Copyright o copyleft? Sì alla libertà
ma non in mano al mercato

Susanna Schimperna Pubblicato da
il 5 giugno 2012.
Pubblicato in Queer.

Giù le mani dalla rete. E siamo d’accordo sul principio: stiamo attenti a chi è animato da brama di possesso e controllo, e vuole censurare le idee, sfruttare il lavoro altrui, manipolare le informazioni. Ma stiamo anche attenti a non cadere in trappole populiste e dimenticarci che “libertà” e “gratuità” in questo sistema sociale non coincidono, per cui, alla fine, battaglie che idealmente potrebbero sembrarci giuste e progressiste rischiano di fare il gioco dei potenti e rendere ancora più deboli quelli che sempre nella storia sono stati deboli, cioè i produttori di contenuti, gli autori, gli artisti.
Copyright. Parola che ormai a molti risulta fastidiosa, a meno che non venga utilizzata nell’accezione di “diritto alla proprietà intellettuale”, dato che il “diritto alla proprietà commerciale” sembra essere diventato una pretesa stramba, quasi una prepotenza contro il popolo degli utenti, popolo che, in un futuro non troppo lontano, sarà associabile all’universo mondo. I nocopyright non vogliono per gli autori altro riconoscimento che quello morale (maternità o paternità), e un filesharing (condivisione digitale) del tutto gratuito. La ricompensa consisterebbe nel piacere di diffondere ciò che si è creato e anche, naturalmente, nella visibilità, che come indotto comporterebbe un aumento delle richieste di performances o altro. I musicisti avrebbero maggiori possibilità di fare concerti, per esempio. E gli altri? Uno scrittore il cui romanzo circolasse in rete forse potrebbe aspirare a fare qualche ospitata in tv, un saggista a tenere qualche conferenza (ma quante ospitate e conferenze vengono remunerate, e quanto? se il personaggio non è su tutti i giornali per qualche scandalo, difficile che ottenga persino un gettone di presenza).
Una dimenticanza non irrilevante, nella posizione nocopy: il ruolo dei portali, cioè di quei siti web che permettono di accedere alle risorse di Internet. Nessun esborso a carico dell’utente, nessuna remunerazione per i produttori di contenuti, ma guadagni enormi per i portali grazie alla pubblicità. Si fa fatica a considerare tutto questo come equo. I produttori strillano, dicono che continuando così si ammazzerà l’industria dello spettacolo e l’editoria, con una perdita di posti di lavoro spaventosa, che al momento è quantificabile in alcune decine di migliaia e certamente crescerà, ma pensando ai momenti di crisi causate dalle rivoluzioni tecnologiche è permesso ipotizzare vie d’uscita, riassetti, nuove strutture: è sempre stato così. Il futuro e la stessa dignità degli autori, invece, sono più incerti.
Parliamo degli scrittori. Recentemente ho letto quasi integralmente su Internet il saggio appena uscito di un mio amico. L’ho comprato lo stesso, ma io sono una specie di feticista del libro, non rappresento che una risibile minoranza (non equivochiamo: risibile in senso numerico, non perché la nostra passione faccia ridere).
Parliamo dei musicisti. Qui il discorso è delicato, complesso e tutt’altro che risibile (sempre in senso numerico), dato che l’80 per cento di quello che si fa attraverso la rete è ascoltare o scaricare musica, così come i proventi della Siae (Società autori ed editori) derivano soprattutto dalla musica. L’orientamento nocopyright insiste sul farsi conoscere per avere più occasioni di esibirsi, pagati. Ma gli autori? Musicisti e parolieri non vanno in giro fare concerti. E poi, la libertà di non calcare un palcoscenico? Uno dei più grandi interpreti di musica classica del Novecento, Glenn Gould, a un certo punto decise di incidere solo dischi. «Ho sempre avuto l’impressione di suonare meno bene a causa di quella presenza» disse un giorno a Rubinstein, parlando del pubblico. Vita quasi da eremita, molte letture teologiche e filosofiche, molto esercizio al pianoforte. Le sue esecuzioni di Haydn e Bach sono uniche, così come quelle di Beethoven, nonostante lo amasse poco. Avesse dovuto sottostare a regole nocopyright, non avrebbe potuto nemmeno mangiare, né avrebbe avuto il tempo, dovendo fare un altro lavoro, di studiare. Lo studio, la preparazione: altra dimenticanza davvero curiosa di chi sostiene – come l’ex magistrato Gennaro Francione – che l’arte attraversa l’artista, non gli appartiene, è patrimonio comune, e l’artista per sostenersi dovrebbe fare una qualche altra attività. Un mondo organizzato in modo che tutti avessero voglia e possibilità di dedicarsi insieme a lavori manuali, intellettuali, artistici e via così, che mondo meraviglioso e auspicabile. Ma pure in uno scenario del genere, esprimere il proprio talento richiederebbe sforzo, studio, impegno, tempo. Noi che amiamo Gould saremmo stati felici se avesse dovuto sottrarre energie alla sua arte per occuparsi d’altro? Proprio no, perché non avrebbe raggiunto quei livelli. E quanto sarebbe stato meglio per il povero Beethoven e tanti altri non dipendere dal capriccio di mecenati, da gratifiche e pensioni ottenute come favori dei potenti.
La rete può essere davvero una fantastica palestra di scambio, confronto, arricchimento. Soltanto se non penalizziamo chi, con i suoi contributi che nascono dall’applicazione e dal talento, questa rete la fa vivere. Accettiamo di pagare tutto, anche ciò che la natura ci regala, dall’acqua al diritto di accedere a una spiaggia, e non vogliamo pagare le persone che producono quello che contribuisce a rendere più bella, intensa, significante o magari solo divertente (solo?) la nostra vita. Parallelamente, però, non ci preoccupano né indignano i guadagni spropositati di gente che questi prodotti li commercia, senza neppure dare un minimo contributo creativo per renderli migliori o diversi, contributo che invece hanno sempre dato i “biechi” discografici o editori, contro cui tanto c’è da dire e s’è sempre detto. Qualcosa non torna, davvero.  

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28 Responses to Copyright o copyleft? Sì alla libertà
ma non in mano al mercato

  1. massimo villa

    5 giugno 2012 at 22:56

    E’ difficilissimo entrare nel merito. Chiaro che il diritto d’autore vale le parole che lo definiscono: è un diritto dell’autore. Il fatto che la produzione dell’autore possa essere immateriale non toglie il diritto alla renumerazione e mantiene l’appropriazione indebita tale. Bisogna dire che le multinazionali della musica si sono suicidate con politiche di marketing che spingono prodotti e non artisti. Un brano di Rihanna (per fare un esempio) è scritto da quasi una dozzina fra autori, produttori, parolieri…”Oggi ci vuole un hook ogni 7 secondi che è il tempo in cui un adolescente cambia stazione o video su you tube se il brano non l’acchiappa” La produzione è aumentata astronomicamente. When I was a boy c’erano gli Shadowa, poi i Beatle, i R.Stone, gli Who e Bob Dylan, ok anche gli animals e gli Yardirds, insomma decine, con decine di migliaia… C’è un mondo musicale che vie di regole proprie, in cui il cd non esiste, sparisce anche il vinile a 45 giri di 30 cm, a vantaggio del file mp3. L’universo della dance vive di download legali (i dj non si azzardano a fare serate con mp3 pirata) ovviamente molto frazionati. E’ un microcosmo ma molto affollato e in continuo cambiamento. Forse nessuno di loro pensa che farà ancora musica a 50 anni forse la musica almeno quella “leggerea” chiede una sicurezza eterna al mercato che è appannaggio di pochi…Insomma se Peppioi di Capri canta ancora non è detto che questo sia per tutti. E allora i jazzisti? quelli i dischi non li hanno mai venduti in numeri tali da influenzare la loro vita. Tutto dai concerti….Ma con tutto il rispetto forse molti artisti di musica leggera pretendono delle carriere che non è detto che siano eterne. Certo che se youtube paga un millesimo di euro un ascolto/visione come raccontato da Claudio le cose sono a dir poco squilibrate. Ma quale sarà una retribuzione equilibrata, ovvero quante cose sono viste in un giorno su YT e quanto fattura? Ma, continuo a scrivere ma alla fine temo che sia una questione di attitudine personale. Ho programmi per l’audio su computer per direi a spanne 7-10 mila € e non ho un unico programma crackato, tutto comprato. Non ho mai scaricato un brano illegalmente (e devo dire solo uno legalmente) I I ragazzi che sono cresciuti con una offerta di musica onnipresente e ossessiva trovano naturale che quello che ascoltano in un negozio di vestiti possano ascoltarselo a casa senza pagare. D’altro canto pagano bilgietti orribilmente cari per andare ai concerti…Avremmo pagato a suo tempo quello che costa un concerto oggi? Non credo. Ma comunque l’industria discografica è un industria di mediocri imbecilli da tren’anni, non da ieri e il modo in cui comunque il mondo della parola sta gestendo l’universo dell’e-book dimostra che alla base c’è una colossale carenza di visione industriale. I discografici pagano la loro pochezza e purtoppo trascinano con se anche autori ed esecutori….Parole in libertà, non pretendo di trarre nessuna conclusione, ciao a tutti, ciao Susanna

  2. Alessandro Staiti

    5 giugno 2012 at 20:46

    Cara Susanna, come sempre hai tratteggiato lo scenario approfondendo i dettagli in modo esemplare. Mi hai fatto venire in mente l’avventura intrapresa da Robert Fripp negli anni Novanta con la Discipline Global Mobile. L’allora nuova casa discografica di Fripp intendeva pubblicare i lavori degli artisti lasciando loro i copyrights, al contrario della comune policy delle case discografiche. La cosa andò avanti per qualche tempo, la DGM pubblicò qualcosa ma ben presto si ritrovò in difficoltà economiche e si trasformò in un online shop dedicato(per saperne qualcosa di più preciso http://www.dgmlive.com/about.htm).
    Concordo con quanto commentato da Claudio Rocchi e non sono incline a considerare la questione nel modo idealistico e affascinante della libera creatività nella libera rete. Per dirla in soldoni: posso fare di mestiere l’artista o devo sottostare al cliché più che abusato del creativo squattrinato? Non è una situazione semplice e mi sembra che con differenti implicazioni continui a riproporsi. Ma non ho una soluzione a portata di mano… proprio perché osservo come si stanno mettendo le cose…

  3. andrea colombo

    5 giugno 2012 at 20:20

    @Maurizio Becker e Susanna
    Ma guarda che io sono d’accordo con te e penso anche io che chi crea o chi dedica tempo e lavoro a cose fatte bene non possa e non debba vivere d’aria. Personalmente non mi piace affatto la retorica della rete come panacea universale e veicolo di massima libertà e democrazia. Temo anzi che possa riservare bruttissime sorprese, nonostante le sue eccezionali potenzialità.
    Volevo solo ridimensionare il problema in entrambi i sensi. Prima di tutto chiarendo che, trattandosi di una rivoluzione industriale di portata anche superiore alla prima, travalica di molto i confini del pur reale problema segnalato.
    In secondo luogo sottolinenando che non ne va dell’esistenza dell’arte o della creatività come mi pareva sottindessero alcuni commenti: l’arte e la creatività ci sono stati e ci saranno con o senza copyright.
    Detto questo, nello specifico, sono del tutto d’accordo sia con susanna che con becker

  4. maurizio becker

    5 giugno 2012 at 18:07

    @ Andrea Colombo: sul fatto che ci sia una rivoluzione industriale in atto, e che tutte le rivoluzioni sono cruente, siamo tutti d’accordo. Non è che il giovane (neppure tanto poi, aveva 40 anni) amico di cui sopra abbia scoperto chissà che, c’ero arrivato pure io. Quello che sottolineavo, forse non sono stato abbastanza chiaro, è che determinati contenuti (se vuoi, d’autore) la rete non te li regala mica, almeno per adesso è così. Quindi se a te piace, mettiamo Blue con le storie di Eleuteri Serpieri, o sei fortunato perché qualche piccolo editore all’antica resiste e lo pubblica come rivista cartacea, oppure devi rinunciarci. E così tante altre cose: penso agli approfondimenti monografici di Musica Leggera ad esempio (che piango essendo una mia creatura), o a tante altre cose che, perché siano fatte bene, richiedono tempo, lavoro, applicazione e, se permetti, anche un minimo di professionalità. E, perdonami, chiedere a una persona che abbia questa professionalità di dedicare ore, mesi, a volte anni del suo tempo per produrre qualcosa soltanto per il piacere di farlo, a me sembra un po’ troppo. Ma la pianto qui, perché non è mia intenzione polemizzare con nessuno. Sono modi di vedere.

  5. susanna schimperna

    5 giugno 2012 at 15:57

    Io penso che sia un dovere-piacere il cercare di resistere sia alla voglia di esaltare il nuovo perché è nuovo sia alla tentazione di rassegnarsi al nuovo perché “ineluttabile”. Possiamo prenderne quello che vogliamo, scartare il resto. Piegarlo a quelle che sono le nostre “vere” esigenze, e non la comodità spicciola che troppo spesso non coincide per niente con i bisogni, i desideri autentici.
    no andrea, non voglio accettare un’ulteriore rivoluzione industriale piegando la testa a tutte le “sue” esigenze, che temo proprio non siano le mie.
    posizione inutile, destinata a essere perdente? perdere o vincere possono giocarsi su altri piani, diversi. e su almeno uno di questi sicuramente non sarà una sconfitta.
    che l’arte viva di costrizione e muoia di libertà l’aveva scritto mi sembra gide, e con qualche ragione, o forse con totale ragione, ma esclusivamente per alcuni casi. è difficile dire di cosa viva o muoia un’idea, o persino un’intera mente. le medesime condizioni possono far impazzire qualcuno, rafforzare qualcun altro, risultare quasi ininfluenti per un qualcun altro ancora.
    fabrizio – è vero, non faccio cenno alla parte “immagini”. grazie per averne parlato tu.

    e grazie a tutti, naturalmente.

  6. marco tarantino

    5 giugno 2012 at 15:45

    Sono abbastanza daccordo con Andrea Colombo. Una parte del problema riguarda la riproducibilità di alcune forme di arte nell’ “età della tecnica” e ormai della rete (per ora il problema riguarda molto meno le arti figurative e plastiche e si concentra sulla musica e la scrittura). Per la musica il discorso è più semplice: ridurre o eliminare i costi della circolazione on line sposta la ricerca di risorse economiche dalle esibizioni, i concerti ecc (è vero che in questo modo si obbliga l’artista all’esibizione, ma mi pare un compromesso accettabile. Più complesso è il discorso per i libri, anche se mi sembra importante far notare che, se le case editrici possono vendere un ebook a 1 euro, i prezzi dei libri sono eccessivamente alti, e una loro massiccia riduzione incentiverebbe il loro acquisto. Credo comunque, anche se ovviamente è solo una supposizione, che tra 20 anni i suppporti di fruizione di musica e libri saranno molto diversi da quelli attuali

  7. fabrizio

    5 giugno 2012 at 14:05

    è proprio per cercare di guadagnare nel “nuovo” mercato del web che si sono inventati il cloud computing e i chip “firmati” dentro i pc

    e non è nemmeno un problema italiano (anche se qui la correttezza verso gli artisti è decisamente minore): quanti utenti di PC hanno _TUTTI_ i programmi installati con regolare licenza ? ;)

  8. Francesco Verdinelli

    5 giugno 2012 at 13:59

    Non riesco a leggere tutti i commenti precedenti, è per fortuna per me un periodo di lavoro intenso.
    Dico la mia, oggi forse con una visione troppo pessimista:
    Il disegno è preciso, l’obiettivo è di non pagare nulla a nessuno per i contenuti, di qualsivoglia natura siano, ed incrementare le entrate di chi pubblica i contenuti, dei distributori di connessione, etc. I grandi gruppi in rete che gestiscono tutto, a livello mondiale, non arrivano a 10, che poi si riducono a tre; questo è il nuovo ordinamento delle cose e io, forse pessimista per ciò che riguarda il lavoro di noi autori, credo che più che attrezzarci a non poter scegliere il destino di ciò che produciamo, credo non possiamo fare!
    E se dovessimo tornere alla comunicazione o espressione artistica solo verbale o scritta su supporto cartaceo? :) Una mia amica simpaticamente dice che non è sempre indispensabile l’uso di tutti i neuroni o dei bit:)
    Francesco Verdinelli

  9. andrea colombo

    5 giugno 2012 at 11:35

    Io la capisco l’indignazione di maurizio becker e di tutti quelli che s’inferovrano come lui. però il problema è che quel ragazzotto che cercava Blue sarà pure antipatico ma ha ragione. Ti ha risposto, maurizio, quel che avrebbe risposto un suo antenato al bravo artigiano che si lamentava per l’arrivo del vapore e della produzione in serie: “Dovrai fartene una ragione”. E’ proprio così perché questa, come qualcuno dei commenti prova anche a illustrare, non è (solo) la nascita di un nuovo mezzo di counicazione di massa. E’ appunto una rivoluzione industriale.
    Detto questo trovo insopportabili le sparate sulla libertà degli artisti. Intanto sarebbe da dimostrare che detta libertà incentiva la creatività. Direi di no. Direi che Balzac, tutt’altro che libero, scriveva più e meglio degli smunti ma “liberi” epigoni. Hollywood la hanno fata grande registi che dovevano fare a botte dalla mattina alla sera con lo studio system. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, spaziando da Michelangelo a Robert Johnson e Son House: tanto da destare il sospetto che la creatività sia al contrario incentivata da una continua tensione tra la costrizione e il doveroso sforzo per superarla.
    Il sistema del copyright ha rapresentato una strada, non eterna e in realtà nemmeno molto longeva. Altre ce ne erano state in procedenza e altre ce ne saranno in futuro. Capisco che per chi crea in questi tempi e viene travolto da una rivoluzione industriale di questa portata il problema sia serissimo. Ma di questo si tratta: nulla di meno, però nemmeno nulla di più.

  10. Andrea Cacciavillani

    5 giugno 2012 at 11:27

    L’uomo paga quando è “costretto” a farlo. Nella rete in qualche modo sei anche costretto ad entrare anche se non vuoi. Ti ritrovi tra le pagine di google anche se non hai mai messo piede su facebook, solo perchè sei stato ad un conferenza. Questo dovrebbe essere un buon motivo per un’autore di essere pagato. Ma in fondo c’è anche una forma di baratto tra rete e autore. Almeno credo. La possibilità di diffusione che c’è adesso prima non esisteva.
    Questo articolo di Susanna riesce ad arrivare facilmente e noi abbiamo la possibilità di discuterne con la stessa facilità.
    In fondo l’arte non è mai stata pagata, quello che è stato sempre monetizzato è l’autore.

    Andrea

  11. maurizio becker

    5 giugno 2012 at 08:20

    Susanna, condivido in toto le tue considerazioni. E aggiungo un breve aneddoto: venerdì sera ho presidiato lo stand ComicOut alla fiera Indy, al centro sociale Brancaleone (un pianto, non sto qui a dirti). A un certo punto si è presentato un tizio che voleva notizie di riviste come Touch, Blue o Animals. Ovviamente, non ho potuto che confermargli che sono defunte. Lui ne pareva sinceramente addolorato, e mi spiegava di essere un cultore del fumetto erotico e che quelle riviste (Blue in particolare, ovviamente, la testata storica) gli avevano permesso di conoscere autori importanti come Paolo Eleuteri Serpieri, che gli avevano aperto nuovi orizzonti e fatto cpaire molte cose. Fin qui tutto normale. Il discorso, inesorabilmente, è scivolato sulla situazione drammatica del mercato, in particolare quello dell’edicola, e sulla difficoltà crescente di quel mondo di piccoli e medi editori, autori, disegnatori, etc etc che giorno dopo giorno si vedono gli spazi vitali restringersi sempre di più. A questo punto il tizio si è infilato in uno strano ragionamento: il succo era che la situazione presente non era altro che la naturale conseguenza del progresso tecnologico, del prepotente ingresso della rete nel mercato dell’entertainment, e che quindi andava accettata. Bisognerà che si adattino, filosofeggiava l’amico, questi sono mestieri (l’editore di cose belle, l’autore di cose belle, il disegnatore di cose belle, l’editor di cose belle etc etc) che ormai vanno fatti come seconda o terza attività, e mai per lucro, sperando di cavarne un profitto, di camparci. Ecco, il ragionamento per me stava diventando un po’ troppo paradossale (oltre che terribilmente palloso) e io mi sono sentito un po’ come te quando a proposito di Glenn Gould osservavi: “Avesse dovuto sottostare a regole nocopyright, non avrebbe potuto nemmeno mangiare, né avrebbe avuto il tempo, dovendo fare un altro lavoro, di studiare”. Allora, un po’ indignato dentro di me, gli ho detto: “Ma scusa, allora perché tu vieni a rompere i coglioni qui a lamentarti che Blue o Animals o Touch non escono più?”. Lui mi ha guardato senza capire. E io: “Cioè, se la rete ti offre gratis tutto quello di cui hai bisogno, perché ti manca Blue? Eleuteri Serpieri non te lo danno gratis su Internet?”. “Be’, no…”. “E allora? Vai, vai e compra un bel libro stasera. Anche a un altro stand, ma compralo, che fai bene a te stesso”.

  12. Pio Antonio Caso

    5 giugno 2012 at 01:23

    C’è una rivoluzione in atto. Intendo riferirmi a una rivoluzione di tipo Copernicano. I grandi Capitalisti investono denaro sonante in aziende che producono beni difficilmente assimilabili a qualcosa di concreto. Investono in tutto quello che nasce nella Silicon Valley: le borse mondiali quotano quei titoli in un mercato a parte. Persino il tuo articolo e i commenti dei tuoi lettori hanno una quotazione, determinano una cifra. Un click del mouse su un link fa aumentare il prezzo: per Facebook noi valiamo 111 dollari l’uno. Aziende in mano a giovani appena usciti dalla pubertà che producono milioni di dollari. Siamo a cavallo tra un Ottocento, alla ricerca dell’indipendenza, e un Novecento, killer di vecchi rancori nazionalistici, che non ci hanno potuto e saputo preparare al Nuovo Millennio che inizia i primi passi sulle onde elettromagnetiche di una connessione wi-fi. La vecchia distinzione tra valore d’uso e valore di scambio fa riferimento a una Economia obsoleta. I valori oggi sono determinati dalla diffusione mondiale di un software, di un videogioco, di un sistema operativo. I valori di riferimento cambiano velocissimamente. Proprio oggi si parla per la prima volta di recessione per il mercato dei videogiochi. Questo Sistema fagocita sé stesso e al contempo rinasce come Araba Fenice dalle proprie ceneri.
    Francesco Petrarca con i suoi tredici libri posseduti era considerato ricchissimo. Giovanni Boccaccio, incoronato Poeta da Roberto d’Angiò, messo in grado di esercitare una remunerata professione. Oggi gli Autori contemporanei debbono fare i conti non solo con un pubblico italiano che legge un numero di libri inferiore alla media europea e mondiale, ma con una legislazione poco attenta a difendere il diritto di una giusta corresponsione di royalties.
    Case editrici di piccole dimensioni, grazie a Internet, permettono la pubblicazione in tempi rapidi, magari pagando, di libri chiusi per anni nel cassetto, come i sogni che sembravano irrealizzabili.
    Umberto Eco li definiva scrittori aps, scrittori a proprie spese. Ho sempre ammirato Umberto Eco, tranne che in questa occasione. Perchè è estremamente positivo che in un popolo ci siano persone che scrivono, in quanto ci saranno lettori, anche se Troisi diceva che loro sono tanti a scrivere e io sono solo a leggere. Eppure grazie alla sua ultima fidanzata che gli fece conoscere un piccolo libro ci ha dato quel gioiello di film che è “Il Postino”.
    Scrivere, leggere al tempo di Internet: il libro stesso è diventato intangibile. Un tablet può contenere mille e più libri nel peso di meno di un chilo. Possiamo connetterci al mercato mondiale dei libri e scaricare in meno di un minuto un libro di mille e più pagine.
    Questa è la rivoluzione Copernicana cui accennavo. Luoghi esistenti sul piano cibernetico che costituiscono uno spazio da riempire. Luoghi senza coordinate geografiche ma nei quali si naviga come in mare. Luoghi multipli da esplorare senza spese. La Rete è gratuita tranne che per le connessioni telefoniche. Però tra poco pare che l’Italia sarà connessa con fibre ottiche, con spot wi-fi liberi.
    E’ come se uno Stato avesse deciso di ampliare il sistema stradale di autostrade, linee ferroviarie, navali e che permettesse più di una via per viaggiare, mettersi in contatto e tutto nello spazio di pochissimo tempo. Il tempo è diventato tempo reale per distinguerlo da quello che una volta era il tempo vero, quello che scorreva col ritmo delle ore.
    Ma tutta questa apparente libertà di scambio senza regole, sarà destinata a confrontarsi con il legittimo
    diritto della corresponsione di un quid monetario: in molti siti si trovano dei link che portano a un form di pagamento. Spesso viene chiesto simpaticamente un obolo, un caffè: contando sul fatto che un blog viene visitato da centinaia di migliaia di persone. Ma non è obbligatorio! Internet sembra il Paese della Cuccagna per lettori di libri, musicofili, cinefili: è possibile il file sharing non necessariamente pirata, non perseguibile legalmente. Il famigerato diritto d’autore va a ramengo. L’Autore o è ricco o esercita un altro mestiere per vivere: dalle sue opere non beccherà un quattrino.
    Ricordo una cena con uno dei Padri Fondatori dell’Unione Europea: un sindacalista che nel suo Paese era diventato Ministro del Lavoro ed aveva redatto il Contratto Nazionale per gli operai metalmeccanici. Confesso la mia ingenuità, ma mi scandalizzai quando mi disse che per quel contratto si era fatto pagare in nero una cifra considerevole, sia dal proprio Governo che dal Sindacato. Mi spiegò che quel tipo di lavoro che aveva fatto “doveva” avere un prezzo. Denaro che si era meritato con il suo ingegno. Oggi lo capisco. Così come capisco che Manager della Cosa Pubblica che gestiscono Aziende importanti per l’Economia del Paese debbono essere ben retribuiti. Proprio come gli uomini e le donne di spettacolo, i calciatori, i cantanti, gli artisti e, perchè no, come una volta i gladiatori.

  13. Patrizio Fariselli

    5 giugno 2012 at 00:37

    Mio padre era musicista e compositore. Senza il diritto d’autore non avrebbe saputo come allevare i suoi figli… quindi anche me.

  14. gianclaudio

    5 giugno 2012 at 00:31

    per me susanna si e’ espressa in modo chiaro.un lavoro,o un’opera,come in questo caso, va’ pagata,dietro c’e’ sempre un lavoratore,o nello specifico un lavoratore dell’arte che va remunerato.se dovessi seguire il discorso dei nocopyright,dovrei dire che nessun operaio dovrebbe essere stipendiato,perche’ il suo lavoro e’ di tutti,non penso possa sembrare giusta questa affermazione. siccome oggi in rete gli scambi sono pazzeschi, passaggi a non finire, penso che giusto sarebbe far pagare ai gestori di rete,il dovuto per le opere passate nei siti, lasciando questi liberi di rientrare usando la pubblicita’ che gia’ usano ,fra l’altro senza niente in cambio.

  15. Gianni Ferretti

    5 giugno 2012 at 00:19

    Purtroppo si è completamente perso il senso di proprietà intellettuale. Se io scrivo un pezzo di musica, o scrivo un libro, concedo agli altri la possibilità, facendo pagare una specie di affitto, di usufruirne, ma la creazione artistica rimane di mia proprietà, e se ti serve la devi pagare.

    A me sembra un concetto molto semplice, quasi banale; oltretutto, la crisi del mercato ha abbassato talmente i prezzi che un cd o un libro costano come e forse meno di un drink che l’amico seduto al bancone del pub sorseggia dicendo “eh, io me lo comprerei, il tuo cd, ma costa troppo” …

    Il guaio più grosso però è la mancanza di tutele da parte di chi dovrebbe invece essere garante dei diritti: non parlo certo della polizia postale, che è fin troppo impegnata, ma degli enti preposti: siae e parlamento. LA SIAE, nononstante i grandi meriti vantati nei suoi vari bollettini, continua ad essere molto indietro nell’aggiornamento e nelle metodologie di tutela, e il parlamento non sa neanche di cosa parliamo (ho provato ad accennare questa problematica ad un consigliere della mia zona, mi ha guardato come se parlassi arabo…)

    Non ho soluzioni efficaci ed immediate da proporre, penso però che il problema debba essere portato alla luce in tutti i modi possibili, cercando di sollecitare e coinvolgere quante più figure possibili, e con questo vi saluto (devo andare a scaricare l’ultimo film uscito…)

  16. fabrizio

    4 giugno 2012 at 21:49

    un dettaglio non da poco è che oggi copiare costa ZERO, a differenza anche di soli 10 anni fa
    nel tuo puzzle manca la copia (se non il furto) delle immagini realizzate da fotografi e grafici, spesso ad opera proprio delle testate giornalistiche

    altra differenza tra fotografi e scrittori o musicisti va nel costo sostenuto per tirar fuori una opera: presumendo si parli di professionisti, tirar fuori 2, 3, 4mila euro tra obiettivi, corpi macchina, computer e programmi e poi vederti rubare una foto non è propriamente il massimo stimolo a creare qualcosa d’altro

  17. FEDERICO

    4 giugno 2012 at 21:42

    Nell’articolo di Susanna si percepisce (seppur in modo assai prudente e molto sfumato) la legittima rivendicazione di un autore, a venir remunerato per i frutti della sua opera intellettuale. Ma certo! A qualcuno di Voi passerebbe mai per la testa di non pagare l’idraulico che ha sanato la sua maledetta perdita? O il commercialista che finalmente è riuscito a districare l matassa, per cui Vi comunica (con una buona dose di aleatorietà) quanto pagherete d’IMU? Allora perché mai un autore (di libri, di musica, di arti liberali) non dovrebbe godere del suo legittimo profitto? Forse che l’artista vive d’aria? Condividere……uno dei mantra della nostra epoca. Individualista. Ad uno di estrema sinistra (peraltro mio lontano parente) che mi diceva che le cose belle vanno gratuitamente condivise, gli chiesi di prestarmi sua moglie per alcune notti……bah, il compagno rifiutò. Il profitto è sterco del Diavolo? Beh, nella merda ci siamo già, tanto vale sguazzarci un po’! Almeno il giusto. Diritti d’autore per tutti !!!!!!!

  18. Paolo Frumento

    4 giugno 2012 at 21:26

    Provo a riassumere la situazione: ci sonop dei pareri più tecnici (Norman, Papelio e Andrea), e altri che utilizzano l’argomento come occasione per ritrovare la convinzione di potersi esprimere con minori condizionamenti possibili (Gino, Eugenio e Claudio). Per i pareri tecnici non basta conoscere il diritto sulle cose immateriali (che sono beni economici come altri) ma ma le realtà concrete dei titolari di questi diritti.
    Mi metto quindi nel gruppo di Gino, Eugenio e Claudio e ho la sensazione che la libertà di fare soltanto l’artista, sicuramente già presntenel sec.XIX, sia anche aumentata nel sec. XXI.
    In fondo la questione del copyryght (che un pò ho capito) e del copyleft (forse l’opposto quindi la negazione del diritto) è uno degli elementi che potrebbe influire su questa libertà che è il fine del discorso. Qui mi verrebbero in mente due discorsi se solo artista s’intenda artista a tempo pieno o artista indipendente. Su questo punto preferirei poter scegliere l’indipendenza. Cosa posso poi dire: le nostre forme giuridico-politiche potenzialmente permettono questo, e per gli aspetti economici, dipende dalla forza personale e dalla fortuna.

    P.S.
    Comunque Claudio, probabilmente senza volere, si esprime secondo una corretta teologia cristiana: L’ispirazione viene da fuori, ognuno di noi può scegliere ed elaborare quest’ispirazione.
    Sento però anche vicino le complicazioni che ci aggiunge (anche se lui vuole dire in realtà altre cose, io schiettamente ma spero con tatto le chiamo complicazioni. Potrebbero essere un’altra cosa sono io che le chianmo così). E’ per questo complicazioni che direi ‘l Impossibilità di essere normale’ che probabilmente è anche un film anni ’70 che però non ho mai visto. Però mi suona bene.
    Fossi un musicista direi il suono che cercavo, (l’impossibilità di essere normale . . .) almeno ora che non sono proprio tranquillo come vorrei. Però si può arrivare anche ad essere tranquilli. Paolo !

  19. Francesco Lenzi

    4 giugno 2012 at 21:20

    Sono d’accordo con voi ragazzi,bellissimi i pensieri di Claudio Rocchi e Gino Santercole,che condivido in pieno,oltre ad essere due grandi artisti….Purtroppo sta andando sempre peggio;il problema è che se lo fai pure notare-com’è successo a me-al fatto che uno non dovrebbe svendere la sua arte,ti dicono le solite frasi fatte”eh!così dopo non fai più nulla”.
    Sono convinto che l’arte debba essere arte,e tutelata veramente…lo dico anche perchè sbagliando s’impara,ed io lo so eccome!

  20. claudio rocchi

    4 giugno 2012 at 17:26

    questione di nulla direi, ma di che si parla? E’ vero che l’ispirazione è un dono e viene da zone “altrove” rispetto all’Io ma è anche vero che quando passa attraverso Te è la Tua e attraverso Lei la Sua. Perchè allora distinguere tra le Royalties dell’uno ed dell’altro? (paradosso e provocazione, n.d.r.) Ad ognuno il suo. Ma come fa a non essere chiaro che l’ILLUSIONE di una rete libera tale è: illusione. Non c’è gesto che non sia tracciato o tracciabile, percorso che non sia evidente. Siamo controllati da algoritmi che ci propongono amici e amiche, prodotti e scelte sulla base delle tracce che lasciamo. Abbiamo identità digitali e soprattutto subiamo, noi Autori, soprusi economico digitali dai grandi gruppi. E’ troppo semplice per discuterne ancora. Ma di che? Di togliere qualche Euro a You Tube per metterlo nel nostro borsellino? Ma chi mai, e perchè, dovrebbe inquietarsi davanti a tanta Giustizia? Chi crede di muoversi inn una rete libera da interessi molto più grandi di lui subisce ahimè, credo, una sensibile distorsione ideale: shape shifting. Mia nonna diceva “Roma per Toma”. // Bella Gino Santercole, davvero grande! Un abbraccio.

    • Marino

      5 giugno 2012 at 01:21

      Ciao Claudio.
      Come lato copyleft con Francione mi distinguo sul punto Carmina non dant panem, che ritengo sia una costatazione, non una prescrizione medica, seppure in un contesto di campo avverso permettimi di osservare che se la rete libera è una utopia preferisco non esserci, non rassegnarmi.
      Inernet è creativa in termini. In internet si progetta fra creativi: io creativo nell’opera dentro la quale se sei creativo è già progetto. Internet libera è possibile. Pardon, sembrava possibile senza il copyright. Trai tu le conclusioni in protocollo semantico letterale di ogni termine, grazie.

  21. eugenio tassitano

    4 giugno 2012 at 17:07

    Cara Susanna, il tuo articolo è un prezioso contributo e riflette totalmente il mio pensiero sull’argomento. In nome della libertà di fruire dell’arte si sta eliminando un’altra libertà, quella di poter fare soltanto l’Artista, una libertà che era stata conquistata soltanto nel secolo scorso.

  22. GINO SANTERCOLE

    4 giugno 2012 at 11:31

    PRIMA DI FARE IL MUSICISTA…HO FATTO TANTI LAVORI,DALL’IDRAULICO LATTAIO FATTORINO E ALTRI MESTIERI…CERTO NON AVEVO UN CULTURA PER FARE CERTI LAVORI.
    LA MUSICA E’ NATA CON ME…POSSO DIRE UN DONO DAL CIELO…
    CONTINUERO QUESTA MIA STRADA FINO ALLA MORTE…E
    SONO MOLTO FELICE DI POTERE DARE QUALCHE MINUTO DI EMOZIONE O SERENITA’A QUALCUNO CON LE MIE MELODIE, CON O SENZA GRATIFICAZIONI E GUADAGNI
    e lo dico in Italiano ” A GRATIS “..

    BUONA VITA…………………GINO SANTERCOLE

    • Marino

      4 giugno 2012 at 15:11

      Questo vecchio pazzo mondo…. ripropone all’infinito la scelta fra ideale e guadagno. L’ideale non ti nutre ma fa bella la tua vita. Il guadagno viceversa ti nutre … ma che ne fa della tua vita? Mercenari senza ideali e senza idee sono da sempre l’esercito dei forti che degli ideali fanno scempio. Non hanno fatto abbastanza danno quei potenti nel tempo e nello spazio sin qui percorso? A quanto pare no. Li invocano ancora a legiferare dentro spazi che non gli appartengono, a togliere senza nulla dare, mai.
      Grazie per avere espresso la tua opinione in maniera così semplice e cristallina, Gino Santercole.
      Buona Vita!

  23. norman zoia

    4 giugno 2012 at 00:06

    Susanna, sottoscrivo fino all’ultima virgola il tuo pezzo… e ringrazio Claudio Rocchi per avermelo messo in bacheca. Intanto, visto che oggi la figura dell’editore è più marginale nell’economia della divulgazione dell’opera, non si potrebbe cominciare col rivedere le quote spettanti? Anziché 12/24esimi all’editore per l’appunto, 6/24 al compositore e 6/24 all’autore della parte letteraria non sarebbe più equo per esempio dividere in 8, 8 e 8?

    • Marino

      4 giugno 2012 at 15:13

      Già siamo ai dividendi Norman? ù

  24. andrea colombo

    3 giugno 2012 at 23:43

    @susanna
    Tocchi un problema concreto susanna… però ho qualche dubbio… massimo rispetto per glenn gould, ma sospetto che sulla cultura in cui io sono cresciuto e tutti noi viviamo respirandola persino senza rendercene conto abbia pesato di più robert johnson. se non ricordo male ha inciso 39 canzoni pagate più o meno una cinquantina di dollari tutte insieme nei ’30. il blues ci campa da allora e tutto quello che dal blues è disceso. le avrebbe scritte e suonate anche senza copyright. non sarebbero state né meno belle né meno importanti.
    non voglio polemizzare. solo penso che abbia ragione clapton quando dice che alla fine non si preoccupa manco un po’ dell’impatto della rete sulla musica, perché la musica esiste da sempre, da molto prima del copyright e i musicisti continueranno a suonare e creare con la rete e senza il copyright come hanno sempre fatto.
    il discorso vale anche per la scrittura o per il cinema.
    e’ ovvio che per chi si trova a creare proprio nel corso della trasformazione le cose saranno difficili. ma questo è vero per tutti, non solo per chi suona o scrive. anche per chi lavora, anzi lavorava, alla catena. le rivoluzioni industriali sono così, e sono ancora meno pranzi di gala di quelle armate.
    bacio

  25. Papelio

    3 giugno 2012 at 23:30

    La difficoltà della soluzione del copyright sta nella differenza di utili tra autori ed editori mentre chi è a favore del copyleft non riesce a separare queste due categorie da distributori e Siae che intascano cifre da capogiro. Per l’editoria spesso le spese di magazzino applicate dai distributori sono di gran lunga superiori alle spese di distribuzione. Una soluzione potrebbe essere la vendita on line dei propri artefatti (cioè fatti con arte) così, tagliando le spese e/o i profitti degli intermediari e dei garanti, gli autori potrebbero aumentare i guadagni. Però allo stesso tempo si impone agli autori di dover svolgere anche il lavoro di venditore. Insomma, la risposta non è poi così semplice…