In un saggio di una decina d’anni fa, Hans Magnus Enzensberger celebra una nuova classe di eroi, apparsi alla fine del Novecento, a chiuderlo, non più dediti alla conquista e al trionfo ma alla rinuncia e allo smantellamento. Questi eroi della ritirata – tra gli esempi, Gorbaciov per il comunismo e l’Urss, e Suarez per il franchismo e la Spagna – non hanno principi chiari e irrinunciabili, ma sono pervasi dai dubbi e si barcamenano tra compromessi e negoziati; non cercano di imporre a ogni costo le proprie posizioni ma le abbandonano e si fanno da parte. Diosolosa se anche noi in Italia non avremmo avuto e non avremmo ancora bisogno d’uno di questi eroi.
Giorgio Napolitano di certo non lo è. La sua è una biografia lineare e cocciuta: ha attraversato il comunismo italiano del dopoguerra – che è stato sicuramente una forma tutta speciale di comunismo – e la sua fine mantenendo assolutamente inalterata la sua posizione liberale. Nel comunismo italiano ha trovato la famiglia del suo liberalismo – un liberalismo anch’esso tutto speciale, quello che da Gobetti arrivava fino a Amendola, padre e figlio – che non ha mai amato, forse non ha mai neppure capito, la socialdemocrazia. Il “migliorista” Napolitano – come forse con una punta d’ironia veniva definito dai suoi compagni – ha sempre inteso lo Stato come l’incarnazione stessa della democrazia, come difesa e baluardo da quell’orda eversiva che è sempre stata la destra italiana e la sua borghesia – una destra e una borghesia anch’esse tutte speciali – trovando proprio in questa concezione il percorso comune con i suoi compagni di strada comunisti. Uno Stato che fosse l’incarnazione propria della politica, e che vedesse la politica e i partiti come una propria articolazione istituzionale, e che avesse nelle istituzioni non solo la sua proceduralità e la sua forma ma tutto il suo senso.
Così, Giorgio Napolitano, immarcescibile e immobile per tutto il Novecento, minoritario sino a essere risibile quando il comunismo italiano era forte e pure quando il comunismo italiano si è praticamente estinto, senza mai tradire se stesso si è trovato al momento giusto al posto giusto quando il Novecento italiano si è straciscato nel nuovo secolo. Quando l’anomala destra italiana, il berlusconismo, ha finito con lo sfasciare se stessa, sfasciando ogni forma e senso dello Stato, e l’anomala sinistra italiana, tutta rinchiusa per anni in una rincorsa a rimpiattino e speculare contro il berlusconismo, non era in grado di presentarsi come un’alternativa capace di tenere assieme la nazione tutta e rilanciarla. Insomma, lo stallo, l’immobilismo, l’Uroborus, il serpente che si morde la coda. Giorgio Napolitano e il suo senso dello Stato erano la supplenza ideale alla crisi della politica italiana, perché il suo senso dello Stato era senza politica, o vede la politica solo come una conseguenza dello Stato, come un’articolazione istituzionale dello Stato.
Così, Giorgio Napolitano, immarcescibile e immobile per tutto il Novecento, si è trovato al momento sbagliato al posto sbagliato quando il Novecento italiano si è straciscato nel nuovo secolo. Il suo golpe morbido, portato avanti con le istituzioni politiche e economiche d’Europa, non era certo illegale, e lui mai nella sua vita di comunista e di liberale ha compiuto qualcosa di illegale: ha solo interpretato estensivamente e quindi istituzionalmente il suo ruolo e le competenze che gli vengono assegnate. Sostenuto da tutte quelle lobby d’interesse – una forma tutta speciale, tutta italiana dell’intendere il proprio ruolo – che vanno dall’informazione alle banche, dai sindacati ai consigli d’amministrazione che non possono fare a meno di uno Stato e di una politica purchessia, ha legalmente e nello stesso tempo illegittimamente assegnato – votato, verrebbe da dire – a un uomo e una compagine voluti da quelle lobby il ruolo di presidente del Consiglio e di ministri.
L’uomo più sbagliato al momento più sbagliato. Avremmo avuto bisogno di un eroe della ritirata, in grado finalmente di smantellare quell’orrore italiano che è lo Stato – una forma tutta speciale di Stato dove da sempre si annidano e complottano le forze più ostili allo Stato stesso – per rilanciare la democrazia, che non è esser più quella del Novecento. Lui, comunista e liberale, statalista fino al midollo, sarebbe potuto essere l’uomo giusto al momento giusto.
Giorgio Napolitano ha un’idea novecentesca della democrazia – di chi da liberale ha accompagnato il percorso dei comunisti italiani – che si riduce poi allo Stato. Nel momento più giusto della crisi della democrazia, cioè quello della crisi dei partiti politici che non riescono più a rappresentare le nuove esigenze di classi e ceti e territori che stanno entrando nel nuovo mondo con paure e speranze e attese del tutto inaudite, del tutto impreviste, ci ritroviamo con l’uomo più sbagliato. Nel momento più giusto della crisi dell’economia, cioè quello della crisi di una finanza spregiudicata e di una produzione che non riesce a trovare nuovo senso alle merci e al consumo pressata com’è da nuovi bisogni e nuovi desideri, ci ritroviamo con l’uomo più sbagliato.
Un uomo antico, arcaico – che per ironia della sorte era considerato il più “modernista” dai suoi compagni di strada, i comunisti italiani – che sovrappone il suo schema concettuale a tutto ciò che, di mostruoso o d’interessante, accade in un passaggio epocale terribile come quello che stiamo vivendo, e in cui ciò che è mostruoso o interessante nelle viscere del paese emerge con forza, per lacerarlo e sfinirlo oppure per farlo rinascere.
Se acquistano consistenza Beppe Grillo e il grillismo – un fenomeno nuovo, ancora tutto da capire – Napolitano parla di Guglielmo Giannini e dell’Uomo Qualunque, con un polemismo togliattiano buono per scuole di partito d’una volta; se i movimenti della No Tav si battono con determinazione nella difesa del proprio territorio, eccolo propugnare il progresso del treno, con argomentazione cavouriana, buona per retoriche da festeggiamenti storici; se nuove pistolettate scoppiettano o nuove mostruose stragi seminano il panico, eccolo parlare delle stragi mafiose e del brigatismo, col piglio dello statista di fine Novecento, di chi ha già visto e capito tutto.
La storia recente e passata usata sempre come un macigno, una pietra tombale, di cui lui stesso – per l’età e per la singolare biografia – è memento. È singolare che le stesse identiche frasi sul “ritorno del passato” vengano considerate un monito sacro se le dice lui e una dietrologia pericolosa se le dice Grillo. La differenza non sta nelle parole, ma nel ruolo: Napolitano è ormai lo Stato. Quello Stato antico e arcaico – quella forma tutta speciale dove da sempre si annidano e complottano le forze più ostili allo Stato stesso – di cui la vecchia politica e i suoi partiti sentono il bisogno, perché ormai si vivono come sua articolazione. Perché ormai ne è l’unica legittimazione, l’Uroborus.
Non che non ci siano pericoli, o conflitti e lacerazioni da allertare. Quello di cui tutti avremmo bisogno sarebbe affrontare l’orrore e le speranze che questo periodo porta con sé con ben altri eroi che le mummie del passato che non passa.
toto
6 giugno 2012 at 22:32
COMPLIMENTI, ARTICOLO ECCELLENTE…E SOPRATTUTTO VERO!
Tepozzino a.k.a. Oikakoinekroi
5 giugno 2012 at 12:11
Se aspettiamo gli storici liberi siam fottuti. Quelli son capaci di sfornarti testi dall’equivoco titolo Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale, ove l’unica fonte presa in seria considerazione, citata e riportata come prova irrefutabile è l’archivio di Repubblica. Uno lo legge e solo al termine comprende d’essere stato fuorviato da un refuso nel titolo. Laddove sarebbe stato storicamente corretto utilizzare la preposizione articolata “della” ad indicare appunto l’autobiograzia della repubblica scalfarian-debenedettiana, ferme restando, ahinoi, le radici dell’Italia attuale.
Qui non resta che appuntarsi gli eventi a futura memoria se, come diceva il grande Sciascia, la memoria avrà un futuro e tramandarli a chi ci sta a cuore. Proprio oggi un tal Polito sul Corriere della Sera ci ammonisce che ai tedeschi, facenti parte dell’Unione Europea, non si possono mica chiedere comportamenti cooperativi quali quello di partecipare agli Eurobond (peraltro secondo me inutili), perché facendolo violeremmo un cardine della democrazia: no taxation whithout representation. Calpesteremmo i diritti del contribuente alemanno a cui non possiamo chiedere di rimborsare gli eurobond senza che gli sia data la possibilità di scegliere chi spende quei soldi. Piuttosto che violare quel sacro diritto, meglio che i Greci crepino, che gli spagnoli e gli italiani li seguano a ruota. Non c’è che dire, proprio un’Unione fraterna alla Caino e Abele, dove tutti i leader – ivi compreso il Nostro Attuale Celeste Timoniere qui superbamente ritratto dalla tolda del Quirinale -, si affannano ad urlare ai quattro venti “Noi, non siamo come la Grecia”. Siamo peggio, chè almeno ai Greci il diritto di votare non lo hanno espropriato del tutto, chè almeno a loro quel sacro principio democratico, forse, dopo le prossime elezioni di giugno ancora si applicherà.
In omaggio al venerato maestro delle elementari, il pensierino del giorno è “Come era bella la Nazionale di calcio italiana agli europei dell’88. Giocava bene, divertiva e si divertiva. Forse perché tutti i rigoristi che oggi occupano i giornali, i partiti e le istituzioni, allora se ne stavano zitti e buoni in panchina”.
daniele
5 giugno 2012 at 09:49
Spero che qualche storico libero tra una ventina d’anni racconti, documenti alla mano, il putsch politico-finanziario ordito tra Berlino, Francoforte, Bruxelles e Roma tra luglio e novembre 2011. In mezzo, ricordo, c’era stato il 15 ottobre in piazza san giovanni, dove tentammo di agitare qualche spettro. Napolitano assecondò gli “spiriti animali” del capitalismo che dovevano compiere la soluzione finale al ridimensionameno del potere d’acquisto dei lavoratori italiani, mattanza cominciata da Ciampi nel 1993.
Lanfranco Caminiti
4 giugno 2012 at 19:06
grazie ai lettori.
“il settenato del pensierino” è un concetto niente male davvero.
sia pertini che cossiga che scalfaro sono stati presidenti “interventisti” e in momenti di crisi mica da poco [terrorismo, tangentopoli, mafia].
anche nelle difficoltà dei partiti, però sempre tutti si sono avvalsi del sistema politico per recuperare il sistema politico.
napolitano si trova in una crisi che non è solo finanziaria ma è del sistema politico. la sua “differenza” rispetto agli altri presidenti che l’hanno preceduto – a parte la biografia – sta in questo ruolo di supplenza e sostituzione del sistema politico. del sistema dei partiti. che in italia sono stati “la” politica e “la” democrazia.
napolitano non è la soluzione della crisi politica, è l’emblema della crisi politica.
la “soluzione” da lui trovata alla crisi – il governo tecnico e il proprio presidenzialismo spinto – ne è in realtà l’affossamento.
daniele
4 giugno 2012 at 18:35
@Lanfranco
Riflessione di altissimo livello teorico. Complimenti.
Oikakoinekroi
4 giugno 2012 at 14:58
L’intervento del Presidente, a commento dei risultati delle ultime elezioni, certifica l’evidenza: non più arbitro, ma parte (attore, convenuto, terzo interveniente o terzo chiamato, fate voi). Del resto fin dall’ascesa al Quirinale l’attuale Presidenza si è connotata per la continua presenza nel dibattito politico, anche il più spicciolo. E’ riuscita, per la gioia dei penalisti, a rinverdire addirittura il delitto di offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica, reato perseguito raramente dalle Procure, se si eccettua la Presidenza di Scalfaro. Oramai non passa giorno che non giunga un monito, un invito, un sollecito o una pensosa riflessione sugli accadimenti dell’universo mondo. Esercizio quotidiano che richiama alla mente il mio vecchio maestro delle elementari e l’imposizione alla fine della giornata, dopo aver giocato, fatto i compiti, cenato, di riprendere il quaderno a righe e comporre un pensierino, a commento del giorno appena trascorso.
E forse un giorno, dunque, quando tracceremo un pacato bilancio di questo settennato, l’unico modo per distinguerlo dai precedenti sarà quello di denominarlo il settennato del pensierino.