Ray Bradbury è solo all’inizio
del suo viaggio temporale

Michela Monferrini Pubblicato da
il 10 giugno 2012.
Pubblicato in Queer.

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La lotta contro il Tempo è durata novantuno anni, nove mesi e quattordici giorni; poi, è stato decretato il vincitore. Lo sconfitto si chiamava Ray Bradbury, era nato in una cittadina dell’Illinois e nel corso del combattimento aveva usato due armi: la lettura e la scrittura. Nel tentativo di battere il Tempo narrandolo (conosci il tuo nemico, si dice), il suo nome ora può tranquillamente figurare accanto a quello di Marcel Proust; le etichette di genere si stanno già scollando dal dorso dei volumi e restano incollate alle dita di quanti non sanno dove collocare i suoi libri.
Nelle biblioteche, Ray Bradbury è ovunque: nello scaffale Fantascienza, in Fantasy, in Gialli e Horror, nella sala Ragazzi (scaffale Libri illustrati, ma anche scaffale Adolescenza) e in quella Narrativa Americana Contemporanea. Nessuno ha pensato di creare una sala Nostalgia, forse ci andrebbero troppi scrittori, forse finirebbe per coincidere con l’intera biblioteca: lui, di certo, ci starebbe benissimo.
Hanno definito la sua, una “nostalgia del futuro”: nostalgia non solo di quanto si è conosciuto e perso per sempre, di quanto non tornerà, («Somma tutti i fiumi in cui non hai nuotato, tutte le torte non mangiate, e quando avrai la mia età, Will, avrai perduto molte cose»), ma soprattutto di ciò che non si farà in tempo a conoscere, di ciò che non è ancora arrivato, di ciò che arriverà troppo tardi e per qualcun altro.
Così, nell’opera di Bradbury, i viaggi spaziali sono sempre viaggi temporali, all’inseguimento di qualcosa che tuttavia non si segue, ma si precede con troppo anticipo: Marte e Futuro sono lo stesso pianeta, il pianeta che non abiteremo; i suoi abitanti sono morti oppure marziani («Da quanto tempo siete qui, Nonna?» chiede Lustig nelle Cronache marziane. – «Fin dal giorno in cui morimmo»). Giungono pezzi di realtà dalla Terra, dal Passato: ai morti pare una nuova vita, ai marziani una lingua sconosciuta. Sul pianeta Futuro, arrivano brani di canzonette, vecchie copie del «New York Times» che si aggirano inutili sui fondali marini, caleidoscopi, il volto di Clark Gable, odore di cedro e di camelia e di zucchero filato, barattoli di latte condensato, un fonografo a gettone che suona Always. Ovunque, ci sono «cose che furono in uso. Che furono toccate, manipolate per secoli. Quando allora mi domanda se io credo nello spirito delle cose che sono state usate, io le rispondo che sì, ci credo». Eppure, non c’è traccia di una nostalgia delle cose; è piuttosto una nostalgia di sé, sapendo che quella lotta contro il Tempo infine sarà persa, perché credere di vincere – quella sì, è fantascienza.
L’unica premonizione di Bradbury è questo penoso sentire troppo, che fa di ogni pagina un deposito dolente: «Domani sera tutto sarà ancora qui, meno noi. Noi non ci saremo. La gente si sveglierà la mattina, andrà al lavoro, dormirà, si sveglierà di nuovo, ma noi non lo sapremo e loro non sentiranno mai la nostra mancanza».
Si avvicendano personaggi che hanno paura di dire addio all’estate (è il titolo del libro che segue L’estate incantata) e di entrare nel lungo ottobre della vecchiaia. Allora, pregano per tenere in funzione gli ingranaggi dell’Orologio da cui tutto dipende, o si addormentano con un metronomo accanto al letto per continuare a far circolare il sangue, di notte. «Ce l’ho fatta!» urla a un tratto il vecchio Braling – che un giorno verrà «beccato senza clessidra» – e non importa sapere cosa sia riuscito a fare; ciò che importa è la risposta del coetaneo Quartermain: «Ma non per l’eternità», ed è tutto. «“Signor Sudario – chiede Tom nell’Albero di Halloween –, quando smetteremo di aver paura della notte e della morte?” Il pensiero ritornò: “Quando avrai raggiunto le stelle, e vivrai lassù per sempre, ogni paura svanirà e la stessa Morte morirà”». Per paura di morire, Quartermain non sopporta la vista dei giovani, il loro «essere pieni di succo d’arancia e pioggia primaverile»; spera solo di fare in tempo a vederli «vagabondare con l’inverno nei capelli». Ma infine, anziani e giovani dovranno scoprirsi uguali, poiché fin quando saranno vivi abiteranno lo stesso pianeta, e avranno «in comune la causa contro la notte».
Così, c’è persino lo spazio per poter credere di aver sconfitto il Tempo: annullando il valore del nome proprio. Non importa, che ci si chiami Will o Montag o Ray: resta l’appartenenza a una catena di uomini che è ponte aerospaziale tra Terra e Marte, tra Passato e Futuro. Nel Popolo dell’autunno, se all’inizio il piccolo Jim afferma che «è inutile fare altra gente. La gente muore», infine deve riconoscere che la voce di suo padre, poco prima di dormire, è una «scuola di mezzanotte» in cui si insegna la vita; e sua madre, tutte le madri, sono orologi: «Sono loro che fanno la carne, la carne che afferra e lega l’eternità. Perché parlare del Tempo quando sei tu il Tempo?».
Di questa staffetta incessante, restano a testimonianza le biblioteche (ce n’è una in ogni libro di Bradbury), come luoghi di censimento, di un infinito ereditare: le biblioteche contro cui nulla può il fuoco (ce lo ha insegnato il finale del libro più noto), le biblioteche che sanno di noce moscata, le biblioteche dove talvolta si collocano i libri sugli scaffali sbagliati: «Dove? Archiviati sotto la R, come Ragazzi? A, come Avventura? N, come Nascondiglio, S come Segreto, T come Terrore? O sotto la J come Jim e N come Nightshade, W come William, H come Halloway? Dove sono i miei preziosi libri umani, perché io possa sfogliarne le pagine, eh?».
Come in questa sua pagina, cercare le opere di Ray Bradbury in una biblioteca può risultare più difficile che cercare l’autore stesso: erano in molti a scrivergli lettere, prima; provava a rispondere a tutti, e per chi ora volesse credere che abbia battuto davvero il Tempo, ha persino lasciato scritto il suo nuovo recapito: «Sono nato nel 1920 nell’Illinois – afferma il comandante John Black nelle Cronache marziane – e per grazia di Dio e della scienza, la quale ha imparato negli ultimi cinquant’anni a rendere ad alcuni vecchi la gioventù, mi trovo ora su Marte».

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One Response to Ray Bradbury è solo all’inizio
del suo viaggio temporale

  1. filippo boatti

    14 giugno 2012 at 03:16

    Bellissimo!