Atene – Ieri sera ero in un ristorante dietro piazza Monastiraki, zona turistica e piena di locali al centro di Atene. Al tavolo accanto a me due coppie chiacchieravano cordialmente bevendo uzo. Così, dopo essermi presentato, ho chiesto loro per quale partito votassero oggi. Subito uno di loro ha esclamato battendosi il petto: «Crisìa Vi! Crisìa Vi! Crisìa Vi!», sembrava non aspettasse altro. E continuava a ripetere sorridendo: «Crisìa Vi! Crisìa Vi! Crisìa Vi!»
La moglie era visibilmente imbarazzata. Ho subito pensato che alle ultime elezioni Crisìa Vi, Alba Dorata, un partito di estrema destra, ha ottenuto il 6,9% e che prima o poi mi sarebbe capitato incontrare qualche suo elettore. A dir la verità la prima persona di Alba Dorata con cui ho parlato era un tassista cinquantenne ma non aveva detto niente di più di «immigrant is a problem» per poi lasciarmi un volantino di un loro raduno alla periferia di Atene.
Ho chiesto agli altri ragazzi del tavolo per chi votassero e tutti mi hanno risposto di votare per Syriza, il partito della sinistra. Iulia, la ragazza che parlava meglio inglese, eletta portavoce informale della tavolata, mi ha confessato di non essersi mai fatta impaurire dalle parole del leader del grande partito conservatore Nuova Democrazia Samaràs su una megala catastrofìa, una grande catastrofe, nel caso di vittoria della sinistra radicale: «Non credo che se vinca Syriza la Grecia vada fuori dall’euro, sarebbe troppo pesante per l’Unione Europea cacciarci via».
Nel frattempo, al tavolo, si era aggiunta un’altra persona, con sorpresa anche lui elettore di Crisìa Vi . Dentro di me ho pensato che, in fin dei conti, con sette elettori su cento ne avrei potuti incontrare anche di più. Quando gli ho chiesto il perché di questa scelta, ha tenuto a precisare che «sua madre è stata scippata da un immigrato e a sua sorella hanno rubato in casa». A questo punto Iulia, quasi a volersi scusare, mi ha spiegato che il problema dell’immigrazione in Grecia è molto sentito: « È il secondo tema all’ordine del giorno dopo il memorandum - e ha proseguito con tono serio – dovete capire che le elezioni di domani sono davvero cruciali per noi». L’ultimo arrivato al tavolo ha mimato il gesto del mitra parlando in greco e Iulia ha prontamente tradotto: «Dice che se le cose non andranno bene, da domani ci sarà una guerra civile». Gli altri commensali hanno sorriso, tranne lei.
Non c’è solo il nimonìa, il menorandum come lo chimano i greci, ci sono anche l’Europa, la disoccupazione, l’ombra della dracma. Si potrebbero spendere ore a discutere con i greci di politica. In particolare i giovani hanno tutti voglia di sfogarsi e di parlar male dei vecchi partiti. La crisi sembra aver prodotto davvero un allontanamento dal centro. Iulia e i suoi amici infatti non appoggeranno gli stessi partiti del 2009: Nuova Democrazia e Pasok. Alcuni voteranno una piccola formazione che tre anni fa aveva il 4,6% e che oggi viaggia sul 30. Altri voteranno un partito peggiore, che non era mai entrato in parlamento ma che un mese fa aveva raggiunto il 7%.
La mia conversazione con loro termina qui, prima di congedarmi mi offrono un bicchiere di uzo e stavolta sono loro a farmi una domanda: “Tutta l’Europa è in crisi ma chi sarà il prossimo paese ad andare giù dopo la Grecia e la Spagna? Voi?”
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