Shhh! Oggi e domani si vota, ma meno gente lo sa meglio è. L’optimum sarebbe se persino chi in queste ore si recherà alle urne si convincesse poi che è stato solo un sogno. Erano decenni che non si vedeva una campagna elettorale messa in sordina come questa: non ci si crede che a mostrare tanta compassata discrezione e a smussare ogni punta poco poco acuminata siano gli stessi che meno di sei mesi fa si accusavano quotidianamente di attentare alla democrazia e di incarnare una versione postmoderna del male assoluto. Per non parlare dei media. Più distratti di così non potrebbero essere neppure se, invece che di un test elettorale con una decina di milioni di elettori coinvolti, si trattasse del torneo di una bocciofila.
Fa una certa impressione tanta sobrietà dopo un ventenni nel quale non c’era prova elettorale, per quanto circoscritta, che non venisse spacciata come test passibile di influire sugli equilibri di governo e sulle sorti del Paese intero, con inevitabile codazzo in casa Vespa per trarre le somme della fondamentale prova.
Cos’è cambiato per giustificare una così radicale inversione di marcia? Certo, pesa il fatto che i principali partiti hanno tutto l’interesse nel non mettere nei guai l’avversario evidenziandone l’eventuale sconfitta. Contrariamente al solito, stavolta saranno i vincitori a sostenere a spada tratta che nessuno ha perso. Non per tardiva scoperta delle regole cavalleresche, ma per ovviare al rischio che gli sconfitti tentino di sovvertire il flusso negativo rovesciando il tavolo con tanto di professorini governanti assisi sopra.
Ci mette del suo anche la tenebra in cui gli strateghi ondeggiano quanto ad alleanze future e di conseguenza quanto a strategie da avviare e supportare. Mica ci si può scagliare con troppa veemenza contro quelli che, tempo un anno, potrebbero essere di nuovo, proprio come oggi, compagni di ventura.
Tutto giusto e tutto vero, ma in questa congiura del silenzio c’è qualcosa di più profondo e di molto più inquietante che non i soliti giochini dei nostri incorreggibili politicanti. Il punto veramente dolente, quello che svela il segreto delle elezioni fantasma, è che questo importuno appuntamento con la cabina elettorale rischia di vanificare, o almeno di incrinare, una gigantesca operazione culturale e mediatica in pieno svolgimento, di enorme ambizione e già prossima al successo: quella che mira a condizionare il popolo votante convincendolo di quanto sia sacrosanto e intimamente democratico spogliarlo di ogni potere decisionale in merito a bazzecole come condizioni di lavoro, salari stipendi e pensioni, assistenza sanitaria, scuola… In breve tutto ciò che in un modo o nell’altro c’azzecca con la politica economica.
La nascita della giunta tecnocratica che, spacciandosi per governo tecnico, governa l’Italia in conto terzi fa parte a pieno titolo di questa massiccia offensiva politico-culturale, alla quale aggiungono ogni giorno la loro pietruzza o il loro macigno tutti i dottori e dottorini che dissertano sull’assenza di alternative, sull’obbligo di seguire una determinata strada checché ne pensi il popolo ex sovrano, sull’opportunismo, egoismo, irresponsabilità e chi più ne ha più ne metta di chiunque si ostini a non riconoscere la natura squisitamente democratica dell’assenza di democrazia.
È un gioco spericolato. Pur se preparato dalla lunga fase populista, che costituiva pur sempre una progressiva erosione della democrazia sostanziale, richiede tempi più lunghi. L’incidente di percorso rappresentato da elezioni piazzate in mezzo alla strada sul più bello rischia di guastare la festa ricordando ai non-più-sovrani che il potere per cambiare le cose ce lo avrebbero, e che la loro trasformazione in sudditi non è affatto un percorso obbligato e privo di alternative, checché ne raccontino i chierici del XXI secolo. Di qui la necessità di ovattare le elezioni e relegarle in un perimetro circoscritto per evitare il contagio.
La regola per le elezioni è quella del silenzio, ma non manca la consueta eccezione, a sua volta assai eloquente. Da settimane i media tacciono sul voto, salvo che non si tratti di sottolineare la grave minaccia costituita da Beppe l’antipolitico, il comico sboccato che ha finito per incarnare gli stessi spettri e le stesse paure cui una ventina d’anni fa prestava il turpiloquio Bossi.
Non è che ci voglia un genio della comunicazione per rendersi conto che la martellante campagna anti Grillo è stata per il medesimo te per i suoi occulti manovratori, i fratellini Casaleggio, più preziosa di qualsiasi sponsorizzazione aperta.
A conti fatti, però, in questo supporto travestito che i paladini della politica hanno regalato al pugnace reuccio dell’antipolitica non c’è nulla di strano. Il tentativo di concentrare il dissenso su una formazione politica che, almeno nel presente, non costituisce una minaccia, a scapito di formazioni più potenzialmente condizionanti e dunque più pericolose come Sel e IdV, è una strategia tanto antica quanto facilmente comprensibile.
A questo aspetto, se ne aggiunge però un secondo altrettanto importante: con il suo populismo estremo Grillo viene dritto dritto dalla fase, segnata in Italia dal berlusconismo, che ha preparato il terreno a questa soppressione morbida della democrazia. Dunque se in materia di svuotamento della democrazia qualche dissenso ha da esserci, meglio lui di chiunque altro.
Sam Moser
8 maggio 2012 at 21:53
E’ tutto una schifezza.
I Media ormai sono praticamente la voce velinesca di un Minculpop…
Il fascismo e’ caduto, il comunismo pure ( non in Italia ) ma la mentalita’ da operetta tragica dittatoriale non e’ finita….
Italiani popolo di pecoroni : solo al momento del macello si rendono conto che sono stati fregati e che la lama del potere adesso si sta affondando nel collo e nella pancia…