Come la maggior parte degli Occidentali non posso che provare dolore per la tragedia del Tibet da tempo invaso dalle forze cinesi e disgusto per la sudditanza economica e le considerazioni di opportunità politica che impediscono al mondo di riconoscere il governo tibetano in esilio presieduto dal Dalai Lama. E questo uomo semplice, la cui saggezza e spiritualità vennero rintracciate da Tiziano Terzani nel buon senso e nel candore, ovviamente mi piace, mi è sempre piaciuto, non potrebbe non piacermi. Tutto questo detto, sarà il caso che non dimentichiamo, nemmeno da innamorati del Dalai Lama, la necessità di dare voce e quindi ascoltare gli avversari di questo uomo-simbolo, capo religioso e non solo, quattordicesima reincarnazione, per i credenti, di un aspetto del Buddha.
C’è chi sostiene che il Dalai Lama non sia solo quello che appare in Occidente (maestro di compassione, misericordia, accoglienza; esempio ammirevole di disinteresse verso ogni dinamica di potere). In particolare, a raccontare i trattamenti ingiusti e addirittura le persecuzioni subite sono molti seguaci di una delle quattro scuole buddiste tibetane, quella chiamata Gelug. Mentre apertamente il Dalai Lama predica la pacifica coesistenza di ogni religione, pretende che la riunione delle quattro grandi tradizioni buddiste da lui auspicata avvenga sotto un’unica direzione, guarda caso la sua. Contro i seguaci “eretici”, nessuna tolleranza. In migliaia i monaci dissidenti sono stati espulsi dai monasteri, altri sono stati attaccati durante pacifiche manifestazioni, la vita quotidiana dei fedeli è da tempo difficilissima e sembra che ci siano liste di proscrizione che, probabilmente male interpretate dagli adepti più integralisti, hanno dato luogo al minimo a discriminazioni, ma anche a omicidi. All’origine di tutto il culto di Shugden, culto che all’improvviso il Dalai Lama decise di vietare con un editto. La storia è curiosa e merita di essere raccontata.
Nel buddismo tibetano, non diversamente da altre tradizioni religiose, esiste ed è importante la figura dell’oracolo. Uomini e donne, nel corso delle “puje” (particolari riunioni spiritualiste), prestano corpo e voce ai diversi spiriti che vogliono intervenire con consigli e avvertimenti nella gestione degli affari terreni. Fu proprio un oracolo a mettere in guardia il Dalai Lama contro Shugden, un santo amatissimo e venerato specialmente dalla scuola Gelug, considerato protettore, nume tutelare della legge divina. La notte prima suo devoto, il giorno dopo scatenato contro di lui, il Dalai Lama presentò Shugden come espressione di una potenza non divina, ma demoniaca. Unica evidenza (per sua propria ammissione) a sostegno di tale atteggiamento: l’oracolo. Chi ha memoria nota a questo punto una stranezza. In un discorso del 1971, la stessa persona che ha deciso di emanare un editto solo in base a un oracolo aveva dichiarato che gli oracoli non c’entrano con la tradizione buddista, sono elementi spuri e vanno rubricati come pure superstizioni. Tutto documentato. (Non è invece documentato quello che si sussurra, cioè che oggi il Dalai Lama si affidi agli oracoli anche per le decisioni più irrilevanti, ma anche se fosse niente di male, perché esiste il diritto di cambiare idea).
Il punto è che, in Occidente, il Dalai Lama ha solo esortato i fedeli a non pregare più quel santo, mentre nel suo paese l’ha vietato, creando discriminazioni, fomentando divisioni. Secondo la Western Shugden Society, organo ufficiale dell’opposizione, la vita per centinaia di migliaia di “eretici” sarebbe diventata invivibile. La televisione svizzera ha girato sulla questione documentari imbarazzanti, testimonianze molto attendibili sono state prodotte, eppure sembra che queste voci restino inascoltate. Difficile non domandarsi perché, e a questa domanda i soliti eretici rispondono: protezioni ad alto livello. CIA, per esempio. Fu a seguito di una serie di ben rintracciabili ammiccamenti con questa organizzazione, che il Dalai Lama scappò in India, a Dharamsala, a tutt’oggi sede del parlamento tibetano democratico. Be’, democratico. Il presidente, ovvero il Dalai Lama, è riconosciuto da tutti i membri del parlamento non come un essere umano, ma come una sorta di semidio che incarna il dharma – legge divina –, con i dovuti attributi di infallibilità assoluta confessionale e dottrinale, e incontestabilità di qualunque decisione, anche in ambito politico. Possiamo forse, alla luce di questo, perdonare quelli che in Tibet si riferiscono a lui come “dittatore”.
A proposito, prima di lasciare il Tibet il Dalai Lama ebbe una vera infatuazione per Mao, tanto che compose in suo nome una sconcertante elegia, ben oltre il formalismo di un’intenzione diplomatica, arrivando a definirlo “cakravarti”, guida dell’universo, quasi fosse stato designato direttamente dal cielo per salvare il mondo (siamo nel 1954, durante la visita in Cina; e ci furono parole singolari nel 2008 anche per Hitler e Göring, durante la visita in Germania). Certo, vale la stessa presunzione evoluzionistica: ci si trasforma, si migliora, si cambia idea. Nel caso specifico, l’evoluzione non è congrua rispetto alla natura semidivina e all’attributo di infallibilità, per cui, attenendoci alla logica, o il Dalai Lama è praticamente perfetto e di conseguenza non può migliorare, oppure è imperfetto e dunque può migliorare, ma proprio per questo, allora, non può essere infallibile.
Doppia faccia, calcolo politico, pugno dittatoriale, gran voglia di tornare alla teocrazia antecedente al 1951 quando tutti in Tibet erano assoggettati alla legge divina e la parola “libertà” non aveva senso, uso strumentale di una disputa religiosa per liquidare possibili avversari. Queste le imputazioni, da parte dei tanti che della politica del Dalai Lama si sentono e sono vittime.
Insomma, a me lui continua ad apparire un uomo umile e insieme carismatico, che porta in giro sorrisi e parole di pace. Un uomo credibile. Proprio per questo il silenzio intorno a fatti che non sono negabili non è accettabile. Il silenzio del Dalai Lama, ma anche di tutti i giornalisti occidentali che lo adorano.
susanna schimperna
6 luglio 2012 at 20:46
marco – e che ci vuoi fare, come tutte le persone mature ho sposato l’idea che maturità sia “recuperare la serietà che si aveva da bambini quando si giocava”.
magari ho letto quel libro e anche altri. magari abbiamo solo punti di vista diversi privilegiando elementi diversi.
certamente, però, rispettare-dare attenzione-cercare l’equilibrio-non criticare sono atteggiamenti preferiti/perseguiti dai buddisti. lo dico così, come memo.