Quelli che insultano Aldrovandi sono torturatori. Ma per il codice no

Valentina Ascione Pubblicato da
il 26 giugno 2012.
Pubblicato in Diritti.
Questo contenuto non è al momento disponibile. È la risposta che si ottiene digitando sulla barra di ricerca di facebook le parole: “Prima Difesa”. È stata dunque rimossa, almeno temporaneamente, la pagina frequentata da vari rappresentanti delle forze di polizia sulla quale nei giorni scorsi sono apparsi commenti infamanti della memoria di Federico Aldrovandi (“allevato come un cucciolo di maiale”), e insulti alla madre Patrizia Moretti, apostrofata come “faccia da c…” da uno dei quattro agenti condannati in via definitiva a 3 anni e sei mesi per la morte del ragazzo.
È però attivo il sito di questa associazione che, da statuto, si propone di sostenere le famiglie degli uomini in divisa che si trovino ad affrontare spese legali e giudiziali “in conseguenza dell’attività dei propri congiunti”. “Lo slogan 10, 100, 1000 Nassirya, la morte dell’ispettore Raciti, il G8 di Genova, la violenza negli stadi, i militari in missione nelle zone più critiche, la difesa del territorio per il contrabbando mi hanno fatto riflettere su quanto poco siano tutelati i “nostri ragazzi”, che racchiudono ”il disagio di un lavoro troppo rischioso e sottopagato”, spiega  la presidente di primadifesa.it Simona Cenni. La stessa che su facebook rassicurava i colpevoli con toni incredibili: “Sarò ancora al vostro fianco” e ”Federico ha dato tanto alla sua famiglia dopo la morte…due milioni di euro…riposa in pace ragazzo sapendo che sei i tuoi ti avessero aiutato saresti ancora vivo”.  Oscenità che, oltre a calpestare il dolore dei genitori del giovane, infangano in primo luogo le divise per le quali Prima Difesa sbandiera riconoscenza e devozione. E il lavoro quotidiano di poliziotti, carabinieri – e sono naturalmente la stragrande maggioranza  – che svolgono il proprio dovere nel rispetto della legge, mettendo a rischio la vita propria e non quella altrui.
Davanti ai corpi martoriati di Federico e Stefano Cucchi, al sangue sulle pareti della Diaz, alle umiliazioni di Bolzaneto, alle intercettazioni che raccontano di violenze sui detenuti e ai tanti altri casi che hanno fatto la cronaca dell’ultimo decennio, non ci si può appellare alla retorica delle mele marce, né tirare in ballo Pasolini. Mettere i carnefici dalla stessa parte delle vittime è un’operazione di depistaggio vergognosa e volgare.
Oggi si celebra la Giornata mondiale contro la tortura. Un reato che, a 25 anni dalla ratifica della convenzione Onu che ne prevede l’introduzione, ancora non figura nel codice penale italiano anche per le resistenze opposte dalle forze dell’ordine. Ecco, si potrebbe partire da qui.
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