Vado al concerto di Madonna per scoprire chi è Luisa Ciccone

Gilda Policastro Pubblicato da
il 10 giugno 2012.
Pubblicato in Queer.

Sto tornando da non so dove, sono in pullman. Guardo i cartelloni stradali con l’attenzione che si può tributare ai cartelloni stradali. Poi, di solito, quando si tratta di musica, i gruppi recenti che reclamizzano (si dirà ancora così?) nemmeno li conosco. Madonna, invece. Madonna a Roma, il 12 giugno. Lo memorizzo perché è il giorno del mio compleanno, che non avrò nessun motivo particolare per festeggiare: il tempo che passa senza incrementi sostanziali di ruolo, la disoccupazione che si chiama ormai pedissequamente precariato, il prof. che mi chiede ogni settimana «Hai trovato un lavoro?». Ecco: per giunta con quali soldi potrei pagarmelo, al momento, un concerto. Bene voluttuario, spesa superflua, voce non prevista.

Madonna, però. Madonna che cantava Like a virgin (touched for the very first time) più o meno in contemporanea con la mia preadolescenza statutariamente irrequieta, poi Papa don’t preach, la canzone sull’aborto (ma chi lo sapeva, ai tempi). Ci facevamo un balletto alla recita di scuola, con le catene che si portavano in vita come cinture, capelli intrecciati e i body neri di pizzo: quello, il massimo della trasgressione, per le ragazzine di allora (I’m in trouble deep…). E le croci, certo: croci ovunque, sui braccialetti, le collane. Sculettare come Madonna nel primo dei suoi tanti film-flop, Cercasi Susan disperatamente (che lei non era nemmeno Susan, poi: e dunque chi?). E ancora: Erotica, il disco scandalo. Erotica, romance, I’d like to put you in a trance: seguivano gemiti. E gemiti erotici ed erotizzanti anche in Justify my love: stanza d’albergo, lei che arriva con una valigia misteriosa, della gente che si esibisce in pratiche blandamente sadomaso, comunque si baciano tutti con lingue serpentesche, si toccano, quanti sono. Il video su Youtube è censurato. Madonna e la censura è un capitolo piuttosto ovvio sin dagli esordi, con quel nome.

E la provocazione obbligatoria. E gli stereotipi esaltati o rovesciati: la donna maledetta, la donna uomo, la donna autoerotica (Express yourself), la donna soldato, la donna etimologicamente domina, la donna sottomessa (praying for you), la donna impegnata in politica (la provocazione contro Marine Le Pen, ritratta in fotomontaggio con una svastica, al recente concerto di Tel Aviv), la donna anti femminile e la donna che reinventa periodicamente i canoni di bellezza e li impone (dall’ovvia Marilyn di Material girl alla dolce post-ragazza post-grunge di Love profusion, il raffinatissimo video di Luc Besson). Non teme nessuna: arriva Britney, arriva Lady Gaga, arriva Beyoncé, ma sono «reginette», del pop o della dance. Lei è un’altra cosa. Già, ma cosa? E chi è oggi il pubblico di Madonna? Reduci del trasgressivo a tutti i costi ormai stempiatelli, come ai concerti di Vasco o di Springsteen, paciosi padri e madri di famiglia rockabilly scatenati per una notte, con le bandane? Oppure, come mi suggerisce la cugina ventenne, le bambine delle scuole di danza o delle palestre, che cantano una delle ultime hit, Give me all your luvin senza sapere cosa cantano e nemmeno più chi sia, Madonna. O confondendola con le altre. Mai. Dovrete vedervela con me.

Andrò al concerto. Voglio vederla coi miei occhi, questa macchina da business, questa quasi sessantenne in leggins e scaldamuscoli, questa madre di una ragazza già sulle copertine a 12 anni, con quel nome (Lourdes Maria). Una donna che ha saputo fare degli uomini degli stalloni da concepimento, per poi scaricarli senza rimpianti. Una donna del cui compagno, all’epoca poco più che emergente attore, si diceva: “il fidanzato di Madonna” (e forse oggi gli si dà ancora dell’ex, povero Sean Penn). Come si nasce idoli, che cos’è il carisma, come si fa a trasformare la mediocrità in successo? No, Madonna non è qui a raccontarci la favola della povera ragazza del Michigan divenuta star, non gliene importa nulla. Lei è lì a sfidare se stessa, con l’ambizione che divora i grandi, anche al di là della competizione. Perché lei, piccola com’è, nemmeno li vede gli altri. Dal suo metro e sessanta scarso, ha solo bisogno di un riflettore o di un palco (meglio ancora, di una sala di registrazione: i suoi concerti, più spettacolari che musicali, evidentemente). Nel frattempo hanno inventato il botox, il photoshop e chissà cos’altro ancora s’inventeranno per lei, per tenerla eternamente giovane, o meglio, senza età, nel corpo e nella voce, e non è nemmeno mostruosa come Michael Jackson. Eccola che sculetta in ogni video, con la sua andatura tipicamente spavalda e cafona: l’ipostasi del trash, il vento nei capelli, e lei cammina, va verso.

Cosa fa quando non canta, teme la vecchiaia, è mai depressa, che madre è, cosa mangia? Di tutto ciò qualcosa sappiamo, ma meno che di altre star del pop o del cinema: Madonna, ed è questo il suo vero miracolo, è un mito che si esaurisce nello spazio di una canzone da tre minuti, o in uno scatto fotografico superpatinato. L’icona ripetibile solo da se stessa, rinnovandosi ogni volta nel suo eterno riapparire: e del resto cos’altro voleva, Louise Veronica, quando decise di chiamarsi solamente Madonna.

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