Si fa presto a passare dalla giustizia alla vendetta. Non bisogna essere particolarmente cattivi o scellerati. Si può essere contro un dittatore sanguinario, come le persone che in Egitto hanno deposto Hosni Mubarak, e farsi rapire dall’istinto di fargliela pagare cara, fargliela pagare tutta. È successo molte volte. È successo ancora.
Due settimane fa il tribunale del Cairo ha condannato l’ex raìs Hosni Mubarak al carcere a vita. Ma non è stato abbastanza. Molte delle persone che l’hanno cacciato dal trono volevano vederlo morto. L’assoluzione dei due figli, non ritenuti colpevoli del reato di corruzione (mancanza di prove), nonché il carcere a vita per l’ex ministro dell’interno, Habib al-Adly, al posto della pena di morte, hanno fatto il resto. Nelle ore successive alle sentenze, nel centro della capitale sono scoppiati scontri violentissimi tra manifestanti e la polizia. Scontri che significavano che la giustizia era stata tradita, che il senso della rivoluzione stuprato, che chi doveva pagare non ha pagato. «Non basta, doveva essere condannato a morte se ritenuto colpevole, e colpevole lo era sicuramente» dice Hurriya Hassan, la vedova di un cuoco ucciso durante quelle giornate. «È una vergogna».
Mubarak è stato al governo dell’Egitto per trenta anni consecutivi. È stato uno degli uomini di stato più feroci della seconda metà del Novecento. Il reato che la magistratura gli ha contestano è quello di non aver evitato la morte di 850 persone durante le manifestazioni che hanno preceduto la sua cacciata. Una colpa terribile. Non solo per il numero delle persone morte ammazzate.
La poca vita che gli rimane da vivere non è sicuramente abbastanza per espiare i crimini che ha commesso. Tuttavia egli è l’unico dittatore deposto dalle rivolte arabe a essere stato processato e condannato da un tribunale. Particolare che non riduce di un grammo la gravità dei delitti di cui si è macchiato. Ma che aumenta abbastanza la credibilità delle nuove istituzioni giudiziarie egiziane.
Vero è che i numeri di morti ammazzati che vengono attribuiti alla responsabilità di Hosni Mubarak sono numeri impressionanti e infernali. Numeri così sbalorditivi che quasi non sembrano essere riconducibili a quell’uomo fragile e indifeso che oggi egli è diventato. Quell’uomo ridotto all’impotenza, che assiste all’udienza steso su una barella e apre la bocca una sola volta per dire: «Presente».
Ma in realtà l’uomo violento che egli è stato non c’è più. Mubarak è soltanto il fantasma del temibile dittatore che ricordiamo. Ormai è solo un vecchio di ottantaquattro anni, malato e del tutto inoffensivo. Volerlo vedere morto a cosa serve? A saziare la sete della piazza come in un circo? Come ha detto Farida Naqqash, una delle figure più note dell’opposizione storica femminista e marxista, la sentenza che l’ha condannato «è un verdetto giusto, emesso da un giudice indipendente sulla base delle prove che aveva e non su basi ideologiche, né guardando gli effetti della sentenza sull’opinione pubblica. La gente che protesta ha torto».
Si dirà che la piazza fa sempre i conti con la passione e che il senno viene sempre poi. Ma la volontà del popolo, i desideri delle masse, gli istinti delle moltitudini non hanno niente di buono o di etico di per sé. Al contrario, possono essere anche peggiori del male che vogliono punire. E i tribunali, l’amministrazione della giustizia, servono esattamente ad allontanare questa tentazione della vendetta, diluendola nelle procedure, commisurando precisamente la punizione al delitto.
Anche i peggiori criminali meritano di essere giudicati secondo le regole del diritto e non quelle delle pulsioni delle folle. La fine che ha fatto il colonnello Muhammar Gheddafi, colpito con un colpo di pistola in testa e sfregiato come un fantoccio di cartone di fronte a tutto il mondo, è una vergogna internazionale e un’oscenità dei nostri tempi. Commessa con l’omissione o forse la complicità delle forze della Nato. Le quali sono intervenute “umanitariamente” per fermare un tiranno sanguinario e poi hanno lasciato che la più disumana delle punizioni fosse comminata in diretta globale.
Non è questione di paese e paese. Quella di Gheddafi è più o meno la stessa fine che i partigiani fecero fare a Benito Mussolini a piazzale Loreto, a Milano, appendendolo testa in giù e abbandonandosi alla violenza più meschina. Mentre c’erano tutte le condizioni per fermare il duce e portarlo davanti a una corte. Non è stato un bel battesimo per la nuova democrazia italiana, quello. Sia per l’atto in sé. Sia per tutti in conti in sospeso e le rimozioni che ha alimentato e legittimato.
Sì, è la solita storia del bene che si sente così buono da poter vendicare in un momento soltanto tutto il male che è stato commesso, credendo di attingere per l’ultima volta alla violenza purificatrice e sacra. Ma che in realtà mostra che il male più inestirpabile è quello che ci abita. Il dittatore più difficile da abbattere è dentro di noi. Siamo, noi.
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