Oggi Repubblica ospita un articolo di Steven Spielberg, il papà di ET, per il trentennale del suo capolavoro. Lo descrive come un pupazzo tenero e sognatore. In realtà, come abbiamo detto noi degli Altri in uno speciale, fu il paladino dell’altro mondo possibile. Uno degli ultimi?
Chiunque lo incontri per la prima volta strilla per lo spavento. Ci vuole un po’ per scorgere lo zucchero negli occhioni di E.T., inventato da Steven Spielberg a 14 anni per consolarsi dopo il divorzio dei genitori e destinato a sbancare i botteghini di mezzo mondo 22 anni tondi più tardi, nel 1982. Nessuna paura invece coglie i bambini che incontrano il buffo clown Pennywise. Ci vuole un po’ per accorgersi della ferocia nascosta nel suo sguardo e scoprire troppo tardi che dietro l’amena maschera del clown si cela il più terribile tra i tanti mostri inventati da Stephen King, nel suo miglior romanzo, It, del 1986.
Il più tenero tra gli extraterrestri e il dèmone arrivato da un’altra dimensione hanno parecchio in comune. Quasi coetanei gli autori, con meno di un anno tra lo Stefano regista e quello scrittore. Uscite a poca distanza l’una dall’altra, entrambe con immenso successo, le due opere. Quasi identici e tuttavia opposti i titoli: fiabesco, vagamente disneyano E.T.; inquietante e sinistro It,rubato al soggetto neutro per sottolineare in partenza l’inconciliabilità con qualsiasi criterio umano.
Il piccolo alieno viene dallo spazio e somiglia a un bambino. Il famelico essere arrivato millenni fa da un’altra dimensione vive nelle viscere della terra e i bambini li divora. Entrambi però possono essere visti e capiti nella loro opposta essenza solo dai bambini. Per lo spaziale sono i soli amici, l’ancora di salvezza. Per l’abitante delle grotte sono invece, oltre all’abituale pasto, l’unica minaccia.
La visione dei due autori che più di chiunque altro hanno forgiato la mitologia popolare d’America negli anni ’80 è identica: solo i bambini possiedono l’immaginazione necessaria per guardare oltre le apparenze, per non temere ciò che è diverso ma anche per guardare in faccia l’orrore e affrontarlo con la forza negata agli adulti. Tra l’alieno dalle fattezze ignote e gli adulti apparentemente rassicuranti sanno per istinto di chi fidarsi. Senza esercito e senza cannoni hanno la fede necessaria per scendere sotto terra, affrontare il più pericoloso tra gli abitanti di questo mondo e riportare a casa la pelle.
Solo i bambini possono farlo, ma tra gli adulti c’è chi può arrivarci vicino: lo scienziato intepretato da Peter Coyote in E.T., i protagonisti di It che, ventiquattro anni dopo il primo scontro, si rivelano ancora in grado di affrontare il secondo e decisivo round. Sono quelli rimasti un po’ bambini, non perché infantili ma perché ancora dotati dell’immaginazione che la stragrande maggioranza dei coetanei ha perso e dimenticato. Va da sé che molti di loro fanno i registi, o gli scrittori…
La componente autobiografica di E.T. è conclamata: Carlo Rambaldi, col suo splendido pupazzo, non ha fatto altro che dare un corpo all’amico immaginario che aveva aiutato Spielberg a superare indenne la fase più difficile della sua infanzia. Quella di It è più celata, ma non ci vuole molto a indovinare nei Losers, i bambini sfigati e marginalizzati della città di Derry, un riflesso della difficile infanzia di re Stefano, abbandonato dal padre a due anni, cresciuto da una madre amorevole ma inflessibile e costretta dalla povertà a tenere perennemente stretti i cordoni della borsa.
Ma la coppia di alieni incoronata nei cinema e nelle librerie degli anni ’80 fa anche parte di una pattuglia sovversiva che, nel decennio segnato dall’imporsi dei valori reaganiani, si dava da fare per sabotare e rovesciare i canoni di un immaginario funzionale a quei valori. Negli anni della nuova guerra fredda, quelli più marcati dall’ostilità e dalla paura nei confronti dei “diversi” dai tempi del maccartismo, il piccolo e apparentemente innocuo exterrestre incarnava un messaggio opposto, e sapeva imporlo perché non lo faceva nei sottoscala trascurabili delle organizzazioni dissenzienti ma nel cuore della produzione planetaria di fiction.
Nell’America dell’onda neoconformista, King raccontava che quegli americani per bene e timorati adorati dal presidente erano in realtà posseduti dalla più abietta, avida e feroce delle creature e che in loro e grazie a loro It prosperava. Nell’epoca dell’arida rapacità yuppie, affermava che solo una banda di ragazzini socialmente perdenti ma con la mente aperta e l’immaginazione desta poteva sconfiggere la bestia.
In quel decennio la resistenza contro il nuovo ordine liberista che si stava imponendo passò soprattutto sul fronte della cultura popolare: film come E.T., Rambo o Terminator; libri come It, American Psycho o Il falò delle vanità; dischi come Born in Usa, London Calling o Street Fighting Years. Solo quando quella produzione di immaginario ribelle è venuta meno, o si è ridotta a prevedibile routine, il nuovo ordine ha trionfato davvero.
Sam Moser
12 maggio 2012 at 01:15
Ho conosciuto personalmente Carlo Rambaldi. Un peccato che “nemo profeta in patria” si applichi pure a lui. ALmeno in America – perlomeno in quei tempi ma ancora oggi – ai bimbi e’ permesso di sognare, possono cambiare il mondo, andare in altri mondi, diventare astronauti, persino Presidenti degli Stati Uniti. Da noi la castrazione della politica arriva dalla culla in poi e i sogni sono incubi.