Marika Sjakste, ventotto anni quasi ventinove, è morta perché l’uomo che amava, Vincenzo Ialenti, non riusciva a risolvere la classica dicotomia moglie/amante. Così almeno riportano le cronache dell’omicidio-suicidio avvenuto a Milano in questi giorni: Ialenti, notaio quarantaseienne della provincia di Novara, aveva una relazione con Marika, che nelle foto appare bellissima, bionda, molto seducente. A lei il notaio aveva dato un piccolo appartamento di sua proprietà, perché lei potesse vivere tranquillamente e la coppia potesse incontrarsi senza dare molto nell’occhio. La sera, però, Ialenti tornava dalla moglie e dai figli piccoli a Galliate (Novara). Secondo gli amici e i colleghi di lavoro, per l’uomo stava diventando molto difficile conciliare l’affetto profondo per la famiglia, che non avrebbe mai lasciato, e la giovane Sjakste. Così martedì mattina ha sparato prima a lei e poi si è puntato la pistola alla tempia: gesto drammaticissimo che lascerà la famiglia di Ialenti senza spiegazioni, tranne una lettera dove l’omicida-suicida ha scritto che la moglie è una “bravissima persona”, “la donna più dolce del mondo”.
Molti femminicidi vengono commessi da uomini che poi si tolgono la vita. Una dimostrazione, forse, dell’impossibilità di concepire una soluzione che vada al di là della rabbia e del furore e egocentrico. Il suicida arriva a pensare che non esiste una soluzione che non sia l’eliminazione fisica di entrambi i protagonisti, e questo non è un dramma d’amore bensì di profonda immaturità emotiva che deriva dalla incapacità, anche nel discorso pubblico e sociale, di gestire i sentimenti dell’età adulta. La famiglia, prima ancora che per motivi affettivi, diventa un totem intoccabile anche quando irrompe una novità amorosa forte, quasi definitiva. La saggezza dei vecchi insegnava a superare la passione extrafamigliare attendendo pazientemente il suo cessare, in nome dei figli e del rapporto matrimoniale che inevitabilmente può portare noia e affaticamento ma, alla lunga, diventa la relazione principale della nostra vita, insostituibile. Certamente questo insegnamento è ancora valido, poiché riconosce nell’amore coniugale un impegno responsabile, colmo di rispetto verso l’altro. Eppure la fortissima valenza ideologica della famiglia può portare a vivere il suo disfacimento come un fallimento intollerabile, a maggior ragione quando interviene una nuova relazione. Per Ialenti, nonostante la forte passione che nutriva per Marika, moglie e figli sarebbero rimasti esclusi dalla doppia vita che conduceva durante le ore di lavoro, coltivando la segreta speranza che nulla stesse accadendo e che prima o poi tutto sarebbe tornato come prima. E’ questa falsa consapevolezza di poter gestire i sentimenti come si gestiscono gli orari della baby-sitter a colpire specialmente le persone emotivamente meno mature e dunque più deboli. Non possediamo una conoscenza precisa del rapporto tra Ialenti, la moglie, i figli e Sjakste. Però il copione si sta ripetendo troppo spesso, e non è possibile che sia scritto soltanto attingendo dal patriarcato e dalla incapacità degli uomini di accettare la libertà femminile. E’ pensabile che una certa rigidità di pensiero, una forte ideologia familista, e alcuni stereotipi applicati ai rapporti (Marika era una ragazza lituana, bella, una bionda dell’est, insomma una donna che per molti uomini può rappresentare soltanto un divertimento temporaneo) possa portare a tragedie come quella consumata nell’appartamento di Milano.
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