Il sogno di una Grecia che spinge per la ristrutturazione dell’Unione senza piegare la testa sembra infrangersi sul muro del risultato elettorale. Evitabile solo se vi fosse un accordo tra conservatori e socialisti. Al momento in cui scriviamo infatti il partito di Nea Dimokratia guidato da Antonis Samaras è in vantaggio di tre punti rispetto alla coalizione delle sinistre radicali del Syriza, guidate dal giovane Alexis Tsipras. Quello, per intenderci, che avrebbe voluto rinegoziare il memorandum con la troika siglato al ribasso proprio da conservatori e socialisti. Gli stessi che lo hanno votato lo scorso inverno, gli stessi che nelle ultime ore hanno ammesso che è duro da sopportare per il paese, gli stessi che hanno governato la Grecia ininterrottamente dalla fine del regime dei colonnelli ad oggi, gli stessi che non hanno mosso un dito per recuperare i 300 miliardi di euro ellenici custoditi in Svizzera. Dunque che abbiamo risolto al centro dell’Egeo? Che i ricchi resteranno tali e il resto della popolazione ellenica pagherà il conto della crisi.
Se i dati fossero confermati, il centrodestra risulterebbe primo partito, “vincendo” 50 seggi come premio di maggioranza. Quindi sarebbe sufficiente l’appoggio trasversale dei socialisti del Pasok per comporre un esecutivo di larghe intese in grado di disporre la prosecuzione del piano della troika. Quello che, se da un lato concede al paese la liquidità necessaria per andare oltre la fatidica data del 20 luglio (dal giorno successivo il paese non avrebbe più un euro in cassa), dall’altro prosegue nella devastazione sociale di ciò che resta della Grecia: dall’attuazione della strategia europea anti crisi ad oggi, infatti, le condizioni generali non sono migliorate. Anzi: taglio di altri 150mila dipendenti pubblici già il prossimo settembre, taglio del 20% su pensioni, salari e indennità; oltre all’introduzione di una serie di nuove tasse come i “karatzi” sulla casa. Misure indispensabili per “europeizzare” un paese in cui lo sperpero del denaro pubblico e l’evasione fiscale erano quotidianità, ma che pesano esclusivamente sul ceto medio e su quello basso: equiparati in questa tragedia che sta lasciando sul campo morti e feriti (oltre ai 252 suicidi da crisi). E, passaggio ancora più grave, senza intaccare minimamente le rendite di posizione dei Paperoni dell’Acropoli. Il riferimento è agli euro ellenici custoditi nei cantoni svizzeri a cui nessuno degli attuali leader politici ha chiesto conto, se si fa eccezione proprio per Tsipras.
La stampa internazionale si è divertita in questi giorni nell’epitetare il capo del Syriza come politico anti euro, senza approfondire un programma elettorale che prevedeva non l’uscita dall’eurozona bensì la rinegoziazione di un piano. Che, così com’è, non risolve i problemi della Grecia ma li raddoppia, perché prevede solo tagli e nessuna misura per lo sviluppo reale e per l’abbattimento del vero cancro dell’Egeo, quella corruzione che ha fagocitato risorse e fondi europei senza limiti, col benestare di chi ha evitato controlli rigidi. Il rischio al momento è di un’ulteriore impasse, per via di un mancato accordo tra Nea Dimokratia e gli altri partiti. Ma la sconfitta non è solo del secondo e del terzo classificato, ma di un modo nuovo di fare politica in Europa che, a meno di clamorose smentite, non potrà essere applicato.
Antonio Altieri
18 giugno 2012 at 19:35
Questo Governo di Tecnici è fatto o da emeriti somari nei più elementari dell’Economia o da persone in malafede.
Propendo per la seconda.
Ora alla Grecia toccherà bere l’amaro calice, così come a noi e agli altri PIGS.
Dunque ,senza tediare nessuno con spiegazioni di Economia talmente semplici nel confutare la strada presa da questo novello Frankenstein (cervello ab-norme) che si chiama EuroZona, mi limiterò a ricordare che la stessa ricetta, uguale uguale, in passato, è già stata adottata. Dalla Germania, per l’esattezza. Si chiamava Repubblica di Weimar e gli sfracelli economici che provocò ( fino a partorire la voglia di Nazismo) sono noti a tutti.
A tutti,meno che ai tedeschi. Meno che a Frau Merkel, la quale, evidentemente, era scarsina in Storia del suo Paese, durante la Scuola dell’Obbligo.
daniele
18 giugno 2012 at 13:09
@Tepozzino.
Hai colto un punto centrale. Le unioni monetarie (che non hanno quasi mai funzionato) tra economie disomogenee portano inesorabilmente al disastro dei Paesi periferici più deboli se non si prevedono dei meccanismi finanziari compensativi consistenti. La lira, unione monetaria imposta dalla borghesia industriale del nord per aggredire più agevolmente il mercato del Mezzogiorno, è stata tenuta insieme da due fattori principali: un costante drenaggio di lavoratori “tradotti” dal sud al nord facilitato da una lingua “quasi” comune; la possibilità di trasformare il surplus commerciale del nord in tasse e quindi distribuendo questo gettito da settentrione a meridione. La storia è finita con le camice verdi stufe di tenere in piedi “il parassita meridionale”, va’ a lavurà barbun, etc… Mi vengono i brividi a pensare questo processo politico esteso a livello continentale, alimentato dalla bugia tecnica del debito sovrano, con le camice brune tedesche stanche i pagare per PIIGS fannulloni.
Tepozzino
18 giugno 2012 at 13:23
Infatti ovunque risorgono le camicie brune. Alla fine i novelli Attila alemanni, dopo aver fatto terra bruciata al sud e non averci lasciato manco un filo d’erba per stordirci un pò’, le indosseranno loro. Perchè a quel punto sarà impossibile non aprire il borsellino. Ma dopo dieci anni di menzogne (noi siamo forti e quelli son pigri) li voglio vedere a convincere il proprio elettorato. Salterà fuori il Bossi tedesco, come esattamente quindici anni fa noi abbiamo avuto quello italiano.
E sappiamo tutti che le camicie brune indosso ad un tedesco sortiscono ben altri effetti rispetto a quelle indossate da un greco o da un italiano.
andrea colombo
18 giugno 2012 at 12:42
Difficile darvi torto. anzi impossibile
Tepozzino
18 giugno 2012 at 11:44
Magari fossero presentate come come folklore vetero-bolscevico. No, qua vengono presentate come nazionalismo, fascista e nazista. La via del mantenimento dell’Euro (che comunque è dannosa per tutti i paesi mediterranei) passerà per lo smantellamento integrale del welfare (anzi di quello che resta ancora). Quindi scordiamoci l’istruzione pubblica ed il servizio sanitario nazionale. Ma spiegalo a Diliberto o a Vendola. Loro hanno il sogno dell’Europa unita, dicono. Che poi quel sogno sia stato disegnato dai padroni mica fa sorgere in loro che in realtà si tratti di un incubo. Dieci anni di esperienza non gli sono bastati. Ormai è sotto gli occhi di tutti che l’Euro ci sta riportando davvero al risorgere del nazionalismo, con nazioni che okkupano manu finanziaria, le altre. Tra due anni, quando Storace qui da noi avrà superato il 15% speriamo che almeno ci risparmino la retorica antifascista.
daniele
18 giugno 2012 at 11:18
Questa mattina Paul Krugman, nobel all’economia del 2008, illustrando i dati del rapporto deficit/pil e della bilancia dei pagamenti con l’estero della Grecia ha detto che “current policies fail completely, which seems almost a given, and Greece exits the euro anyway, which seems highly likely”. Le attuali politiche falliranno, è un dato di fatto e l’uscita del Paese dall’euro è molto probabile comunque. Krugman, da economista non marxista, aggiunge che l’unica strada tecnica per ribilanciare il deficit greco con l’estero è esattamente una politica di svalutazione monetaria. Lo scandalo è che queste posizioni in Italia, addirittura più nette di quelle espresse dai compagni di Syriza, grazie alla propaganda neoliberista ormai allignata in tutto l’arco costituzionale, vengono presentate come folklore vetero-bolscevico.