Monti rompe con Merkel
L’Italia dei “giri di valzer”

Alessandro Antonelli Pubblicato da
il 1 giugno 2012.
Pubblicato in Economia.

La Germania è isolata, lo è sempre di più. Il pressing di tutti i partner internazionali la sta mettendo nell’angolo. Ieri, di fronte alla richiesta di Francia, Stati Uniti e Italia di allentare un po’ i cordoni della borsa per un nuovo piano di salvataggio dei paesi “deboli” dell’Eurozona, la cancelliera Merkel ha opposto un no categorico: «La Germania non regalerà soldi alle banche spagnole». Uno strappo plateale, in mondovisione, che gela la tregua di Camp David – siglata appena pochi giorni fa – e suffraga la tesi di una nuova “guerra” in atto tra le superpotenze per decidere i destini del Veccho Continente.

Ciò che risalta, in questo scenario bellico, è la rottura del sodalizio italo-tedesco, il cambio di passo del nostro governo – ai limiti della doppiezza – che richiama alla mente certe abitudini dure a morire. L’Italia traccheggia e s’attesta sul Piave, sceglie l’alleato, sbaglia l’alleato, tradisce l’alleato; si tuffa nell’agone sospinta dalla sua anima interventista, poi si fa male, si lecca le ferite, si ritorce nella paura, si inabissa nella diaspora; infine, quando ormai non conta più nulla, si sente «in regola e rispettata da tutti» (così recita l’ultimo proclama di Monti).

Scusate tanto ma è così: la storia patria – è bene ricordarlo in tempi di parate e di orgoglio risorgimentale – è fatta soprattutto di scelte improvvide ed esitazioni fatali, separate da quella terra di mezzo definita per convenzione “neutralità”. Una neutralità che fin troppo gentili biografi di una nazione hanno archiviato con il cavalleresco eufemismo della “politica dei giri di valzer”: l’Italia con un piede in due staffe e due piedi in una staffa sola, l’Italia dei Salandra e dei Casini, dei Vittorio Emanuele e dei Napolitano, l’Italia che incorona statista ogni capetto che la con-duce, l’Italia chiamata in guerra per guerre altrui, e al tavolo della pace quando tutto è già deciso.

Veniamo al bollettino militare di questa primavera: la pace firmata in occasione dell’ultimo G8 è stata con tutta evidenza solo un timido cessate il fuoco dentro una guerra di posizione assai logorante fra i portabandiera del rigore e i paladini dello sviluppo. Nel risiko del nuovo conflitto bellico, lo Stivale negozia richieste di clemenza e di “crescita” come un tempo contrattava colonie e terre irredente. E così il governo italiano oscilla tra le forze dell’Alleanza e quelle dell’Intesa ancora incerto sul da farsi, forte solo del sostegno dei “socialisti” di casa propria affezionati al pilatesco motto del “non aderire non sabotare”.

Franza o Alemagna, purché se magna. Finora il gabinetto Monti aveva fatto asse con Berlino, convinto che la religione dell’austerity avrebbe piegato ogni vile resistenza posta lungo il suo impetuoso cammino. Esattamente come agli albori del secolo scorso, quando si era fatto forte il convincimento che la Germania avrebbe dominato il continente (e dunque era d’uopo tenersela buona), il canale preferenziale con la cancelliera avrebbe dovuto garantire se non proprio un posto al sole quanto meno un’amichevole non belligeranza sul fronte dei conti pubblici. Poi qualcosa si è spezzato. Il vento d’Europa ha cominciato a girare, il dogma del rigorismo è stato confutato da economisti eretici ma potenti, i galletti di Francia hanno rialzato la cresta lasciando intravedere nuovi scenari all’orizzonte e l’America ha benedetto il nuovo corso; perfino il popolo tedesco ha preso a dubitare della sua inflessibile guida e quello di spezzare le reni alla Grecia è diventato un mito a cui non abbocca più nessuno.

Il mantra dello sviluppo e dell’occupazione è ora sulla bocca degli apostoli del pauperismo e della sobrietà. Solo gli ingenui possono osservare con sentimento di meraviglia il fatto che Monti voglia approfittare di un certo clima anti-tedesco per mettersi a rimorchio dell’apripista Hollande: il professore subodora il cambio di leadership in Germania, avverte che la signora Merkel è un’anatra zoppa che muove passi stentati verso la fine del suo mandato. L’alibi di Monti per un repentino cambio di sodalizio internazionale non è poi diverso da quello agitato dell’Italia alla vigilia della Grande Guerra: la Triplice Alleanza era sì vincolante, ma solo in un’ipotesi difensiva. Berlino invece ha scelto di attaccare, come fece di concerto con l’Austria nel 1914, cioè di imporre erga omnes una linea d’imperio, senza condizioni. Il Belpaese ha quindi diritto di ritenere sciolto il patto e di guardare altrove?

Sicuramente la Merkel non è felice di questo flirt italiano con i cugini d’oltralpe benedetto dagli Stati Uniti, e i nodi verranno al pettine in occasione del vertice trilaterale – Italia, Francia e Germania – in programma per questo mese. Ai reggenti teutonici non sfuggiranno le analogie con il passato: «Un marito non deve dare in smanie se per una volta sua moglie fa un giro di valzer con un altro cavaliere», concesse il cancelliere von Bulow quando la Triplice prese a traballare. Salvo aggiungere, di fronte all’italico voltafaccia, che «in diplomazia ognuno ha diritto al tradimento, ma al premio per il tradimento, no».

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One Response to Monti rompe con Merkel
L’Italia dei “giri di valzer”

  1. Tepozzino

    4 giugno 2012 at 17:12

    Meno male che in passato ai crucchi abbiamo messo le corna. Se non l’avessimo fatto l’Europa ed il Mondo sarebbero stati ben peggiori di adesso.
    Dato che non c’è due senza tre, la speranza e che a breve li cornifichiamo come si meritano. Del resto, fosse per loro, l’Italia, da brava moglie fedele, dovrebbe star segregata nella gabbia dell’Euro a consumarsi nell’attesa del ritorno del Crucco, gagliardo ed efficiente ed al più assolvere alla funzione di sollazzevole riposo del guerriero. Meglio cornuti e mazziati loro, che languire in questa gabbia, neanche dorata.