Quello che segue è l’articolo che apre lo speciale di questa settimana dedicato a Fabrizio De André, e a una domanda: perché Fabio Fazio e Roberto Saviano, così affezionati a un’idea giustizialista della politica, convinti ambasciatori del buonismo indignato, per il loro nuovo programma (Quello che non ho, su La7 dal 14 maggio) usano e abusano fin dal titolo dell’immagine del cantautore genovese? Proprio lui, anarchico libertario, sempre dalla parte dei ladri e delle puttane. Giù le mani da De André!
Oltre a quello di Daniele Zaccaria, articoli di Piero Sansonetti, Tommaso Giartosio e Giuliano Compagno. E ancora, un’analisi dell’Europa che verrà dopo le urne, un reportage dalla Grecia e il fattore Grillo sulle amministrative di domenica. Due pagine sono dedicate al nuovo dibattito intorno all’aborto post-natale. Bioetica e ideologia nel focus a cura di Carola Susani e Laura Eduati. Gilles Villeneuve l’”aviatore”, a trent’anni dalla morte, raccontato da Michela Monferrini. E una lunga intervista di Katia Ippaso a Elio De Capitani, dal Leoncavallo al Teatro dell’Elfo.
In edicola a due euro. Leggiamoci.
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Magliette, vinili, libriccini, foto d’epoca, ninnoli, foglietti di carta autografata, appunti inediti, scarabocchi, strumenti musicali appesi al soffitto, teche di vetro che proteggono i feticci. Il Museo De André è un tempio pagano assediato dai fedeli che occhieggia discreto dai vicoli della città vecchia, un santuario di memoria rappresa che celebra vita morte e miracoli del grande cantautore genovese. Luogo di culto paradossale che, per sua stessa natura, sconfessa il proprio oggetto di devozione. Difficile infatti immaginare un personaggio più refrattario alla gloria, più ostile alla retorica del parco a tema, più insofferente all’epica della corona d’alloro.
Eppure intorno alla sua vita e alla sua opera è cresciuta negli anni una grande Chiesa, con i suoi comandamenti, la sua teologia, la sua congerie di rituali religiosi e di pubbliche adunate in cui le schiere di fedeli invocano il “santo subito”. Gli amici musicisti e arrangiatori come una cerchia apostolica intanto diffondono il vangelo tramite ricordi, aneddoti personali, interpretazioni più o meno abusive e in buona fede del suo pensiero.
C’è qualcosa che stride a morte tra la scabra austerità deandreiana e il melenso coro di “servi obbedienti” che quotidianamente gli rende omaggio. Anche nella sua versione protestante, più intimista: l’”amico Faber”, quasi un angelo custode, un dio delle piccole cose, prontuario a buon mercato di citazioni colte e autoindignazione tascabile. Peccato che in questo modo l’abbiano tolto definitivamente dalla “cattiva strada”, quella che ha percorso per tutta la vita, per portarlo sulla retta via del politicamente corretto. Il cantore dei reietti, degli ultimi, delle minoranze invisibili, drogati, zingari, bombaroli, disertori che gettano il fucile sulle sponde del torrenti si trasfigura da una parte in un moralista qualsiasi, dall’altra in un cimelio inerte dato in pasto ai fan. Normalizzato e reso inoffensivo come nessuno è mai riuscito a fare quando era in vita, lui che al contrario era animato da passioni brucianti e dalle contraddizioni di un carattere aspro e allo stesso tempo ammaliante. Ne hanno fatto invece una specie di vate carducciano, poeta nazionale e ufficiale il cui lascito abbonda nella bocca di notabili e tromboni, quelle “lingue allenate a battere il tamburo e adatte per il vaffanculo” che De André sputtanava nelle sue canzoni.
Mai si sarebbe immaginato che un giorno avrebbe dato il suo nome a licei, teatri, sale congressi, associazioni culturali, birrerie, ristoranti, giardini pubblici, persino ai carri allegorici del carnevale. Nel centro di Nuoro nella sua Barbagia gli hanno addirittura innalzato una statua, un monolite di metallo che ne riprende le fattezze fisiche, ora manca solo il monumento equestre e sarà pronto per la pubblicità della Tim, accanto alle caricature di Leonardo Da Vinci, Cristoforo Colombo e Garibaldi.
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” come aggiornamento contemporaneo di “la nebbia agli irti colli piovigginando sale”? Forse è un’esagerazione, intanto i suoi versi già appaiono nelle antologie dei libri di testo, messi a confronto con quelli dei grandi poeti del Novecento (Saba, Ungaretti). Intento senz’altro nobile, ma la versione che viene consegnata ai posteri è quella edulcorata e piena di buoni sentimenti la stessa che rende così stucchevoli le commemorazioni.
Il tritacarne della celebrità postuma, l’unica da cui non puoi difenderti, trasforma tutto in una poltiglia indistinta, come un in cammeo risorgimentale sei assegnato alla sezione icone della patria, riempi il catalogo degli illustri, servi a dare il buon esempio, sepolto nella polvere della retorica. Il saccheggio quotidiano è così applicato con metodo; per far da corredo a pretenziose trasmissioni tv, da titolista a giornalisti poco ispirati, da frontespizio alla piccola propaganda politica di gruppi e gruppetti che si vantano di andare in “direzione ostinata e contraria” tanto per citarne una. E che tristezza dilagante ascoltare le note del più libertario tra i nostri cantautori che riecheggiano nelle sale di spocchiosi convegni dedicati alla legalità, chiamato in causa nelle invettive di bacchettoni e aspiranti pretori, associato alla misoginia dei salotti indignati dal bunga-bunga; proprio lui il cantore dei ladri e delle puttane, utilizzato a man bassa per fustigare ladri e puttane. L’ironia anarchica che aveva ammirato e poi ereditato dallo chansonnier francese George Brassens, suo modello in gioventù, il rifiuto di qualsiasi tipo di demagogia e fanatismo perché non è mai giusto “morire per delle idee” sotto nessuna bandiera, l’ostilità verso confraternite, consorterie e parrocchie politiche, lasciano il posto così a un’edificante divulgazione che trasforma un artista irregolare e inclassificabile in un santino venerato dalle folle, buono per le processioni e per i cruscotti di automobile.
Neanche l’eretico De André è riuscito a sottrarsi a questa mummificazione collettiva che rinsecchisce le parole e diluisce
la musica nello squillo fastidioso di un jingle pubblicitario. La sua prosa e la sua poesia non sono state impermeabili. Anzi, la potenza espressiva che lo caratterizza sembra quasi un fardello che alla fine della giostra gli si rivolta contro. L’unica via di salvezza, l’unico modo per non prestarsi a queste operazioni è il minimalismo dell’interpretazione: riuscire a spogliare le cose di ogni epica possibile, di ogni prosopopea. Restituire Fabrizio De André alla sua dimensione privata e soprattutto irriducibile a ogni appropriazione pubblica. Perché, in fondo, la grande arte è un mestiere piccolo.
marco tarantino
6 maggio 2012 at 00:22
Complimenti per l’articolo, del tutto condivisibile. L’operazione compiuta su De Andrè è veramente un abuso. Vorrei capire cosa ha a che fare l’autore dell’albim “tutti morimmo a stento” con il giustizialismo, l’autore di Bocca di rosa e delle traduzioni di Nancy e Le Passanti con il bigottismo morale, l’autore di Amico Fragile e La cattiva strada con il conformismo politicamente corretto.
Gabriele
5 maggio 2012 at 17:18
Concordo, condivisibile e affilato articolo. Eppure… Eppure mi trovo a pensare che, in fondo, qualunque grande figura della storia più o meno piccola ha finito per essere “leggermente” modificata ad uso e consumo di chi ne andava sancendo la santa immodificabilità: anche Giordano Bruno, per dire, era ovviamente un “tantino” diverso dall’icona dell’anticlericalismo disegnata dai radicali di fine secolo (800); anche Pasolini era un intellettuale un “tantino” diverso da quell’edulcorato santino postveltroniano che ammorba tanto dibattito pubblico odierno – ecc. ecc.
Anch’io condivido e ho condiviso quell’immagine di De André che emerge da questo articolo; ma esiste effettivamente un “vero” De André per chi ama le sue canzoni? Il De André che ascoltavamo noi non è più quello che ascoltano i ventenni di oggi (e del resto, il De André che ho amato io, quello – per dire – di “Storia di un impiegato”, non era più quello che vent’anni prima il Movimento Studentesco bollava come “piccolo borghese”). Forse allora occorre fare due operazioni distinte ma complementari – e non solo per De André -: da un lato restituire un’immagine storiograficamente coerente, dall’altro contestare e scomporre una deriva culturale, che con quell’immagine ovviamente non c’entra nulla.
rita
5 maggio 2012 at 08:29
“Sul conformismo di sinistra” di Fulvio Abbate aveva già spiegato ottimamente certi meccanismi e in maniera divertente.
Sono dei conformisti, bigotti, noiosi, prevedibili.
Susanna Curci
5 maggio 2012 at 00:23
E insieme a lui, purtroppo, tanti altri. Per citarne solo alcuni: Gaber, Pasolini, Rino Gaetano. Sembra quasi un’operazione studiata a tavolino. In ogni caso, davvero un gran pezzo.
luigi montanari
4 maggio 2012 at 21:49
Bravo,Daniele Zaccaria.Hai una lingua allenata a battere il tamburo…Adatta per il vaffanculo.
ALEX C.
7 maggio 2012 at 10:15
“Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me.” (Fabrizio De André ) Bell’articolo, dalla penna forse un po’ troppo pesante.
daniele
4 maggio 2012 at 16:16
Perché chi in vita ha voluto bene a De André non allontana i mediocri servitori della Giustizia da chi ha scritto roba fuorilegge come: “…diventai procuratore/ per imboccar la strada/ che dalle panche d’una cattedrale/ porta alla sacrestia/ quindi alla cattedra d’un tribunale,/ giudice finalmente,/ arbitro in terra del bene e del male” ?