Tutti uguali, tutti diversi
Famiglie gay ma senza familismo

Tommaso Giartosio Pubblicato da
il 20 maggio 2012.
Pubblicato in Diritti.

Questa domenica, i parchi pubblici di Avellino, Ferrara, Firenze, Genova, Milano, Palermo, Roma, Torino e Venezia ospiteranno una manifestazione chiamata “Tutti Uguali, Tutti Diversi”. È organizzata da Legambiente insieme a Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali. Nasce da un’idea semplice: così come esiste un ambiente naturale di cui va valorizzata la biodiversità, esiste un ambiente sociale in cui va tutelata la varietà delle forme associative, e prima di tutto delle diverse strutture famigliari. Una posizione antitetica rispetto al mito della “famiglia naturale” come protocollo unico e indiscutibile. Di naturale, nelle nostre società, c’è solo lo spontaneo confluire degli individui in aggregati dalle sagome più imprevedibili. Quando la Costituzione descrive la famiglia come una “società naturale” si riferisce appunto a questo suo carattere pregiuridico, spontaneo, non certo alle api e ai fiori. In quest’ottica l’omosessualità è tutt’altro che contro natura, e l’ambientalismo e la militanza glbt possono fare un bel po’ di strada insieme.

Una bella giornata per i bambini di queste nove città, tra laboratori di giardinaggio, libri viventi, marmellate biologiche e giocolieri (tutti i dati si possono trovare nei siti delle associazioni). Tuttavia resta in ballo il punto teorico: come valutare questa riscoperta della famiglia da parte di tante lesbiche e gay? Il problema è reale. L’omogenitorialità puzza di zolfo per le gerarchie cattoliche, ma occorre ammettere che anche una parte del movimento gay e queer storce il naso. È possibile parteggiare per queste famiglie senza riconfermare l’egemonia del familismo?

L’atteggiamento largamente prevalente nella sinistra radicale del movimento, di fronte alla battaglia per il matrimonio, è più o meno questo: “Chi vuole sposarsi ha tutta la mia adesione di principio, ma politicamente questa non deve essere la nostra meta prioritaria”. Posizione logicamente (e perfino linguisticamente) analoga a quel piccolo classico dell’omofobia: “A casa sua ognuno può fare quello che vuole, ma se parliamo di leggi dello Stato…” (con quel che segue). Dovremmo riflettere su questa corale e rituale distinzione tra pubblico e privato. O meglio: tra ragion pubblica e privati affetti. Di fronte ai bambini arcobaleno, ho visto teorici queer commuoversi come ministre. E molti politici schiettamente omofobici gli “amici gay” di cui si riempiono la bocca li hanno davvero, ahimè, e gli vogliono bene davvero. Ma paradossalmente, proprio il coinvolgimento emotivo personale autorizza l’assunzione di una posizione pubblica antitetica. La compensa e la legittima, per una forma di risarcimento psicologico. Inconfessabile, per la contraddizion che no’l consente. Così la libertà riservata da destra e da sinistra, “per principio”, alla sfera personale dissimula il coinvolgimento affettivo e lo esclude a forza dalla scena politica. Il privato non è più politico. È di questi anni la riscoperta (filosofica, psicoanalitica, critico-culturale, queer) della “teoria degli affetti”, ma a volte sembra che la teorizzazione avvenga a spese della percezione concreta, di pancia, degli affetti stessi. Obama ci ha dato un esempio di segno diametralmente opposto. Prima ha teatralizzato il proprio wrestling (ha detto proprio così) con la questione del matrimonio gay. E pochi giorni fa, dichiarandosi infine a favore, ha raccontato che la sua esperienza privata (mediata dalle figlie) è proprio “il tipo di cosa che cambia il tuo punto di vista”.

Certo, uno deve giudicare le proprio emozioni, non basta viverle. E la paura che con le famiglie gay o lesbiche si compia il più classico dei ritorni all’ordine è comprensibile. Molte di esse sono solerti nello schierare una retorica della normalità, benché condita d’ironia (di solito gli omosessuali hanno conosciuto da vicino i soprusi e i ricatti emotivi del desco domestico, con o senza lieto fine). Alcune celebrano quotidianamente il loro trionfante rientro nei ranghi. Ma la verità è che tutte portano nell’arena microsociale, più o meno consapevolmente, un elemento di novità profondo. Per due motivi. Primo, sono di fatto eredi di una cultura dell’emarginazione e della lotta per i diritti. Questo non gli impedisce, in assoluto, di tirare su la scala di corda alle proprie spalle e votare per un Pim Fortuyn. Ma lo rende un po’ più difficile. Con queste famiglie potrebbe nascere un nuovo milieu, di riformismo non radicale ma radicato e duraturo, che ha l’apertura all’altro nel suo lessico famigliare (e il socialismo ebraico del romanzo di Ginzburg ne offre un buon precedente). Secondo: se la famiglia “naturale” può diventare costrittiva come una religione, chiusa come una chiesa, è anche perché la biologia le offre un potente mito fondativo. Il legame fisico tra le generazioni è poetico, suggestivo, un ottimo ancoraggio per ogni genere di investimenti e fantasmi, su cui il familismo ha sempre capitalizzato (basti pensare all’ossessione del tradimento). L’autorità dei genitori si fonda simbolicamente sull’aver generato. Nell’eterologa invece la prole è ancora effetto della loro iniziativa, cioè delle azioni dei loro corpi, ma almeno non della loro carne. Il figlio che respinge il padre non respinge se stesso; la madre non vede nella figlia la possibilità di generare ancora in prima persona. Non credo che si corra il rischio di perdere la fisicità degli affetti: il contatto tra i corpi nasce e nascerà dalla cura, non esige la genetica o la gestazione. Si prospetta, piuttosto, la possibilità di un modo più sereno e luminoso di vivere la famiglia come relazione elettiva, o più elettiva. Un modo più naturale. E allora ben venga “Tutti Uguali, Tutti Diversi”.

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