“Paura della Germania? Fuorviante”
Parla Giovanni De Luna

Nanni Riccobono Pubblicato da
il 28 maggio 2012.
Pubblicato in Esteri.


Nel logos degli economisti la parola “guerra” si illumina ogni momento. Sebbene sia accompagnata dagli aggettivi “finanziaria”, “commerciale”, o semplicemente usata per definire le contrapposizioni tra aree macroeconomiche, è una parola che rimbalza nell’immaginario, il nostro immaginario, con tutto il carico legato alle motivazioni di fondo dei conflitti mondiali come li abbiamo studiati a scuola. Così noi pensiamo a morte, distruzione, e, dopo la Guerra Fredda tra Usa e Urss, pensiamo alla guerra come all’annientamento dell’intero pianeta. La terza guerra mondiale infatti non potrebbe che risolversi nell’estinzione dell’umanità e del resto, è proprio ciò che è stato vissuto e proiettato come “deterrente”. Questa crisi però ha cambiato qualcosa nella nostra percezione di una sicurezza che si basa sull’eccesso di potenziale distruttore bellico. E’ tornata la paura ed è forse paura dell’irrazionale, il “mostro” capitale finanziario se ne frega della vita, della morte e del pianeta.

Per fortuna il pensiero degli storici invece, un po’ trascurato in verità nel corso di questa crisi finanziaria, procede in senso opposto. Giovanni De Luna, docente di storia contemporanea all’università di Torino, già nel 2006 aveva dato alle stampe un libro, Il corpo del nemico ucciso (Einaudi), in cui sottolinea tra l’altro la discontinuità nell’analisi dei fenomeni del presente rispetto agli accadimenti del passato che portarono allo scoppio dei conflitti mondiali. Non è la guerra come ce la immaginiamo noi che può essere la risultante finale della crisi finanziaria ed economica che contrappone Europa ad America, stati europei ad altri stati europei.

Professor De Luna, perché ritiene tanto improbabile una guerra totale tra gli scenari dell’evoluzione della crisi? Qual è la distanza tra quella del ’29 e quella che attraversiamo, per esempio?

Come primo elemento il lavoro di uno storico, forse un po’ all’opposto di chi non fa questo lavoro o di altre discipline, è quello di cercare le differenze più delle somiglianze. E ciò che noi vediamo oggi è un cambiamento radicale nel rapporto tra Stato ed economia; ma non è un cambiamento repentino e sul suo sfondo ciò che va considerato è l’erosione e la caduta dei pilastri valoriali: Stato, lavoro, guerra…Tutto ciò è cambiato in modo radicale. Perciò può darsi che le dimensioni e le conseguenze economiche della crisi attuale siano paragonabili alla crisi del ’29. Ma se da quella crisi si uscì attraverso la statualità politica, oggi questo non è più possibile semplicemente perché nello stato non ci sono più le risorse per uscire dalla crisi – non parlo solo di risorse economiche – così come non c’è l’autorità materiale del poter dichiarare e portare avanti una guerra. Assistiamo quotidianamente a questa erosione

che avviene sia dall’alto, attraverso i flussi di denaro, che dal basso, dove registriamo municipalismi e microterritorialità che si affermano contro la statualità e diventano serbatoi per la creazione dell’identità. Identità sostitutiva di quella statuale.

Eppure i segnali sembrano proprio tanti. Dai 30 milioni di disoccupati nel ’29 all’esercito di disoccupati di oggi, il fatto che, per esempio qui in Italia, un’azienda statale come Finmeccanica pensa magari di dismettere certi settori ma non molla quello militare. E perfino al trasferimento di denaro dalle banche greche e ora, anche se in misura molto minore, anche italiane e spagnale in quelle tedesche e svizzere…

Io non dico che la guerra non sia un meccanismo possibile dal punto di vista storiografico. Dico però che tutte le guerre che viviamo nella nostra epoca sono interventi sovranazionali, non statuali. La rottura del nesso tra guerra e stato rende più difficile capire che ruolo possa avere la guerra. L’opzione è presente, ma che ruolo potrebbe mai avere nei rapporti Europa / Usa? O nell’attività finanziaria? Lei cita il fatto che la produzione di arsenali non rallenta, ma se pensiamo che negli anni ’70 gli arsenali nordamericano e sovietico avevano la capacità di distruggere l’intero pianeta 107 volte…107 volte! La guerra in verità c’è già, non è uno spettro all’orizzonte. Oggi, almeno così io la vedo, è un precipitare continuo in conflitti locali, di gruppi, non di stati. E’ la guerra endemica, quella alla quale l’Italia ha partecipato e partecipa, dall’ex Yugoslavia al Kosovo, dall’Iraq all’Afghanistan. Una guerra in cui non vince mai nessuno e che non finisce mai con la pace, come accadeva fino al ’900. Del resto se pensiamo alla lista degli “stati maledetti” compilata da Bush, vediamo che ciascuno di essi ha la capacità di diventare uno stato in guerra ma nessuno possiede quella di portare il conflitto a livello globale.

Nemmeno l’Iran?

L’Iran è certamente il paese più vicino a poter provocare una dimensione mondiale di conflitto ma io non credo che ciò accadrà. Questo non significa che la guerra endemica sia meno devastante di quella globale. E’ guerra ai civili, altro elemento che ci fa capire quanto siamo lontani dal passato, dalle guerre come le conosciamo storicamente.

In Europa però c’è un sentire più nazionalista negli ultimi anni, c’è rancore nei confronti della Germania, l’idea di questo paese potente economicamente e con un passato così pesante…

Ecco, questo è decisamente più fuorviante. L’idea delle ripetizioni della storia va decisamente rintuzzata. Non esistono gli spettri del passato che tornano a tormentarci. Dobbiamo capire che c’è una costellazione di concetti che ha subito una torsione radicale. E’ come se dovessimo superare le colonne d’Ercole, cognitivamente, per diventare esploratori del futuro, se vogliamo davvero capire. Stato, Partito, Politica, Lavoro, Guerra…queste categorie non esistono più come noi le abbiamo pensate nel secolo scorso. Faccio un esempio: quando la cancelliera tedesca ha appoggiato la campagna elettorale del presidente francese Sarkozy, si è verificato un fatto clamoroso. E positivo in un’ottica generale. Francia e Germania che fanno insieme una campagna elettorale dopo essersi sparate sempre addosso.

Lei quindi afferma che l’Europa, che sembra liquefarsi nella crisi, invece c’è, esiste. E’ ottimista?

Figuriamoci! Io sono sempre pessimista… Però si, c’è una crescita lenta e faticosa di spazio europeo in cui gli accadimenti, perfino politici, come la clamorosa sconfitta elettorale della stessa Merkel, possono avere una valenza positiva.

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