“E’ la storia stessa che si incarica di “giudicare” le azioni degli uomini di Stato o dei tiranni che essi eseguono in funzione delle idée dei filosofi, adattate alla pratica dagli intelettuali”. Alexandre Kojeve
Da “Il silenzio della tirannide”, Adelphi, 2004
Rileggere Alexandre Kojève, russo di origine, nato al debutto del secolo scorso a Mosca da una famiglia di ricchi commercianti, nipote per Wassily Kandinsky, emigrato dalla Russia nel 1920, dopo la terrorizzante vittoria sovietista e l’esilio bianco di Costantinopoli, allievo del Jaspers di Heidelberg (vi insegnò Emanuele Kant), quindi a Berlino - quella maledetta dei cabaret narcotici – a contatto con le avanguardie e infine giunto a Parigi, nel 1926 dove vi morirà nel fatidico ’68. Il “filosofo della domenica”, come amava definirsi, o “illustre sconosciuto”, come lo definisce il suo biografo Dominique Auffret .
Maestro di una intera generazione di intellettuali: Jacques Lacan, Georges Bataille, Maurice Merleau-Ponty, Raymond Queneau. Preconizzerà la figura del filosofo cristologico che tiene seminari affollatissimi, come quelli che un altro suo estimatore, Gilles Deleuze, avrebbe tenuto trenta anni dopo a Parigi VIII in un clima di esaltante partecipazione della politica dei filosofi, quella imparentata con la tirannide buona degli intellettuali, come una metamorfosi del leninismo rigettato per nobiltà e provenienza.
Metafisico, eccentrico, paradossale e metaforico Kojève è stato riconosciuto come il più geniale interprete di Hegel nel XX secolo, ma anche l’acuto studioso del pensiero classico, della cultura pagana (fondamentale il saggio su Giuliano L’apostata); il conoscitore delle antiche lingue orientali, ma anche della fisica dei quanti, esperto dominatore dell’arte confuciana dei King, che tanto piaceva a Jung e Cage: un defibrillatore del cortocircuito intellettuale di un secolo fa. Ancora attuale.
Kojève, filosofo sul campo, alto papavero dell’amministrazione francese, era presente alla firma del Trattato di Roma così come fu uno degli artefici degli accordi GATT), ma anche accusato di essere stato per più di trent’anni una spia al servizio del Kgb.
Il lavoro filosofico e politico di Kojève attraversa tutta quanta l’età del post-positivismo – dall’inizio del suo famoso seminario hegeliano nel 1933 alla morte avvenuta pochi mesi dopo gli eventi del Maggio parigino – e di quell’età interpreta , suo malgrado la voce provocante,- sconta le illusioni, le contraddizioni e anche le disillusioni. Kojève lesse le pagine della Fenomenologia dello Spirito come una rivelazione: in esse trovò l’annuncio della fine della storia in seguito all’azione di Napoleone. Alla luce del ‘suo’ Hegel i concetti propri della sua speculazione, quali libertà, fine della storia, Dio, e la ricerca di una filosofia assoluta e non contraddittoria giungevano a costituire un unico problema filosofico che ha come orizzonte la finitezza umana. E la sua lotta prostrante contro il potere delle masse.
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