Stavolta dicono che faccia sul serio. Che davvero ce lo ritroveremo a far campagna elettorale, magari a bordo del suo nuovo trenino Italo. Ma siccome si tratta dell’annuncio numero tremiladuecento, è lecito dubitare: entra o non entra? Scende o non scende? S’avanza o non s’avanza? Non si sa. «Mai dire mai» si lasciò scappare una volta, nel 2006, Luca Cordero di Montezemolo e da allora è stato tutto un gioco di acceleratore, freno e frizione. Tanto che in pieno clima di rievocazione risorgimentale corre alla mente l’ardito paragone con Carlo Alberto, passato alla storia col nomignolo di Re Tentenna (o Italo Amleto, nella notazione più dotta di Carducci), proprio in ragione del suo carattere titubante e insicuro, per la sua riluttanza a farsi liberatore dell’Italia intera e per quella miscela imperscrutabile di spirito civico e reazione. «Ciondola, dondola, che cosa amena / Dondola, ciondola, è l’altalena / Un po’ più celere, meno… di più… / Ciondola, dondola, e su e giù». Così scrisse Domenico Carbone, studente dell’Università di Torino, dopo la repressione poliziesca del 1847. Scrisse e spedì al sovrano, il quale accolse la satira con sommo patimento.
Certo a Montezemolo Tentenna – bolognese di nascita, ma rampollo d’antica famiglia piemontese al servizio di Casa Savoia – non manca il piglio che fu di certi eleganti reggenti sabaudi. E fa anche al caso suo l’immagine di una nazione da ricostruire e riscattare, anche adesso che l’oppressione è figlia di autoctone miserie e non più del vile giogo straniero. Ma non è detto che si butterà nella mischia: un conto è fare politica di rimando, a mezzo di ammonimenti, richiami, esortazioni; altro conto è mettersi alla testa di un fantomatico rassemblement elettorale e guidare altrettanto opache riscosse.
Quando Silvio era sul viale del tramonto, tutti pensarono che fosse giunto il momento del patron della Ferrari. Montezemolo, alludendo alla parabola del Cavaliere, parlava di un «cinepanettone», giunto per altro ai titoli di coda. Ma fu l’ennesimo preludio di un seguito che puntualmente non arrivò. «La mia discesa in campo? Ma se non c’è nemmeno il campo», sentenziò con quella posa ieratica che i suoi detrattori non mancano di definire urticante.
Ingrato di Montezemolo. E pensare che più di dieci anni fa Berlusconi aveva annunciato in pompa magna l’ingresso del novello capotreno nella squadra di governo, indeciso se appioppargli lo Sport o il Commercio estero (uno vale l’altro, si sa). Poi non se ne fece più nulla, il nostro oppose il gran rifiuto alimentando fin da allora il mito della propria inafferrabilità. Disse che in quel momento la priorità era onorare l’impegno a Maranello, nonché quello alla Federazione Editori che lo aveva di fresco incoronato presidente. Un altro no a Berlusconi pochi mesi più tardi, quando il Cavaliere, per rilanciare la Fiat in affanno, estrasse dal cilindro la pacchianata del marchio Ferrari da applicare alle utilitarie del Lingotto. «Idea irrealizzabile», non se ne parla nemmeno, stop.
Piccole avvisaglie del rapporto invero turbolento che si andava profilando tra gli industriali e il governo in carica. Gli anni di Montezemolo alla guida di Confindustria, tra il 2003 e il 2008, segnano dapprima un robusto scollamento tra le pretese ecumeniche del Cavaliere e il pragmatismo della “sua base sociale”, per poi ufficializzare l’assalto frontale di Viale dell’Astronomia contro l’esecutivo di centrosinistra. Il leader degli imprenditori dissimula il suo pressing dietro un buon senso di maniera, continua a negare che la sua sia azione politica in piena regola, parla di una Confindustria «autorevole e dialogante, equidistante e autonoma da tutti i partiti». Ma Romano Prodi, preso a bersaglio dalla relazione spietata di mister Ferrari, già a quel tempo non aveva dubbi: alla domanda se Montezemolo stesse meditando la discesa in campo, il Professore rispose argutamente «a me sembra che stia salendo». Spettacolare il commento di Giovanni Russo Spena, allora capogruppo di Rifondazione al Senato: «Da un po’ si comporta come il black bloc della politica italiana, non perde occasione per cercare di sfasciare tutto».
Montezemolo il rottamatore, altro che Renzi e compagnia. Corteggiato dalla destra e dalla sinistra. La Padania ci scherzò su e scodellò il celebre adagio della Sora Camilla, che tutti la vogliono ma nessuno se la piglia. Anche ai democratici in cerca di identità non andò molto meglio: «Io col Pd? Roba da marziani». Addio al papa nero. Tirato per la giacca, incalzato, adulato, temuto. Poi arriva sempre la battuta che mette quiete a cameramen sgomitanti e taccuini spiegati: «Basta con questa storia che entro in politica, l’unico partito che sostengo è FF» disse qualche mese fa lasciando attoniti i cronisti, salvo poi sciogliere l’acronimo in Forza Ferrari, nel sollievo generale.
Il risultato è che tutto fino ad oggi è stato solamente sussulto, colpo d’ala, suggestione. Del resto se c’è un privilegio che l’Italia concede ai suoi predicatori, questo è quello di scoccare anatemi senza essere inchiodati, il giorno dopo, all’ora delle decisioni irrevocabili: si può annunciar battaglia e al tempo stesso sostare – comodamente e finché si vuole – al di qua del Rubicone.
Ora però sembra che il dado sia tratto. Italia Futura si candida ad occupare il campo dei moderati e dei liberali rimasti storditi dalla diaspora berlusconiana. È già partito lo scouting per racimolare i candidati giusti da mettere in lista e presentarsi alle elezioni del 2013. Ecco, almeno Montezemolo ha il merito di averci ricordato che l’anno prossimo si vota. Tutti gli altri sembrano dormire sonni profondi.
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