La fabbrica dei “santi subito”
contro il mostro Schettino

Alessandro Antonelli Pubblicato da
il 12 luglio 2012.
Pubblicato in Attualità.

In fisica sarebbe il terzo principio della dinamica, così rivisitato: ad ogni mostrificazione corrisponde una santificazione uguale e contraria. Una santificazione – sia chiaro – immanente e imminente, che non può certo stare appresso ai tempi del processo canonico: quelle son cause che non godono di prescrizione breve e di norma durano molto di più della vita dei loro postulatori.

E così nei giorni di Caronte – alias Francesco Schettino, traghettatore di naufraghi – il beato con l’aureola fu tale Gregorio De Falco dal Vomero. Adirato come Gesù coi mercanti nel tempio, patrono degli annegati e riscattatore del perduto onore italico, fece da contrappunto alla viltà del nostromo malefico. Nel gergo così poco cerimonioso con cui De Falco arringò il fuggitivo, e nelle ferrose stigmate della Costa Concordia, il popolo riscontrò allora i segni di una pronta redenzione e la tragedia divenne più sopportabile.

Santi da una parte, navigatori dall’altra. In mezzo poeti scadenti, narratori, cronisti, precettori, commentatori a caccia di dicotomie da segnare alla lavagna, come si faceva all’asilo. Perché nella sete di agiografia che ci inaridisce la gola le gesta dell’uomo probo sono tanto più munifiche quanto più micragnosi e grotteschi si immaginano i loro opposti: è il bisogno di compensazione, il pareggio di bilancio tra lo schifo e il bello di una nazione.

Certo a volte si esagera proprio. Seguendo la verticale che dal mare porta al cielo, e dal cielo fino ai confini della galassia, ecco Roberto Saviano in forma d’asteroide. Sì, avete capito bene: l’astronomo Silvano Casulli ha così ribattezzato, col nome del guru-scrittore, il corpo celeste che ruota attorno al sole, avvistato per la prima volta nel 2007. «Mai in vita mia mi sarei aspettato di ricevere una notizia tanto incredibile… Ora guarderò il cielo con occhi diversi» è stato il commento dell’autore di Gomorra su Facebook. Roba da far rimpiangere le ironiche autocandidature di Silvio Berlusconi, unto del Signore, che nel salotto di Porta a Porta costrinse Vespa ad avvicinarsi per annusare l’odor di santità.

La differenza, capirete, è abissale: il Cavaliere, primo tra i peccatori e fiero trasgressore degli insegnamenti divini, impiegò la metafora della beatificazione ad esclusivo sostegno del proprio ipertrofico ego. San Saviano, invece (e spesso suo malgrado), è il terminale di un sentimento collettivo che davvero collima con il martirologio e con l’idea di perfezione morale, proprio perché investito di un percorso esattamente speculare alla demonizzazione, secondo sport praticato in Italia dopo il calcio.

Crisi e disintegrazione della politica e delle finanze, va da sé, accelerano questo tristissimo gioco degli specchi che trova applicazione in ogni ambito della vita civile, a partire dai vertici delle istituzioni. Giorgio Napolitano, santo per Costituzione, è destinatario di una adulazione da protocollo che egli non fa mistero di pretendere. La sua ieratica posa da padre della Repubblica lo rende infallibile, e chi prova a segnalarne gli umani limiti incappa, nel migliore dei casi, nell’accusa di sbrego all’etichetta che scatena gli alti lai dei tutori del sacro.

Sotto il Quirinale tornato ad essere dimora dei papi, ogni chiesa, poi, ha il suo pantheon inviolabile. Mai così a corto di totem da venerare e al cospetto di tanto miseri epigoni, i nostalgici di Berlinguer rinverdiscono il proprio culto con sempre maggiori concessioni all’idolatria. I cugini socialisti non ti dico: spettatori di così mediocri ruberie, si sentono in diritto di innalzare il vessillo di San Bettino ancor più in alto di quanto facessero già prima.

Ma anche uscendo dal seminato della politica, non si sfugge alla deificazione del buon pastore. Guai, per esempio, ad annerire con il fiato del sospetto i sancta sanctorum dell’informazione, anzi i Santi Santoro, protettori della buona tv contro i satanassi del giornalismo eterodosso, sacerdoti del servizio pubblico che uno è e uno deve restare, con le sue precise liturgie e gli stessi chierici di sempre. E che dire del gineceo delle indignate contro le diavolesse discinte alla corte dei sovrani, vestali dell’integrità, sante subito, sante ora, e se non ora quando?

Ecco che si torna agli avverbi di tempo, a quel bisogno di turbo-canonizzazione che da Wojtyla in poi ha fatto scuola. Santi cotti e mangiati, cortocircuiti pazzeschi in cui il redentore e l’anticristo si scambiano i ruoli a seconda dell’aria che tira nel paese. In Italia, tanto per dire, fu fatto santo anche Marchionne, oggi folgorato sulla via di Detroit. Allora i mostri erano gli sciacalli del mercato globale, pronti ad azzannare gli ultimi brandelli del Lingotto; il manager col maglione un Davide pronto a sconfiggere Golia. Poi si sa come è andata a finire, e quanto poco aggraziata sia stata l’ascesa di Marchionne al potere. Perché, come avvertiva Pascal, «per fare di un uomo un santo è necessaria la grazia: chi ne dubita non sa cos’è un santo e cos’è un uomo».

 

 

Be Sociable, Share!
Puoi seguire gli aggiornamenti di questo articolo tramite il feed RSS 2.0.
Both comments and pings are currently closed.

One Response to La fabbrica dei “santi subito”
contro il mostro Schettino

  1. alessandra

    16 luglio 2012 at 22:24

    Fantastico!