Una sentenza, per quanto favorevole, non ricompensa il torto subito dagli operai Fiat di Pomigliano d’Arco iscritti alla Fiom-Cgil. Come nessun compromesso sindacale può rendere il giusto riconoscimento al senso di responsabilità che quei ragazzi hanno manifestato nei giorni più difficili della recente storia del lavoro. Lo dico senza ambiguità possibile: l’azienda, come il sindacato e la politica tutta, a partire da fine giugno 2010 ha sacrificato a buon mercato la meglio gioventù lavoratrice di quello che rimane delle nostre catene di montaggio.
La storia del referendum di Pomigliano d’Arco non gode affatto di una buona sintesi tra verità giuridica, verità giornalistica, accordi sindacali andati in porto, rappresentanza sui luoghi del lavoro. Per chi, in quelle ore, era fuori il cancello dello stabilimento rimangono impressi volti e parole. Soprattutto i volti tormentati degli iscritti alla Fiom inclini alla scheda bianca o nulla, «perché l’azienda ti controlla e se ti astieni sicure arrivano le ritorsioni». Ma sopra ogni possibile scelta prevaleva la volontà di preservare la missione produttiva e, allo stesso tempo, non legittimare una modalità aziendale che avrebbe da lì a poco sancito la degenerazione delle relazioni industriali in Italia e minato l’agibilità democratica nei luoghi di lavoro. In poche parole, in quelle ore, il peso di una globalizzazione non governata cadeva sulle spalle degli iscritti alla Fiom di Pomigliano. Nessuna enfasi nelle parole di vertici ed iscritti, tutti si rintanavano nel proprio senso di responsabilità. Nessuna dichiarazione volta a festeggiare. Il miglior risultato possibile era stato raggiunto, ovvero confermata la missione produttiva ma nessun plebiscito per l’ad dei due mondi. La sconfitta risiedeva già da tempo nelle modalità del referendum imposto e non proposto. In quello che in pochi definivano diktat più che aut aut. Non vi era scelta. Si poteva solo governare il momento conquistando tempo nella speranza che tornasse la politica, che il sindacato riconquistasse dignità.
Dall’altra parte un carnevale. Sindacalisti che sembravano venditori di folletto assicuravano prestazioni straordinarie dell’azienda che sarebbe venuta. Iscritti che sotto i baffi maledicevano i loro capi. Ho un’intima sicurezza: In quell’urna molti i Si sofferti degli iscritti alla Fiom e altrettanto No ugualmente sofferti degli iscritti a Uilm e Fim. Ma la storia ricorderà prevalentemente altro.
Poi un’ingiustizia durata due anni tondi tondi. La politica nel frattempo non è ricomparsa, il sindacato che si è ulteriormente scisso fra chi è rimasto fuori e chi va ulteriormente ingiallendosi. Un dato di cui troppo poco si parla: non esisterà più indotto. Questa la vera tragedia. A Napoli di quella che era la galassia Fiat arrivano oggi solo dirigenti che sembrano esecutori testamentari. I sindacalisti che siedono ai loro tavoli partecipano a una non credibile farsa. Forse presto rientreranno in 145 della Fiom a Pomigliano, ma la Fiat se ne è già andata.
Mentre con Massimiliano Carboni giravamo insieme a un generoso Paolo Rossi il film “RCL – Ridotte Capacità Lavorative” (clicca qui per vederlo) una frase tornava ricorrente: chi ha votato Si è volenteroso e vuole lavorare mentre chi ha votato No è uno sfaticato. Troppe le banalità nel racconto di Pomigliano, la migliore gioventù è stata tenuta fuori i cancelli.
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