E ora, Forza Europa!

Lanfranco Caminiti Pubblicato da
il 1 luglio 2012.
Pubblicato in gli Altri.

Potete dire quello che volete, ma io stasera tiferò Europa. Certo, mi farà piacere se vinceranno gli azzurri, ma mi ha già disturbato la festa quella palandrana di Monti che va a piazzarsi in tribuna e dopo aver sputato sul calcio vuole mangiare in quel piatto. E non mi dispererò se vincerà la Roja, perché gli spagnoli giocano un gran calcio, che forse ha pure stufato diventando routine ma finché non si vede altro, più bello e più intelligente e più efficace, va bene così. Un po’ come ci accadde con l’Olanda “totale” di Cruijff e compagnia bella.
Tiferò Europa perché questa occasione dovrebbe essere stata un trionfo del sentimento europeo ma se n’è visto poco, e le nazioni non sono ancora contrade di una civitas – come accade nel Palio di Siena dove ci si accapiglia e ci si azzuffa tra l’Oca e la Giraffa, per dire, ma è sempre la grande festa di una comunità intera, uno spettacolo per il mondo –, di un continente che si sente unito, ma bandiere di differenze. E di una fissità storica che sgomenta: la Polonia e l’Ucraina, che ci hanno ospitato, restano in seconda o terza fila e fanno solo da location come per le produzioni cinematografiche, diventando per gli altri europei luoghi qualunque, non-luoghi come lo è uno stadio; la Repubblica ceca, fai pure fatica a capire cosa sia esattamente; la Russia è solo una potenza locale, mostra i muscoli come Putin in posa da cacciatore o subacqueo ma è un impero fragile e volgare; l’Inghilterra sembra rimasta alla scoperta del football, con i suoi cross; la Francia e la Germania, benché rinnovate, hanno un importante ruolo “dovuto” a ex-potenze, un po’ come dare o non dare il voto di veto all’Onu, ma ci condizionano soltanto; il Portogallo è solo memoria di una gloria passata che non si rinnoverà mai, nonostante sembri sempre sul punto di farlo; l’Irlanda deve accontentarsi di essere una fucina di grandi scrittori e grandi band del rock ma non lo sarà mai di calciatori; l’Olanda vive di trionfi che furono e la Grecia è voluta bene da tutti, solo perché tutti almeno un giorno all’anno siamo buoni e pensiamo sia una cosa giusta stendere la mano verso i deboli e i poveri. L’Europa ancora non c’è. Non c’è nei pensieri, nella forma, nell’organizzazione di questo torneo, nel rispetto, nel piacere e nella gioia che dovremmo avere tutti, da Danzica a Barcellona, da Monaco a Lisbona. Ci lamentiamo di una burocrazia di Bruxelles che sembra vivere lontano dalle sue genti, ma i rituali di questi campionati sono altrettanto stanchi e distanti.
Solo Prandelli, che ha senza dubbio il merito di avere riscattato la parola “tecnico”, lui che è un commissario tecnico ma preferisce pensarsi come allenatore, ha avuto uno scatto di genialità, portando i suoi ragazzi, i nostri ragazzi a Auschwitz, lì dove non dovrebbe essere morta solo la poesia e la parola ma anche ogni idea del gioco. Lì dove è già morta l’Europa. È stato il gesto politico più importante di questi Europei – ben oltre le ipocrisie legate alla situazione di Yulia Tymoshenko – e magari sarà banale e retorico però è significativo. L’Europa ha solo paura della sua memoria, del suo passato, e non ha torto. Ma non riusciremo mai a essere un continente se non avremo anche speranza, entusiasmo e immaginazione del futuro. Non credo alle unioni fiscali, alle unioni di programmazione economica, sanno troppo di un dirigismo di pianificazione orribile e impossibile; non ci credo e non mi piacciono. Credo piuttosto alla bellezza dell’essere europei, molteplici e variegati, alla meraviglia di come stia cambiando questo continente e basta guardare le facce delle squadre per capirlo, da Oezil a Balotelli , il Gran Turco e l’Uomo nero , e alla gioia – dovrebbe essere l’Inno alla gioia la nostra canzone, ma chi l’ha mai suonata? – di essere europei.
Bene, questi Europei della crisi e del default – le due squadre in finale sono entrambe sull’orlo di un fallimento, checché ne dicano i burocrati – potrebbero anche essere gli ultimi che si giocano con un’Europa pensata sulla paura e sul dirigismo – le due cose vanno insieme, perché solo una appropriata élite dovrebbe poter guidare masse paurose – e inaugurare un’Europa della speranza e della gioia.
Che la prossima Europa nasca dai campi di calcio può far storcere il naso, ma è certamente meglio di quando è morta nei campi di sterminio. Forza Europa.

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