Turchia, una politica estera che non voleva creare problemi e che facesse crescere la propria influenza agendo sia come mediatore nelle crisi sia stringendo amicizie. Ma nel mezzo della primavera araba, che ha forzato molti leader a fare passi indietro, il Qatar con la sua relativa stabilità ha colto l’opportunità di acquisire un ruolo più attivo.

 

In un discorso di tre anni fa, il primo ministro del Qatar insisteva: «Le nostre fonti di potere sono la fede in Dio, l’autostima e la chiara percezione dell’emiro, nella quale non c’è competizione con alcuno. Non vogliano competere con nessuno. Il nostro Paese è piccolo e lo ripeto cento volte».

Mentre pochi troverebbero da ridire sull’autostima, è l’ultima frase sulla quale molti sono sempre più scettici, soprattutto dallo scorso marzo quando l’emirato fece avere sei jet Mirage nell’ambito delle operazioni sulla Libia, e consiglieri militari e missili anti-carro ai ribelli.

 

È stato quel momento, come affermava David Roberts, vicedirettore del Royal United Services Institute, in un articolo per Foreign Affairs dello scorso anni, a segnare “il cambiamento di qualità” nella politica estera del Qatar, da “attivista” ma militarmente non minaccioso a interventista attivo.

 

La spiegazione che Roberts fornisce sull’emergere del Qatar come attore di primo piano nella regione è seducente. Lo studioso afferma che, dopo la presa del potere nel 1995, l’emiro era desideroso di sviluppare «una immagine positiva e liberale…con un unico obiettivo – consolidare il suo regime in un ambiente ostile dove i sodali del vecchio regime dentro la famiglia regnante e fuori della monarchia (in Arabia Saudita) accarezzavano la speranza di una restaurazione».

 

Era la politica che l’anno successivo avrebbe visto il lancio di al-Jazeera. Ma sono stati eventi più recenti, comunque, ad aver definito il Qatar. Sebbene sia una monarchia assoluta – ciononostante il prossimo anno si apriranno le urne per eleggere un organismo di consiglio reale – non vede contraddizioni nel supportare movimenti popolari che si oppongono a leader autocrati, una posizione che molti nella regione considerano con profondo scetticismo. «La primavera araba ha cambiato tutto», dice Hamid. «Tra i leader arabi il Qatar era l’unico oltre la curva della primavera araba e desideroso di prendere dei rischi». Ironicamente, spiega, è stata la poco numerosa e ricchissima popolazione e la completa mancanza di richieste di democrazia a farlo sentire meno “esistenzialmente” esposto a quello che stava succedendo intorno ai vicini più grandi, come l’Arabia Saudita e l’Iran.

 

«Il Qatar ha visto quello che sta succedendo», dice Kinninmont, «e si è allineato con i Fratelli Musulmani e i movimenti di fratellanza ovunque. Ha preso le parti di quella che vede come la tendenza predominante». Il supporto a partiti radicati nella Fratellanza – incluso il partito tunisino Ennahda, la cui recente vittoria è stata finanziata dal Qatar, arriva nonostante il fatto che l’emirato stesso abbracci la tradizione wahabita dell’Islam e abbia cullato esponenti radicali di quella scuola. Tutto ciò porta al sospetto che una buona parte della sua agenda abbia motivazioni religiose, mentre alcuni altri pensano che sia più opportunista che ideologico. Ma se il Qatar ha imparato da tempo ad essere pragmatico – riuscendo a ospitare una grossa base americana mentre continuava a condurre esercitazioni militari con l’Iran – il suo approccio, dice Kinninmont, è guidato anche da fattori molto personali, non da ultimo l’attrito con il presidente siriano Bashar al-Assad. «L’emiro ha speso lungo tempo a coltivare l’amicizia con Assad, per farselo alleato. La sensazione era che loro potevano parlare e lui avrebbe ascoltato. Ma Assad non voleva ascoltare».

 

Il cambio di passo della politica del Qatar, verso una posizione più interventista, non è scevra di rischi. Subito dopo la rivoluzione in Libia, la diplomazia occidentale a Tripoli si è lamentata amaramente dell’interferenza del Qatar. L’attivismo del Qatar a favore dell’opposizione in Siria e il sospetto che sia implicata nella fornitura clandestina di armi ai suoi membri ha attirato critiche pubbliche e private.

 

Ed ha portato a speculare sul fatto che il Qatar non sarà in grado di sostenere la sua influenza. Si sottolinea che, mentre ha beneficiato dalla distrazione dei vicini come l’Arabia Saudita agli inizi della primavera araba, le conseguenze a lungo termine delle azioni del Qatar nell’ultimo anno e mezzo – non ultimo il supporto ai movimenti dell’Islam sunnita – potrebbe portarlo più vicino a Rihad nelle crescenti divisioni settarie originate dalla primavera araba, come il conflitto in Siria.

Ugualmente minaccioso per il Qatar è il fatto che il pugno duro potrebbe mettere in pericolo la rete di amicizie che ha coltivato con cura per lungo tempo, facendosi nuovi nemici.

 

Persino tra i rivoluzionari libici che hanno beneficiato dall’assistenza militare del Qatar si stanno levando dei malumori. Tra coloro che hanno alzato la voce c’è il generale Khalifa Hiftar, il quale dava il benvenuto «all’aiuto del Qatar che entra dalla porta principale…se entra dalla finestra di certe persone bypassando i canali ufficiali, allora non vogliamo il Qatar».

 

Hamad ammette: «Ogni cosa ha un prezzo. Sta crescendo l’opposizione al Qatar. C’è il rischio di un rinculo per l’emirato. Ma loro sanno che questo va con il territorio». E così il piccolo Qatar potrebbe presto scoprire, come altri prima di lui, che la realtà del duro potere manda all’aria il sottile e costoso business del potere dolce – spettacoli alla luce laser e torri illuminate inclusi.

 

 

 

 

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One Response to Dalla moda alle Olimpiadi
Il Qatar conquista il mondo

  1. roberto

    18 luglio 2012 at 10:26

    articolo molto interessante.
    Quindici anni fa, quando andavano di moda le barzellette cretine che storpiavano in nomi stranieri, io avevo inventato: Qual’è il posto dove si vendono più sciroppi mucolitici? in Qatar !