Ma che lusso, signori! Tutto il gotha in bella mostra, tutti gli déi del pantheon a benedire la parata. La meccanica dell’evento, la sola in uso al giorno d’oggi, la sola in grado di allestire celebrazioni e mobilitare coscienze, ha preso la mano dei suoi stessi inventori: e così la Repubblica di Repubblica festeggia i suoi fasti, in quel di Bologna. Momento clou della kermesse l’intervista corale al premier Mario Monti, coordinata dal direttore Ezio Mauro e dal fondatore Eugenio Scalfari. Nessuno può gridare all’esagerazione se diciamo che su quel pulpito – col vestito trasparente dell’alto giornalismo e della purezza istituzionale – siede un pezzo della storia di questo Paese e molto più di un pezzo del potere italiano. «I posti sono esauriti» recita l’annuncio al popolo di militanti-lettori.
Il salone della comunicazione della Repubblica delle idee, una megariunione di redazione a cielo aperto, ha l’aria del festeggiamento. E l’espediente della festa aiuta a svolgere un paragone, altrimenti improprio, con le tradizionali sagre di partito, quelle in cui con la scusa del vino alla mescita si confabula per apparecchiare alleanze, cordate e traiettorie ideali che poi si trasformano – alla fine della baldoria – in puntutissime mozioni congressuali. Anche l’ultrapartito di Repubblica (si usa il prefisso “ultra” perché per ammissione dei suoi stessi adepti sarebbe «riduttivo» parlare di partito) ha avuto le sue mozioni, le sue aree e le sue rifondazioni. Ha dato voce ai girotondini, ai manifesti degli intellettuali, a fondi ed editoriali diventati a seconda del momento storico programmi di governo o bussole per l’opposizione.
Un assaggio di frammentazione si è avuto nell’ultimo anno, quando l’appoggio entusiasta al papa straniero che ha spodestato il sire di Arcore ha cominciato a mostrare un po’ la corda. Ma in un grande partito tutto si tiene: l’ala mercatista di Scalfari, quella frondista dell’enfant prodige Massimo Giannini, la mediazione compunta di Ezio Mauro… E chissà se nel suo lamento per l’abbandono dei poteri forti, Monti non abbia pensato soprattutto alla sponda mediatica del giornale di Largo Fochetti, ancora tra i più vivaci sponsor dell’opzione tecnocratica ma allenato e allineato a qualche severa critica che pulsa dal ventre della società.
Però è giunto il momento di metterci d’accordo sulle parole. Quando si dice “potere” la testa vola a immaginare il portafoglio e l’occhio corre ai numeri del gruppo: 890 milioni di euro i ricavi del 2011 per un utile netto di 58,6 milioni. E ancora: 18 testate locali, 3 radio nazionali, 5 canali televisivi digitali e satellitari, una poderosa concessionaria di pubblicità.
L’esercizio contabile, tuttavia, spiega poco del fenomeno Repubblica, del perché a tutt’oggi gli epigoni di Scalfari possano senza un filo di imbarazzo e senza perdere il senso delle proporzioni organizzare giornate in cui «inventori, imprenditori e sognatori ci raccontano il futuro» (domenica 17, sempre alla festa di Bologna). Il vero, autentico core business del gruppo capitanato da Carlo De Benedetti risiede nella cifra “antropologica”, nell’aver forgiato un prototipo di «cittadino-lettore» (la definizione è presa dal sito ufficiale) che coincidesse in larga misura con la «classe dirigente in senso lato» (la definizione è di Scalfari). Qualcosa di più di una linea editoriale e anche di più di un’impronta culturale: sinestesia allo stato puro. Tutte le sfere sensoriali sono state attivate e orientate simultaneamente sul fuso del “ceto medio riflessivo”: il libro che devi avere-l’autore che devi conoscere-i viaggi che devi fare-i sapori che devi assaporare. Repubblica ha vinto con i suoi editori, con i suoi titoli, con i suoi valenti giornalisti. E ha vinto con gli inserti, il packaging, la biblioteca numerata, l’enciclopedia, la raccolta, i memorabilia, gli Affari e la Finanza, la Domenica e il Venerdì, la Musica e la Salute, Trova Roma e Tutto Milano, le Donne, Slow food e il Gambero rosso.
In questa amichevole occupazione del vissuto quotidiano, in questa sorta di ortodossia informale che riesce ad arruolare il testimonial del momento, il cantante col pedigree o il politico da sospingere nell’agone, è maturata una liturgia super collaudata che agisce su quella massa informe di un centrosinistra tutto da scrivere e circoscrivere, e che talora sfiora il delirio di onnipotenza. Ed è un attimo che si finisce ad innalzare totem, come quella “R” gigante nel cuore di Bologna.
L’articolo integrale sul numero del settimanale in edicola da venerdì 15 giugno
andrea colombo
19 giugno 2012 at 12:46
Roberto perdona l’ardire ma il tuo è un commento scemo e fuori luogo. comunque guarda che di soldi dallo Stato Repubblica (come il Corriere ecc.) ne piglia eccome. Noi invece non prendiamo un euro e ci dobbiamo pure sbobbare il primo saccente ignorante e malpensante che passa, non sa come adoperare le mani e così scrive cazzate
cari saluti
roberto
18 giugno 2012 at 19:42
alemno repubblica non sta aspettando che vendola entri in parlamento per riprendere i finanziamenti pubblici.
gli Altri Online
19 giugno 2012 at 10:04
Roberto, devi esserti confuso, la tua allusione è fuori bersaglio. C’è qualche altro giornale (magari fresco di battesimo)che potrebbe trarre giovamento dall’ingresso di Vendola in parlamento…
Al Kurtz
18 giugno 2012 at 08:25
e’ proprio così.
daniele
17 giugno 2012 at 09:20
Perfetto.