Il decreto flussi, ovvero l’unica modalità per uno straniero di ottenere il permesso di soggiorno, non verrà emanato. La ministra Cancellieri ha così deciso di proseguire la linea ferrea del suo predecessore Maroni, che decise di sbarrare il decreto flussi nel 2008 e nel 2009, per poi ripristinarlo nel 2010/2011 (un unico decreto per i due anni, dimezzando così le possibilità).
Il ragionamento di Cancellieri è il medesimo della Lega: stiamo combattendo con la crisi, il lavoro manca agli italiani e dunque non ha senso aprire le frontiere a nuovi lavoratori. Il pensiero della nuova titolare degli Interni è viziato allo stesso modo: dall’introduzione della Bossi-Fini nel 2001, persino gli ingenui riconoscono che il decreto flussi è una farsa poiché prevede di chiamare in Italia stranieri che ancora risiedono nel Paese di origine, mentre nella realtà gli stranieri che ambiscono alla regolarizzazione, e che hanno dunque già un lavoro, sono presenti in Italia da tempo e attendono soltanto che il datore di lavoro sbrighi le pratiche. Il decreto flussi, però, è indispensabile per aprire il canale della regolarizzazione. Non emanarlo significa ignorare che centinaia di migliaia di migranti vivono e lavorano nel nostro Paese in clandestinità. Molti, è vero, hanno perso il lavoro e rischiano di diventare illegali. Molti altri non sono riusciti a rientrare nel decreto flussi del 2011 e nemmeno nella sanatoria del 2009 dedicata esclusivamente a colf e badanti, e sono dunque condannati a rimanere senza permesso di soggiorno.
La rigidità di Cancellieri è forse l’ultimo tabù infranto del governo Monti verso una crisi raccontata esclusivamente da destra. Il Viminale non sta chiudendo le frontiere, come viene scritto in queste ore: le frontiere sono ermeticamente sigillate, e tentare di varcarle è illegale da sempre. Il problema riguarda i lavoratori stranieri che vivono in Italia da mesi, forse da anni, e che devono sopportare l’illegalità per motivi illogici. Uno straniero che non ha lavoro non può chiedere la regolarizzazione, uno straniero che lavora dovrebbe poterlo fare: e se ha trovato un lavoro, significa molto materialmente che in qualche modo la sua presenza è necessaria.
Questa ultima notizia in fatto di immigrazione rimanda ad un libello pubblicato recentemente da Laterza, Contro la Lega di Furio Colombo. Colombo, deputato del Partito democratico, racconta l’Italia razzista voluta dal Carroccio, un partito secessionista al governo, un’anomalia senza confronti in Europa. Un movimento xenofobo, artefice di leggi vessatorie nei confronti di migranti, profughi e rom. Sì, Furio Colombo ha ragione da vendere ma avrebbe dovuto pretendere un titolo differente visto che l’indignazione iniziale nei confronti della xenofobia leghista si stempera pagina dopo pagina nella amara constatazione che il Partito Democratico nei casi migliori si è opposto debolmente alle misure razziste, e nei casi peggiori ha votato con la maggioranza del governo Berlusconi. Un esempio? Il Trattato di amicizia con la Libia che accordava al regime di Gheddafi cinque miliardi di euro in cambio, anche, dello strozzamento del flusso di africani – principalmente richiedenti asilo – verso la Sicilia.
L’ex direttore dell’Unità è sconsolato quando annota che il Pd non si oppose ai respingimenti, evita di ricordare che lo stesso Piero Fassino si pronunciò a favore dello sbarramento in mare, ripesca invece con tristezza la proposta di Enrico Letta: istituire, come voleva la Lega, un permesso di soggiorno a punti. E infine scarica sulla Lega, sui comuni retti da sindaci leghisti, sulla Milano di Letizia Moratti e insomma sul centrodestra la responsabilità degli sgomberi inumani nei confronti dei rom, come se Walter Veltroni da sindaco di Roma non avesse provveduto a mandare le ruspe per piallare le casupole degli zingari, anche quelle con l’allacciamento Enel provvisto dal Campidoglio, anche quelle dove vivevano bambini che andavano regolarmente a scuola, con genitori italiani e fratelli che avevano fatto il servizio militare. Nel 2007 a Pavia fu la sindaca del Partito democratico, Piera Capitelli, a cacciare decine di famiglie rom, lasciate senza cibo, in balìa dei razzisti, finché non intervenne il Prefetto della città che tentò di trovare una soluzione umana. E per quanto riguarda i Centri di identificazione ed espulsione, perché Colombo non scrive quello che dovrebbe scrivere, ovvero che furono istituiti dalla Turco-Napolitano e che la Lega ha semplicemente, si fa per dire, allungato i tempi di prigionia?
Allo stesso modo Cancellieri fa parte di un governo sostenuto anche dal Partito democratico, ovvero dal partito di Furio Colombo, e il mancato decreto flussi in stile Maroni non è più un orrore leghista ma diventa normale amministrazione democratica. Contro la Lega è, dunque, un manuale indispensabile per ricordare la xenofobia istituzionale, peccato però che nasconda sotto il tappeto molte delle responsabilità del centrosinistra. A Colombo va dato atto di apparire, nella classifica di Openpolis, come un parlamentare ribelle visto che nella stragrande maggioranza dei casi vota contro le proposte del partito di appartenenza. A questo punto sarebbe stato maggiormente onesto, invece di battersi il petto contro il razzismo dell’intera politica italiana, raccontare tutto, dire tutto, ricordare che la caccia al rumeno fu varata dal governo Prodi con un consiglio dei ministri d’emergenza, ricordare che prima di prendere le impronte ai bambini rom un sindaco del Partito democratico aveva provveduto a togliere, a quegli stessi bimbi, una casa e che, in quel di Ponticelli dove masse infuriate diedero fuoco ad un campo nomadi, un manifesto del Partito democratico si proclamava interamente d’accordo con la cacciata di quei poveri cristi.
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