Melissa che sorride all’obiettivo, Melissa sul prato, Melissa che gioca coi lunghi capelli. Probabilmente domani leggeremo anche quello che Melissa Bassi, la sedicenne uccisa a Brindisi davanti alla sua scuola, scriveva su Facebook o su altri social network; potremo sbirciare l’ultimo sms inviato all’amica, al fidanzato, alla mamma; o, peggio, il contenuto del suo diario.
Ma già è sufficiente ciò che i maggiori siti di informazione online hanno pubblicato in queste ore, una sequenza pleonastica di foto della ragazzina. Ne bastava una, magari ottenuta col consenso dei genitori, perché così ordina la Carta di Treviso, il codice deontologico degli operatori della comunicazione nei riguardi dei minorenni coinvolti in casi di cronaca. La foto delle vittime rientra nel diritto di cronaca, ma non sappiamo se i famigliari della ragazza dilaniata dalla bomba avrebbero voluto rendere pubbliche le immagini che ora girano sul web e che sarà impossibile sopprimere una volta per tutte.
Su Twitter Gianni Riotta litiga con quei lettori imbufaliti che lo accusano di speculare sulla tragedia di Brindisi, avendo twittato (sic) una foto di Melissa carpita dal profilo di Facebook. Come capita spesso in rete, i toni sono accesissimi e Riotta viene considerato uno sciacallo. Il giornalista risponde che non è il caso di fare polemiche, e invece lo è. O almeno in parte, visto che lo sciacallaggio non risiede nel rendere visibile la foto di una vittima. Quello, purtroppo, fa parte del mondo dell’informazione. Ma basterebbe ripensare ai nostri 16 anni ovvero al periodo nel quale forse la privacy acquisisce maggiore importanza e chi avesse rubato i nostri pensieri per divulgarli sarebbe stato un mostro senza cuore. C’è chi ribatte che gli adolescenti si mettono moltissimo in mostra nei social network, che dunque mostrare a milioni di persone una foto destinata a poche centinaia in fondo è poca cosa, ma questo è un ragionamento ipocrita. I ragazzi decidono, anche se giovanissimi, a chi destinare la propria privacy, perché dovrebbero farlo i giornalisti al posto loro?
La galleria di foto della sedicenne non aggiunge nulla a quello che è accaduto, e la memoria delle vittime (sbandierata da coloro che si giustificano) è la medesima anche con una solo foto come quella di Emanuela Orlandi: forse la sua famiglia ci ha mostrato tutti gli album di Emanuela bambina, Emanuela con le amiche, Emanuela ovunque?
Dunque, non occorre arrivare all’apocalisse del silenzio e del buio informativo. La Carta di Treviso, ottima ma spesso aggirata, prevede che in casi eccezionali l’immagine della vittima minorenne venga divulgata. Ma al tempo non esisteva Facebook, non esisteva il saccheggio telematico, e un ragazzino di 16 anni non può prevedere di morire e dunque non può (e non deve) stare attento a che cosa pubblica. Sul web molti lettori si stanno lamentando e scrivono mail alle testate giornalistiche per chiedere pietà e privacy nei confronti di Melissa, chissà che questo appello venga ascoltato.
rita
20 maggio 2012 at 14:23
E come sempre, anche in questo caso è arrivata, immancabile, puntuale, la beatificazione televisiva della vittima.
Cosa c’entri non si sa, oppure si sa…
La cosa è biasimabile e assurda e si spiega solo nella volontà di spettacolarizzare tutto, il dolore in particolare, facendo leva sulle corde giuste della gente; è assurda sempre quindi perchè non c’entra niente: anche una persona “disprezzabile” non deve essere uccisa; soprattutto è assurda nei confronti di una sedicenne che, evidentemente e a differenza di un adulto, non ha neanche bisogno di essere beatificata.
Laura Eduati
20 maggio 2012 at 11:11
La carta di Treviso non e’ una mia opinione. Se la vada a leggere. Peraltro ho scritto che diramare una foto della vittima non e’ necessariamente sciacallaggio e in un certo senso ho difeso anche Riotta.
Carmen
20 maggio 2012 at 08:15
Sono polemiche senza senso. Oramai è chiaro che viviamo nell’era dell’informazione a tutto campo, ed è davvero impossibile distinguere tra sciacallaggio e normale diramazione di contenuti. Forse non c’è più questa differenza. E ho l’impressione che spesso la polemica sia solo pretestuosa e finalizzata ad attaccare il giornalista poco simpatico a sé o alla propria parte politica. Come dire che se Vespa fa il servizo sul terremoto dell’Aquila è sciacallaggio mentre se lo fa Santoro è informazione, o viceversa.
Il vero sciacallaggio rischia di essere proprio questo.