A Bruce Springsteen la pioggia deve piacere. O forse invece la detesta e si sente obbligato a sfidarla in campo aperto. Anni fa un concerto a San Siro, flagellato dal diluvio, si trasformò in una delle migliori performance dell’intero tour. Ieri il fattaccio si è ripetuto a Firenze, sotto una pioggia che inizia discretissima, una goccia qua e là, sin dalle prime note, s’infittisce quando gli accendini salutano My City of Ruins, muta in diluvio di pezzo in pezzo e finisce in nubifragio nell’ultima mezz’ora di concerto.
Bruce si adegua al ritmo imposto dalla pioggia, però martella in direzione opposta. Apre con Badlands, inno amatissimo dai fans, ma ne propone una delle versioni più soft e meno muscolari mai ascoltate, nella quale si avverte più che mai la pesante assenza di Big Man, perdita incalcolabile dal vivo molto più che in studio.
Con una band rinvigorita da una robustissima sezione di fiati, incluso il nipote, bravo, di Big Man e da un paio di coriste nere superlative prosegue così, con una No Surrender spogliata di ogni rabbia, tutta giocata sui duetti tanto scenici quanto musicali con Little Steven. Si scalda con una serie di pezzi tratti dall’ultimo cd, Wrecking Balls, divertendosi a rallentare il rock tosto della title track e ad accelerare la bellissima Death to My Hometown.
Ma è quando la pioggia inizia a giocare duro che la E Street Band toglie la sordina e inizia a picchiare sul serio. Spirit in the Night, dal primo disco vecchio ormai di quarant’anni, diventa un capolavoro soul fatto apposta per esaltare i fiati e l’immenso debito di Bruce con la musica nera. Di lì per tre ore buone è un continuo rimbalzare dal rock’n'roll al soul, con tanto di omaggi ai maestri, gli Stones di Honky Tonk Woman, Elvis, con una eccezionale Burning Love, Wilson Pickett e i mostri sacri della Stax Atlantic nell’Apollo Medley.
C’è tutto quello che a fans e spettatori era stato ordinato di aspettarsi: il commosso omaggio a Clarence “Big Man” Clemons e a Danny Federici, la rabbia e la protesta dell’ultimo cd, i classici come The River e The Rising. Ma la forza non è lì. Non è nel lutto, nella rabbia, nei cavalli di battaglia inevitabilmente d’epoca.
La forza è nel vigore con cui Bruce e la sua banda impediscono alla pioggia, che ormai è diluvio, di rovinare la festa ai 42mila astanti. La forza è nella musica nera saccheggiata a piene mani per rinnovare il ritmo, e provateci voi a farcela passati i 60, avendo speso sui palchi di mezzo mondo gli ultimi quaranta. La forza è nella gioia di suonare che rende epocali pezzi che su cd rendono poco e che travolge la malinconia e le ombre della grande recessione con la stessa determinazione con cui fronteggia il nubifragio.
Alla fine ad avercela vinta è la E Street Band. Convince decine di migliaia di persone di ogni età, incluso qualche bimbo tra cui quello innalzato da Bruce sul palco, a ballare ancora e ancora. Fradici come pulcini. Nudi fino alla cintola. Con i piedi a mollo ma senza sentire più sentire fatica o fastidio mentre Bruce, che un riparo sulla testa ce l’avrebbe ma per l’80% del tempo se ne sta anche lui sotto il diluvio, incalza con una sfilza di classici fino all’orgia di Twist and Shout e a un’ironica Who’ll Stop the Rain? che chiude la partita.
Nel noiosissimo XXI secolo è quasi impossibile imbattersi in qualcosa che renda anche alla lontana l’idea del dionisiaco. Un concerto della E Street band sotto il diluvio ci si avvicina molto.
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