Il linciaggio non si sconfigge
con meno libertà

Giorgio Cappozzo Pubblicato da
il 23 maggio 2012.
Pubblicato in Attualità.

Dopo il capolavoro di aver consegnato alla forca pubblica nome cognome e dettagli logistici dell’assassino di Brindisi, così “presunto” da essere innocente (leggete il bel pezzo di Angela Azzaro), si è scatenato il dibattito su quale deriva avesse imboccato il giornalismo italiano. A poche settimane dal Festival di Perugia, lì dove Twitter e Ruotolo hanno fatto la parte dei cardinali, colleghi più o meno blasonati hanno tirato fuori le ceneri con cui cospargere il proprio capo e lo scudiscio con cui bacchettare i giornalisti «che hanno sbagliato». Ultimo, in ordine di tempo, Aldo Grasso, che su Corriere.it, senza fare nomi ma con negli occhi stampato in 3d il nome del vice di Santoro, invita le amiche penne a darsi una calmata.

Ieri, a Radio Tre, durante il palinsesto pomeridiano di Fahrenheit, Gad Lerner, Fiorenza Sarzanini (Corriere della Sera) e Vittorio Zambardino (fondatore di Repubblica.it) hanno dato il loro contributo, convergendo su un dato: in Rete c’è troppo odio, una goccia calda in pochi secondi si trasforma in colata lavica. I mouse fumanti sono lì pronti a linciare e fare carne di porco del primo malcapitato e, insomma, “dove stiamo andando?”. Domanda rivolta ai colleghi titolati (Lerner: serve stare più attenti, e prima di diffondere nomi e cognomi verificare bene le fonti), ma soprattutto a quella galassia livorosa e arrangiata di blog e reti sociali, improvvisati «piccoli chimici con in mano la bomba atomica». Sono loro, secondo la conversazione ai microfoni di Loredana Lipperini, ad amplificare il boia che è in noi, e a noi, deviati dalla “tempestività” delle notizie, vero «peccato originale dell’informazione on line» (che detto da Zambardino, fondatore del portale all news di Repubblica assume un certo rilievo) andrebbero opposti limiti molto precisi (Sarzanini).

Il ragionamento sull’isteria collettiva che in rete darebbe il peggio di sé non solo è lecito ma anche di evidente attualità. Quello che qui colpisce è la cura proposta, solo apparentemente antitetica alla malattia. È un bivio cieco quello a cui sembrerebbe condannato il giornalismo italiano: da una parte il consolidamento del giustizialismo diffuso (Ruotolo non è scivolato su alcuna buccia, sono anni che interpreta – con successo e con celebrati compagni – quella voce), dall’altra l’invocazione, di fronte al vox populi digitale (spesso becero e orribile), di maggiori controlli e paletti. Due esiti improntati, in fondo, allo stessa convinzione: solo la minaccia di nuove leggi e la riduzione dei diritti può sciogliere la controversia.

Post scriptum: anche Lerner, sul suo blog, aveva pubblicato nome e cognome del presunto colpevole, per poi riparare in corsa e correggere con le sole iniziali. E se Ruotolo diventasse il perfetto capro espiatorio?

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9 Responses to Il linciaggio non si sconfigge
con meno libertà

  1. mario gamba

    25 maggio 2012 at 03:35

    di sgradevole a radio3 c’era che i tre giornalisti, in primis Lerner, facevano i pontefici. ragionavano, non male, e giudicavano “chiamandosi fuori”. sgradevole anche il fatto che alla rete si siano trasferite nel corso della conversazione tutte le pessime tendenze a un’informazione sensazionalista e, soprattutto, forcaiola. non ricordo che nella conversazione si sia rilevato il ruolo avuto nell’indicare il colpevole a ogni costo dal cronista più celebrato di un talk di prestigio. e la stampa mainstream? non hanno corso tutti a gridare “è fatta, ecco il mostro”? come ai tempi di Valpreda, del resto. è storia vecchia, allora sbatterono il mostro in prima pagina il corriere d’informazione e anche l’Unità e naturalmente Vespa nel suo famoso show in diretta. finire a parlare della rete che esalta gli impulsi al linciaggio delle folle non è dire una cosa sbagliata, ma è un modo per nascondere il persistente vizio della grande stampa. che si nutre di confidenze di poliziotti e di inquirenti dei quali l’esperienza dovrebbe aver insegnato che non è il caso di fidarsi. in rete succedono cose turche, è vero, ma la grande informazione che nei decenni continua a essere forcaiola non è che adesso scarica le sue colpe su un altro capro espiatorio (mancandone al momento uno nuovo nell’inchiesta in corso) e cioè sulla rete? questo ho letto nell’articolo bellissimo di Cappozzo. e questo è confermato dal riascolto della trasmissione.

  2. Nicola Mente

    Nicola Mente

    24 maggio 2012 at 16:49

    «Il lettore apre il giornale (o il tablet, o lo smartphone, o il pc, ndr), guarda, se gli va legge, se non gli va tira via, ma senza avere la sensazione che gli vogliamo rompere i coglioni, senza sentirsi lui il responsabile di tutti i morti che ci sono nel mondo».

    La carta si macchia, e diventa inutilizzabile. È per questo che le scorte di merda vengono riservate soltanto alla Rete.

  3. marco tarantino

    24 maggio 2012 at 15:20

    Potrei sintetizzare la discussione nata in rete e non solo (anche a Radio3, ho ascoltato il dibattito) in questo modo: si è vero, i giornalisti si sono lasciati prendere la mano (per carità, senza fare i nomi di quelli che si sono contraddistinti, che fanno parte dell’”esercito del bene” e quindi sono innomimabili), ma questo fatto non è una loro responsabilità, bensì è colpa del mezzo. Non è quindi stato un problema di poca professionalità dei giornalisti (e di ricerca spasmodica dell’attenzione mediatica al limite dando notizie false, come la morte di Veronica o le generalità del primo sospettato)e, al limite, di una scarsa conoscenza dei meccanismi di funzionamento della rete (se una notizia la do io su un blog frequentato da 5 pwersone ha un peso diverso che se la dà un giornalista famoso o, pegtgio ancora, un uomo di spettacolo), ma è colpa della rete in sè, come strumento di informazione e di circolazione di idee (buone o pessime) e di informazioni (vere o false). Mi sembra la classica storia del dito e della luna, con l’aggravante che, più che da stoltezza, qui lo sguardo è orientato dalla furbizia

  4. Tepòzzino

    24 maggio 2012 at 10:49

    Insomma, i Ruotolo, Lerner, Sciarelli e Sottile sarebbero degli agenti provocatori. Sapete quei figuri che si infiltrano nei gruppi, li eccitano ad agire, magari indicando pure l’obiettivo dell’azione, e quando poi le forze dell’ordine intervengono, loro non sono punibili. Anzi gli imputati se li ritrovano sul banco dei testimoni ad accusarli.
    Il giornalista professionista viola con un twitt tutto il violabile e si accusa la rete e la mancanza di paletti. Grandissimi.

  5. rita

    24 maggio 2012 at 06:31

    Certo che è buffo Gad Lerner.
    Prima sollecita (e lo fa da anni) l’intervento nel suo blog dell’Infedele, ben sapendo quanta inciviltà e odio circolino in rete, poi (adesso) di colpo si sveglia e dice che la cosa va arginata.
    Lerner come altri del resto.
    Ricordo quando il Fatto Quotidiano all’inizio pubblicava tutto, deliberatamente perchè questo gli faceva evidentemente buon gioco e facendo addirittura anche la farsa di fare intervenire ogni tanto (ma molto ogni tanto)la redazione per moderare i toni.
    Ricordo i commenti raccappriccianti che inneggiavano alla morte di Cossiga. Ne lasciarono passare moltissimi, poi disabilitarono il sito ai commenti. Ridicolo.

  6. Maria grazia Fabrizi

    23 maggio 2012 at 22:42

    Isteria del comportamento o comportamento isterico…l’omologazione che c’è stata tra mondo dello spettacolo e il giornalismo…scambiandosi uomini riti modi di fare.. una showgirl o conduttrice televisiva diventa giornalista e vice versa è tutto confuso tra tolk e spettacolo della realtà ovvero “reality”…quindi una notizia significa che si crea il set per uno spettacolo per un reality …la forma di spettacolarizzazione della vita quotidiana ..la celebrazione del consueto e del mediocre ..Una volta le ragazzine affollavano i teatri dove si esibiva il cantante l’attore ..ora le ragazzine affollano il tribunale dove c’è il processo per la morte di Sara Scalzi e deve deporre il ragazzo conteso….Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro se non che i giornalismo vive in e di questo universo ….il pieno vuoto…..

  7. LaLipperini

    23 maggio 2012 at 21:15

    Credo che il resoconto qui fatto sia decisamente parziale. In primo luogo, la domanda d’apertura a Lerner verteva proprio sul fatto che il nome della persona accusata era apparsa sul suo blog. In secondo luogo, la rete non è stata descritta come il luogo di ogni male, ma come un luogo dove gli errori e la fretta si amplificano (e peraltro non si cancellano). Peraltro, per motivi banalmente temporali. Ad ogni modo,appena sarà disponibile il podcast, sarà mia premura segnalarlo, in modo che ognuno possa farsi un’opinione da solo. Buona sera.

    • Giorgio Cappozzo

      Giorgio Cappozzo

      24 maggio 2012 at 09:28

      Perché stare sulle difensive? Non leggo da nessuna parte «Lipperini ha evitato domande…». Lei viene citata come conduttrice del programma, quale lei è.

      Nell’articolo non si dice che la Rete è il luogo di ogni male, ma un luogo dove i livori vengono amplificati. Stesso verbo che lei suggerisce, amplificare.

      Infine, se si parla di internet, il motivo temporale non può essere, a mio avviso, considerato banale.