Medolla, Mirandola, Modena, San Felice, Novi di Modena, Concordia, Finale Emilia, Cavezzo e gli altri comuni che abbiamo conosciuto in questi giorni, sono inseriti dal 2003 in zona 3, sono cioè territori “soggetti a scuotimenti modesti”. E se hanno una classificazione sismica, seppure inadeguata alla forza del terremoto che li ha colpiti, lo si deve a un altro terremoto. C’era voluto infatti quello nel Molise del 2002, costato la vita a 26 bambini e a una maestra di San Giuliano in Puglia (Campobasso), per arrivare all’ordinanza n.3274 del 2003 riguardante “primi elementi in materia di criteri generali per la classificazione sismica del territorio nazionale e normative tecniche per le costruzioni in zona sismica”. Prima del 2003 l’Italia era mappata in modo più grossolano: questi comuni dell’Emilia, così come tanti altri sul territorio nazionale, semplicemente erano compresi in zone “non classificate”. Ma la norma del 2003, e altre approvate successivamente, sono servite anche a stabilire i criteri per costruire in sicurezza i nuovi edifici e per mettere in sicurezza quelli esistenti: criteri più o meno severi a seconda della classificazione del rischio.
Purtroppo però, a causa delle forti contestazioni, anche per i presunti costi aggiuntivi a carico dei privati (in realtà sopportabilissimi), l’entrata in vigore della nuova e più avanzata legislazione viene ripetutamente prorogata, da governi di centrodestra e di centrosinistra. Fino ad arrivare a quello che molti addetti ai lavori, per esempio fra i geologi, considerano un cambio di passo: il decreto 1401 del 2008, che porta a norme antisismiche più stringenti per la costruzione, o l’adeguamento, degli edifici. Ma anche l’entrata in vigore di questa norma viene prorogata dall’ultimo Berlusconi. Poi arriva il terremoto de L’Aquila e tutto si rimescola.
Ora, è evidente che bisognerà di nuovo mettere mano alle mappe sismiche. Un compito che prevede l’intervento delle Regioni, alle quali lo Stato ha delegato già dal 2003 l’adozione della classificazione del territorio, fatta sulla base di diversi principi e parametri, fra cui la frequenza e l’intensità dei terremoti. A guidarci nella lettura della mappa sismica dell’Emilia Romagna, pubblicata sul sito ufficiale della Regione, è Paride Antolini, modenese, membro del Consiglio nazionale dei geologi. E’ il giallo il colore prevalente, quello che individua la zona 3, tant’è che sono 214 i comuni classificati in questa fascia, mentre 112 comuni sono indicati con l’azzurro della zona 2 (terremoti abbastanza forti) e 22 col bianco della zona 4.
Modena, Parma, Ferrara e Reggio Emilia, salvo qualche inserto, sono tutti in zona 3. Qui, gli edifici costruiti dopo il 2003 devono aver rispettato i criteri antisismici previsti per questo grado di rischio. Ma, fatta la verifica sul rispetto delle norme, e dato per buono che così sia stato, resta il problema della non rispondenza dei criteri antisismici alla forza del terremoto. Un evento inatteso, dicono praticamente tutti gli esperti, considerando che l’ultimo di cui si ha traccia, di intensità paragonabile e nella stessa zona, risale al 1570. La storia racconta che i signori del tempo di Ferrara, Modena e Reggio Emilia, gli Estensi, abbiano giocato a minimizzare le gravi conseguenze del sisma per non minare l’onorabilità e la tenuta del loro dominio. Niente cambia in questo paese?
Oggi, la mappa del territorio nazionale è così composta: 725 comuni rientrano nella zona 1, la più pericolosa, dove possono verificarsi forti terremoti; 2.344 comuni in zona 2, dove possono verificarsi terremoti abbastanza forti; 1.544 comuni in zona 3, soggetta a scuotimenti modesti; infine, 3.488 comuni nella zona 4, la meno pericolosa. Visti i numeri, e dopo questa ennesima tragedia che ha azzerato le passate certezze, è evidente che converrebbe seguire il principio di precauzione e rimettere mano alle norme antisismiche, adottando quelle più severe anche laddove il rischio sembra essere più blando. Figuriamoci le reazioni dei palazzinari nostrani (e degli enti locali che dovrebbero obbligarli), i quali ancora non si convincono a costruire un po’ meglio per risparmiare energia!
Eppure non dovremmo dimenticare che siamo seduti fra due placche, quella africana e quella europea, che spingono fra di loro. Questa spinta, che si concentra sulla catena appenninica e sulle zone prossimali, può far tremare tutta l’Italia, Sardegna esclusa. Sembra quasi la metafora dell’Italia di oggi.
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