Molti giornali di orientamento laico il 20 giugno hanno festeggiato la sentenza della Corte Costituzionale in materia di 194 intitolando i loro articoli alla salvezza della legge, e in qualche caso ricordando il problema dell’obiezione di coscienza: nella pratica delle poche strutture pubbliche che offrono il servizio di IVG e ITG, la 194 viene applicata male e a singhiozzo.
Questo vuol dire che la legge non è affatto salva, perché il ricorso massiccio dell’obiezione di coscienza, che in Italia si attesta intorno all’80% con punte che superano il 90% dei ginecologi impiegati nelle strutture pubbliche, ne compromette seriamente l’applicazione. Percentuali così alte rendono chiaro come la situazione sia sbilanciata in favore del personale sanitario e della sua “libertà” di coscienza, rispetto a quello che sembra a tutti gli effetti un esercito nemico, le donne. Nonostante questo, cioè nonostante il fatto che la parte lesa sia rappresentata dallo schieramento femminile, quando i parlamenti si occupano della legge che regolamenta l’aborto, in Italia come in Europa, la preoccupazione trasversale non va al diritto delle cittadine ma alla difesa di coloro che obiettano. Ricordiamo a questo proposito che la relazione del 2010 firmata McCafferty in sede europea, che chiedeva esplicitamente la garanzia del servizio di interruzione di gravidanza a dispetto delle scelte del personale sanitario, è stata bocciata e al suo posto è passato un documento che rigira la questione come una frittata, sostenendo la tutela del diritto all’obiezione di coscienza for any reason. In sostanza l’Europa ha costruito una gerarchia dei diritti, mettendo quelli delle donne nettamente al di sotto di quelli dei medici.
Non è assurda la proposta di chi vuole cancellare dalla 194 la clausola che permette l’obiezione di coscienza perché la considera incostituzionale. Se lo Stato italiano per la salute delle donne prevede il servizio di interruzione di gravidanza, un ginecologo che lavora nel pubblico è chiamato a offrire tale servizio, altrimenti può andarsene a lavorare altrove, per esempio nel privato. Visti i tempi però, sarebbe già un gran risultato ottenere una legge che limiti l’accesso all’obiezione, o che assicuri la presenza di medici non obiettori per garantire l’applicazione della legge. Proposte ce ne sono, per esempio i cinque punti individuati al convegno sull’obiezione di coscienza organizzato dall’Associazione Luca Coscioni e dall’Aied il 22 magio scorso: creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza; elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza; concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG; utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori; deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti. Aggiungerei che lo Stato, qualora si riveli incapace di applicare una sua legge, debba adoperarsi a delegarla fuori dalle sue trame, rinunciando così a un monopolio che anziché garantire equità, gratuità e legalità, finisce col rivelarsi una forma di pesante controllo sui corpi delle sue cittadine. Salvare la 194 non è impossibile, sarebbe addirittura facile se ci fosse una reale volontà politica di farlo.
La cosa singolare di tutta questa situazione è il riconoscimento della coscienza dei medici e il conseguente disconoscimento di quella delle donne: se i medici non possono essere chiamati a operare contro i loro principi, le donne dal canto loro principi sembrano non averne per definizione, perché hanno solo urgenze che finiscono in balia degli eventi e delle scelte altrui. Questa visione del mondo implica che ci siano da una parte i buoni (i medici con i loro principi, insieme ai farmacisti con i loro, ai politici professionisti che sul terreno bioetico scelgono di dimostrare di avere una coscienza eccetera) dall’altra i cattivi (le donne con le loro urgenze); da una parte gli inconsapevoli corpi femminili, dall’altra i nobili spiriti dei dottori. A parte il fastidioso manicheismo, c’è pure il fatto che le cose non stanno esattamente così e che gran parte dell’obiezione di coscienza in Italia non nasce in seno ai principi morali.
Un dato interessante che emerge dall’analisi dell’obiezione di coscienza in Italia è lo scarto generazionale. Una delle grosse preoccupazioni dei medici non obiettori è il passaggio del testimone: molti degli operatori che praticano IVG, infatti, sono gli stessi che nel corso della loro esperienza si sono imbattuti nelle lotte per la legalizzazione dell’aborto. Eviterei di scivolare nella facile lettura nostalgica alla “come eravamo”, secondo cui certe generazioni hanno vissuto di ideali e impegno civile lasciandosi dietro il deserto dei figli e dei fratelli minori. Nei 34 anni di vita della legge 194, un grande protagonista è uscito di scena, un protagonista senza il quale la legge non sarebbe mai stata approvata: la coscienza delle donne. Questo non vuol dire che le donne non ne abbiano, come certe posizioni pro life sottendono, ma che non rappresentano più un interlocutore, che sono state delegittimate a parlare e a pensare, che nella gerarchia dei diritti, i loro sono finiti in fondo a tutto. In teoria la legge c’è e forse nessuno riuscirà a toccarla, almeno per ora. Ma cosa accadrà quando la generazione di medici che hanno partecipato alle battaglie per la legalizzazione dell’aborto andrà in pensione? Non solo non ci sarà più il personale preparato a fare interruzioni di gravidanza, ma uscirà di scena la memoria degli anni che hanno accompagnato l’approvazione della legge, cioè usciranno di scena il significato, il senso, la ragione, il carattere, la biografia della 194. Questo è un dato drammatico, ma contiene un’opportunità, se solo qualcuno ha voglia di coglierla: la 194 è una legge vecchia, costruita su un compromesso che se finora ha funzionato, da questo momento rischia di non funzionare più perché si è ridotta all’osso una delle parti coinvolte, quella dei femminismi e dell’impegno civile. Non è oggi il momento di portare avanti una battaglia resistenziale della legge. Tutte le forze laiche, ma non solo, dovrebbero sentirsi chiamate a mettere mano alla legislazione sull’aborto per difendere la parte che nel corso degli anni si è rivelata la più esposta ai limiti della 194, le donne. Si potrebbe oggi trasformare quella legge per renderla super partes, per farne una garanzia, qualunque sia l’umore dei tempi. Questo il compito della politica: portare il paese fuori da una guerra combattuta con armi impari, ristabilire la pace e fare il proprio dovere di legislatore. Fuori dalle stanze del potere, è lì che c’è bisogno di fare teoria e di discutere, di domandarsi perché le generazioni venute dopo l’era della grande partecipazione politica si siano allontanate da certe urgenze, di capire quali siano le nuove urgenze e discutere di dolore, conflitti, contraddizioni, prospettive, evitando così che qualche esponente pro life, quasi sicuramente maschio, ci spieghi il dolore dell’aborto. La legge e i medici facciano il loro dovere, il resto sta alle donne.
monica micheli
27 giugno 2012 at 18:09
il limite non lo stabilisce la lagge ma la probabilità che il feto con il parto indotto nasca vivo, quindi si agisce entro termini che non lasciano margine a questi rischi. per poter fare aborti successivamente a questa età gestazionale, l’unica strada è un’inezione letale e poi tirare fuori a pezzi il feto, pratica che i ginecologi non obiettori italiano non si sentono di applicare. e chi può dirgli niente? pretendere questo da loro significherebbe non avere più gente specializzata in ginecologia. tra una donna e il suo medico la cosa migliore sarebbe che nascesse una relazione terapeutica vera
MaurizioC
27 giugno 2012 at 17:19
Cioè? Non ci siamo perchè è impossibile per i benpensanti o perchè non condividi?
In qs secondo caso allora Tu cosa proponi per dare veramente alla donna la piena libertà di decidere se avere un figlio o no?
Il problema degli obiettori è evidentemente secondario perchè è la legge a porre comunque dei limiti dopo gli obiettori.
Secondo me il problema va affrontato senza ipocrisie e moralismi battendosi sulla evidenza che se una donna abortisce non è che vuole rinunciare ad un prodotto biologico ma non vuole un bambino; quindi, considerando che non si è certi quando quel grumo di cellule diventi essere umano per la scienza, non vedo che differenza ci sia tra un feto a 10 settimane e un feto di 38 (a parte lo sviluppo).
Perciò ribadisco che è il figlio nato (quindi cittadino)che non si desidera avere per tutto quello che comporta e che la mamma ha valutato, non è giusto che questa scelta si possa fare entro una scadenza che non ha ragioni scientifiche.
rita
28 giugno 2012 at 00:05
Maurizio, ti ha risposto la Micheli.
Avevi davvero bisogno dei dettagli che ha fornito?
Io aspettavo a risponderti perchè mi era sorto il dubbio di essere presa in giro.
Mi limitavo – non proponevo niente se rileggi – a raccogliere questa tua idea o provocazione non so (per me inaccettabile, ma non è questo il problema), di eliminazione di ogni paletto, essendo quindi incuriosita su come poi la vedevi dal punto di vista dell’applicazione pratica e facendoti quell’esempio di una gravidanza alla 38esima settimana, dunque quasi al termine della gestazione (esempio limite si’, ma d’altra parte le cose le hai dette tu e spero non tanto per parlare, quindi, soprattutto su un tale argomento, mi pare che subito dopo dovrebbero arrivare altre domande su come fare una simile cosa).
Certo, se è vero come è vero che la legge 194 andrebbe applicata e in pieno, e che invece una così massiccia obiezione ad esempio ne ostacola l’attuazione, credo proprio che la tua proposta vada nella direzione opposta rispetto a quella sperata circa la diminuzione dei ginecologi obiettori.
Non ho la soluzione comunque e il divieto di obiezione di coscienza lo riterrei aberrante, così come la tua proposta d’altra parte, pur riconoscendo il dato di ipocrisia che sottolineavi, ma in questo caso la ritengo un’ipocrisia inevitabile e di semplice buon senso.
rita
27 giugno 2012 at 16:52
Maurizio delle 16,34, mi sa che non … C siamo….
MaurizioC
27 giugno 2012 at 11:16
L’aborto dovrebbe essere un diritto riconosciuto senza limiti. Perchè definire i giorni le ore ecc..?
Secondo me una donna dovrebbe poter abortire sempre fino a prima della nascita perchè fin quando non nasce il bambino non esite per l’anagrafe quindi di che diritti parliamo? E’ la donna che dovrebbe averli nei confronti di un essere umano che non ancora viene ad esistenza per la società e nessuno lo conosce, nemmeno la mamma!
Poi sugli obiettori dico che se sono medici pubblici devono fare quello che la legge gli chiede, non solo di operare per curare malattie, ma anche per dare benessere alle donne che hanno il problema di una gravidanza idesiderata.
rita
27 giugno 2012 at 14:10
ammettiamo che si possa fare come proponi, cioè “… una donna dovrebbe poter abortire sempre fino a prima della nascita ..”
Tipo … alla 38esima settimana una donna decide di abortire: come avviene la cosa? ovviamente col parto. Ed è altrettanto ovvio che a quel punto ti ritrovi con un bambino in mano.
Poi che ci fai …… ?!?
MaurizioC
27 giugno 2012 at 15:30
Ma scusa che differenza fa? E’ solo più grande di quello, che ne so, di 12 settimane ha qualche organo più evidente o più sviluppato come gli arti.
Anche in quel caso si interrompe un processo biologico quindi si può interrompere anche dopo perchè giuridicamente non cambia niente; cioè è la legge che, seguendo non so quale criterio che nemmeno è quello dei preti, che distingue questo tempo, ma per legge non esiste un cittadino fino alla nascita e nessuno lo conosce.
rita
27 giugno 2012 at 15:48
sì, ho capito.
per certi versi e pur con conclusioni opposte, il tuo assomiglia al concetto di gran parte dei cosiddetti antiabortisti: è vita fin dal concepimento, è pura illusione l’idea di sopprimere “solo” un agglomerato di cellule che in realtà è già un essere umano.
Ma mi interessava andare oltre e chiederti come la vedi proprio sul piano pratico in riferimento all’esempio che ti facevo.
MaurizioC
27 giugno 2012 at 16:34
Ti ho risposto; dicevo che secondo me si interrompe la gestazione come avviene ora e, chiaramente, il feto viene estratto morto. Poi introdurrei l’ooportuna delicatezza di evitare alla mamma di vedere il feto perchè potrebbe apparire una sorta di ricatto psicologico oltre che di possibile stress per il tempo a venire.
Mi rendo conto che in Italia i benpensanti medievali e i baciapile non lascerebbero mai passare una legge del genere; certo è che la legge attuale è comunque zoppa oltre che mal applicata.
E’ davvero illogico che se i motivi che fanno decidere di non portare avanti la gravidanza sorgono improvvisi dopo il periodo previsto, la donna è condannata a portare avanti la gestazione e dover cominciare a pensare a chi dare il figlio o tenerselo per forza con tutte le conseguenze che questo porta a livello psicologico e spesso anche economico.
filippo boatti
27 giugno 2012 at 03:31
Di fronte a questi dati io divento un po’ bonapartista: fuori dagli ospedali pubblici gli obiettori. A tal proposito invece sarà utile l’alleanza di Bersani con l’UDC, così arriveremo al 100% di obiettori.
monica micheli
26 giugno 2012 at 21:41
per arginare l’obiezione di coscienza bisogna mettere le mani sulla legge proprio a questo proposito, perché la 194 la prevede, senza però indicarne i limiti. perché l’interruzione terapeutica rappresenta l’anello debole della legge?
marco tarantino
26 giugno 2012 at 21:23
Bisognerebbe, prima di pensare a cambiarla, creare le condizioni perchè possa essere applicata. Una mediazione ragionevole tra le esigenze dell’applicazione e il riconoscimento del diritto all’obiezione (è chiaro che prescindere da questo è, sebbene idealmente condivisibile, del tutto irrealizzabile) sarebbe l’istituzione di quote massime di obiettori per servizio. In tutto il discorso pubblico sulla 194, un aspetto di cui non si tiene minimamente conto è l’interruzione medica dopo il terzo mese, sulla quale, purtroppo, le idee della maggiorparte delle persone sono molto confuse e che rappresenta, secondo me, il vero anello debole della legge